Roubaix, Une Lumière

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Un film di Arnaud Desplechin. Con Roschdy Zem, Léa Seydoux, Sara Forestier, Antoine Reinartz, Chloé Simoneau.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 119 min. - Francia 2019. - No.Mad Entertainment uscita giovedì 1 ottobre 2020. MYMONETRO Roubaix, Une Lumière * * * 1/2 - valutazione media: 3,92 su 19 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Delitto e castigo alla francese Valutazione 4 stelle su cinque

di Eugenio


Feedback: 27727 | altri commenti e recensioni di Eugenio
lunedì 29 marzo 2021

C’è miseria, degrado, cinismo umano e un vago sentore dostojveskiano nell’ultimo film del cinefilo e cineasta Arnaud Desplechin. Un film che sotto la veste di noir, nasconde la sempiterna e squallida atmosfera di miseria che popola ogni sobborgo di città esistente sulla terra con le relative anime del sottosuolo.
Roubaix, a due passi dal confine col Belgio, è il teatro nazional-popolare in cui è ambientata, nei giorni di una cristianità sofferta natalizia, l’indagine di un gruppo di poliziotti guidati dal commissario Daoud, un franco-algerino, unico della sua famiglia a essere rimasto in Francia, in una terra in cui ha imparato tutto e che gli ha donato un’ancora di salvataggio per resistere al profondo degrado e al tasso di criminalità tra i più alti d’Europa, quelli di Roubaix appunto.
Difficile pensarlo eppure la città, celebre per la conclusione della corsa ciclistica parigina, nei decenni dalla fine del boom industriale delle fiandre francesi, è una delle più povere del paese con un elevato livello di disoccupazione. Tempi quindi duri per Daoud (interpretato da Roschdy Zem doppiato magistralmente da Mimmo Strati) che si ritrova, con una recluta, Louis (Antoine Reinartz), proprio nei giorni di Natale, a indagare su un incendio doloso alla periferia della città francese e alla successiva morte di un’ottantenne che abitava in quel palazzo popolare. Sarà l’occasione per far luce su eventi umanamente ambigui, tra depistaggi e verità non dette, in cui Arnaud Desplechin, caparbiamente e bonariamente mescola un taglio documentaristico, con frequenti primi piani sui volti dei protagonisti ritratti in serrate fasi investigative e uno spiccato interesse per il capolavoro della letteratura russa Delitto e castigo.
E sono proprio queste atmosfere il valore aggiunto di Roubaix, une lumiere, la luce di una speranza per la ricerca di una verità osteggiata da un’altra luce: quella della distruzione che mangia tutto e da tutto rinasce come araba fenice.
La narrazione, fredda e buia, fatta di frequenti atmosfere notturne, si mantiene assolutamente oggettiva, lasciando al commissario stesso e alla sua “spalla” Louis, la responsabilità morale e psichica di una disperante colpa descrivendola tuttavia in senso universale con riuscite riflessioni e taglienti sguardi.
La vittima e conseguentemente i carnefici di Roubaix une lumiere, non sono semplici persone nel senso obiettivo e sociale del termine, non recitano un ruolo dedicato del mondo di "essere colpevole in quanto tale", ma sono donne che vivono insieme ad altre donne. Donne con la propria dignità, con una vita elementare spiritualmente minima ma comunque attiva; donne di fronte al proprio destino murate “vive" adesso come in casa a cui non è concesso reagire ma solo accettare passivamente il lento scorrere del tempo. Donne, fidanzate vicine di casa della vittima, Léa Seydoux e Sara Forestier, donne che scelgono, arbitrariamente dove schierarsi, se una scelta è possibile là.
 
L'interpretazione che ne ho avuto, vedendo il film, è quella di una riuscita metafora. Roubaix diviene nelle mani di Desplechin un non luogo in una notte buia, un periodo di transizione infinito di un fine pena mai. Qui vittime e carnefici si confondono, anelando freneticamente alla libertà, alla vita; sono passionali spesso singolari nelle loro azioni, nevrotici, collettivi. Ecco... tutto questo coacervo di pulsioni umane rappresenta nient'altro che noi stessi.
Noi esseri umani.
Noi, ingabbiati in una grandissima bolla senza senso, noi spesso incompresi proprio come lo stesso Dostoevskij quando compose Delitto e Castigo che presto capì che la sfiducia dei forzati verso di lui, di origine nobile, rifletteva la sfiducia di classe dei semplici contadini nei confronti del ceto cosiddetto benestante. Gli era necessario trovare una base per la coesistenza con l'ambiente nel quale l'aveva cacciato il destino. A fatica conquistò la fiducia da parte di alcuni prigionieri ma l'abisso che esisteva tra lui come nobile e i forzati come popolo non lo colmò. E così i protagonisti di questa pellicola.
E che cosa c'è di più umano e straziante del tentativo di costruire un ponte sul baratro, sull'abisso fra noi e gli altri, fra colpa e pena, che permetta di oltrepassare quello sbarramento apparentemente invalicabile del muro di solitudine comunicativa?

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