La tempesta di sabbia

Un film di Elite Zexer. Con Lamis Ammar, Ruba Blal, Hitham Omari, Khadija Al Akel, Jalal Masrwa Titolo originale Sufat Chol. Drammatico, durata 87 min. - Israele, Francia 2016.
   
   
   

Jalila, Layla e le altre

di gianleo67


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domenica 29 agosto 2021

Jalila deve sottostare suo mlagrado alle nozze del marito con una seconda sposa più giovane e contrastare la pericolosa indipendenza della figlia maggiore innamorata di un ragazzo di un diverso clan tribale. I suoi strenui tentativi di mediazione sono messi in crisi dalla ferma risoluzione del consorte di dare in sposa la ragazza ad un uomo che lei non reputa degno.
L'esordio della quarantenne israeliana Elite Zexer nel lungometraggio di finzione è un'entrata a gamba tesa nel vivo di una arcaica tradizione sociale delle popolazioni beduide del deserto del Negev e del suo inevitabile collidere con una modernità culturale che attribuisce alla donna una sempre maggiore consapevolezza sul proprio diritto all'indipendenza ed alla felicità. Seppure inserito nel filone ormai codificato di un cinema nordafricano che interpreta lo scontro di civiltà in atto all'interno di una realtà sociale ancorata ad insostenibili valori tradizionali con gli strumenti di un realismo cinematografico non privo di sfumature didascaliche (la reale posizione della madre, la scelta finale della ragazza), la Zexer riassume in maniera compatta ed originale una materia narrativa che coglie con precisione dinamiche di gruppo e psicologie individuali, restituendoci un contesto sociale e familiare in cui convergono e si compongono le diverse forze che agiscono sul minuscolo avamposto tribale relegato ai confini di una modernità urbana tenuta quasi sempre fuori campo. Laddove i prodromi di una apertura verso le nuove generazioni sembrano influenzare perfino un dispotismo patriarcale pronto all'abdicazione e la difesa dei cui valori sono appannaggio di una figura materna prona al sacrificio ed alle umiliazioni (la nuova sposa del marito ha una casa moderna, lei vive in un tugurio con le quattro figlie!), il precipitare degli eventi verso le sue inevitabili conseguenze stravolge la maschera delle apparenze, acuendo una scontro personale in cui il peso delle tradizioni mostra la sua natura dominante ed in relazione al quale ciascuno è chiamato a fare la propria scelta di libertà personale o di sacrificio per la libertà degli altri. Ne emerge un quadro più che credibile sulla forza che i vincoli di una società patriarcale ancora impongono non solo alla vita di donne sottomesse al giogo del marito (lui può avere più mogli, lui può ripudiare la moglie) e costrette ad indossare baffi finti durante la cerimonia nuziale riservata alle donne del clan (secondo un inveterato rituale antropologico di mitigaione delle tensioni), ma anche e soprattutto su di una figura maschile che alla resa dei conti non riesce ad assumersi la responsabilità di spezzare quel giogo e cede vigliaccamente al ricatto di una insostenibile onta sociale. Se anche la modernità culturale ha una spinta propulsiva che può portare all'emancipazione femminile, questo sembra dirci l'autrice, in molti avamposti sperduti nel mondo (anche grandi come interi stati) ad avere la meglio sono le costrizioni sociali che tengono insieme la comunità, pena l'insanabile rottura di legami familiari ed affettivi che sono proprio quei vincoli minimi unitari attraverso cui quelle forze fanno presa. Il tentativo di Layla e quelo ancora più coraggioso della madre Jalila, sono quindi solo una tempesta di sabbia che sembra offuscare per un attimo la realtà di un mondo precipitato nel caos dell'anarchia e della ribellione, ma passata la quale, depositata la povere e ricomposti gli oggetti, ritorna sempre immutabile alle proprie consuetudini di devozione e di indiscussa sudditanza al potere maschile. Resta solo la speranza dello sguardo ribelle e bambino della piccola Tasnim, minuto spirito della modernità incombente che spia dalle grate di una finestra una tradizione muliebre che già comincia a non capire più. Vincitore del Gran Premio della Giuria nella sezione World Cinema Dramatic al Sundance Film Festival 2016, il premio per il miglior film agli Ophir Awards e candidato israeliano per il miglior film in lingua straniera all'89° Academy Awards.

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