Un divano a Tunisi

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Un film di Manele Labidi Labbé. Con Golshifteh Farahani, Majd Mastoura Mastoura, Aïsha Ben Miled, Feryel Chammari, Hichem Yacoubi, Ramla Ayari, Moncef Anjegui Titolo originale Un divan a tunis. Commedia, Ratings: Kids+13, durata 87 min. - Tunisia, Francia 2019. - Bim Distribuzione uscita giovedì 8 ottobre 2020. MYMONETRO Un divano a Tunisi * * * - - valutazione media: 3,07 su 24 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Psicoanalisi tunisina Valutazione 3 stelle su cinque

di Eugenio


Feedback: 27227 | altri commenti e recensioni di Eugenio
lunedì 28 settembre 2020

Tutto il mondo è paese. Una frase fatta che trova la sua carica emozionale e veritiera nell’ultima pellicola di Manele Labidi, Un divano a Tunisi, nelle sale dall’otto ottobre, vincitore del premio del pubblico alla mostra del cinema di Venezia 2019.
Del resto nella realtà si vive su una placida isola d’ignoranza in mezzo a neri mari d’infinito, con personaggi eccentrici e una mentalità comune alle peggiori caratteristiche dell’uomo medio: qualunquismo, indifferenza, rabbia e astio di chi rema contro anziché far gruppo, inadeguatezza figlia dell’incapacità linguistica e confusione mentale determinata da un’organizzazione specifica priva di lavoro strutturato che è anche una lacuna mentale.
Un peccato, l’immaginario nazionale è quello di un deserto arido e senza vita. Con tutti coloro che potevano che sono emigrati altrove. Felici? Non so, ma almeno, liberi!
Questo forse avrà pensato la trentacinquenne Selma Derwish (Golshifteh Farahani), donna dal carattere forte e indipendente cresciuta insieme al padre in Francia, dove si è laureata in psicoanalisi.
Dalla Francia, con amour, la giovane eccola tornare, nelle prime inquadrature a Tunisi, sua città d’origine per aprire uno studio privato. Intento lodevole, peccato che la Tunisia, post-Primavera araba non sia proprio confrontabile alla Parigi da belle epoque prefigurata. La psiconalisi è inutile, abbiamo l’Islam, le chiosano anche i parenti, i vicini. Eppure Selma non si arrende, apre il suo studio, nella mansarda sulla terrazza della casa di famiglia (in maniera assai impulsiva, non propriamente autorizzata..), in un’ambiente che le arride assai poco, specie nei pregiudizi e nell’ignoranza dei suoi pazienti. Perché e qui sta l’abilità della cineasta, Un divano a Tunisi, sulla scia di una polveriera politica, sceglie di sfruttare apertamente la chiave della commedia per invitare lo spettatore a riflettere sul ruolo di donna, con un sostrato culturale cinefilo al nostro paese da Matrimonio all'italiana, Brutti, sporchi e cattivi, una vicinanza al nostro bel paese che non può che far piacere grazie alla scelta di una colonna sonora con due canzoni storiche di Mina : Le strade vuote e Io sono quel che sono.
Quel coacervo di imperscrutabile precarietà umana è rappresentata dalla lunghissima fila che si presenta dinanzi alla porta della mansarda della nostra protagonista, un’umanità variegata dalle molteplici paranoie, frutto spesso di ipocrisie sulla borghesia media sul sesso e la regione, ragione e sentimento che si scontrano in parodistiche sedute psichiatriche. Si va quindi dalla stressata proprietaria del salone di bellezza del quartiere, al panettiere (Hichem Yacoubi) che le svela i dubbi sulla sua sessualità (con tanto di sogni per lui incomprensibili come quello in cui immagina di baciare Putin); da un imam caduto in depressione a un uomo convinto di essere spiato. E alle visite di una burocrazia zelante rappresentato da un poliziotto, interessato più che all’attività mica tanto lecita della donna, al soggetto stesso della “seduta”. Selma si troverà quindi tra due fronti: da una parte la difficile e comune trafila burocratica (con tanto di uffici pubblici che sanno di italietta dantesca), dall’altro il confronto con una realtà di un paese che ha appena vissuto una rivoluzione e sta iniziando ad aprirsi con difficoltà all’occidente.
Manele Labidi, col volto della sua protagonista, riflette intimamente sulle radici storiche, sull’importanza del passato culturale, in un personale e sofferto (nonostante permeato da una ironia di fondo) ritorno alle origini.
Il confronto dialogico con una famiglia caratteristica ma emozionalmente vera sarà l’ancora di salvezza, per liberarsi, lei stessa che dovrebbe essere maieutica, dalla maschera rigida di un’esistenza non sua, in un personale percorso terapeutico.  E Selma/Manele lo fa con l’arma del sorriso, senza la pesantezza di un dogma imposto, con riuscite inquadrature di un presente lacerato tra modernità e tradizione, in eterno divenire come quel mare su cui si chiude la pellicola, dinamico e impetuoso, calmo e placido come la vita stessa.

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