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elgatoloco
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sabato 7 maggio 2022
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verita'' negata sempre...
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"Denial"(Mick Jackson, dal libro di Deborah Lipstadt, sceneggiatura di David Hare, 2016)raccnta di una storica americana di origini rbraiche, denunciata in Gran Bretagna dal negazionista David Irbing, per diffamazione insieme alla casa editrice Pinguin Book, che pubblica i suoi(ovviamente della Lipstadt)libri. Processo lungo e ficcicile, con l'onere delle prova a carico dell'impiutato, in GB diversamente che negli USA, con la necessita'di un gruppo di avvocati agguerriti quant molto"tecnici"e lontani dalla concezione dlela giovane sturidosa, con visite ad Auschwitz e molto atro, con dibattimenti lunghi, la decisione di rimettersi al giudizio di un giudice senza una "corte popolare", problemi con lo stesso Iribng personaggio invadente quanto intollerante e fanaticamente attento ai suoi miti(filonazsta, Irving non ha mai realmente ritrattato, nonostante arresto successivo in Austria e altro ancora), ma anche con la"parte giusta"(i superstiti)che giustamente reclamavano, sempre in quel periodo(1996-2000)maggiore attenzione.
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"Denial"(Mick Jackson, dal libro di Deborah Lipstadt, sceneggiatura di David Hare, 2016)raccnta di una storica americana di origini rbraiche, denunciata in Gran Bretagna dal negazionista David Irbing, per diffamazione insieme alla casa editrice Pinguin Book, che pubblica i suoi(ovviamente della Lipstadt)libri. Processo lungo e ficcicile, con l'onere delle prova a carico dell'impiutato, in GB diversamente che negli USA, con la necessita'di un gruppo di avvocati agguerriti quant molto"tecnici"e lontani dalla concezione dlela giovane sturidosa, con visite ad Auschwitz e molto atro, con dibattimenti lunghi, la decisione di rimettersi al giudizio di un giudice senza una "corte popolare", problemi con lo stesso Iribng personaggio invadente quanto intollerante e fanaticamente attento ai suoi miti(filonazsta, Irving non ha mai realmente ritrattato, nonostante arresto successivo in Austria e altro ancora), ma anche con la"parte giusta"(i superstiti)che giustamente reclamavano, sempre in quel periodo(1996-2000)maggiore attenzione. Vittoria meritata, certo, ma soffferta della Lipstadt. Film-documento(ma non docmentario, per fortuna); "Denial "e' film teso, che costringe a interrogarsi sulle grandi problematiche etiche, morali,di responsabilita'collettive. Decisamente teso e una grande scelta di campo tra verita'e menzogna, coraggio della verita'e ritrosia ipocrtia, il film ha avuto un noteovle successo di critica, ma viene consierato"difficile"(forse anche"sgradevole"dq qualcuno che noin vuol fare i conti con il passato, invero recente,, dato che Irving e'ancora"tra noi", come dimostrano molte sciagurate prese di posizione in EUrpa e altrove), a livello di pubblico e per questo la sua proposta in TV(ormai i cine'Ma d'essai sono pochi e, dopo il COVID 19, hanno grandi difficolta'), e quindi il film, a parte i riconoscimenti critici, ha sempre goduto di attenzione scarsa a lviello mediatico, il che la dice lunga su come si gestise un'industria come quella del cinema, legata a doppio(e non solo doppio)filo ai ppteri dominanti. Rachel Weisz e'bravissima, come anche Timothy Spall, nel ruolo da puro e vero"vilain"di Irving, che é'stato anche grottscamente deformato nel trucco(le fotografie di Irving sono decisamente meno"brutte"di come appare sullo schermo). UN'oeprazione efficace, che si spera non destinata all'oblio. El Gato
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[+] quanto mai film importante
(di eugen )
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felicity
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lunedì 17 agosto 2020
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attori superbi e dialoghi intelligenti
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La verità negata è un film con una storia solida alle spalle, ma con un andamento un po’ piatto e prevedibile.
L’indignazione sostiene i primi quaranta minuti, poi il racconto s’indebolisce e un tema di forte impatto si perde tra arringhe convenzionali e dialoghi artificiosi. La Lipstadt, interpretata da Rachel Weisz, è l’unico personaggio che mostra qualche turbamento, mentre gli avvocati si muovono in tribunale come macchine nel traffico. Si rimane frastornati dagli articoli dei codici e il dolore di una tragedia senza pari finisce per fare da cornice.
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La verità negata è un film con una storia solida alle spalle, ma con un andamento un po’ piatto e prevedibile.
L’indignazione sostiene i primi quaranta minuti, poi il racconto s’indebolisce e un tema di forte impatto si perde tra arringhe convenzionali e dialoghi artificiosi. La Lipstadt, interpretata da Rachel Weisz, è l’unico personaggio che mostra qualche turbamento, mentre gli avvocati si muovono in tribunale come macchine nel traffico. Si rimane frastornati dagli articoli dei codici e il dolore di una tragedia senza pari finisce per fare da cornice.
C’era l’occasione per un dramma potente, ma qui l’emozione latita.
Resta comunque un film importante per la serietà del tema e per la qualità con cui è realizzato.
Il regista mette bene in evidenza i meccanismi processuali e la scelta vincente dei legali di inchiodare Irving, dimostrandone la malafede senza giocare la carta dell'emozionalità; la regia è rigorosa, Rachel Weisz tiene in perfetto equilibrio fra ragione e sentimento il suo personaggio, Timothy Spall giganteggia in un Irving di tracotante meschinità; e Tom Wilkinson è l'avvocato che tutti vorremmo: lucido stratega della legge, e insieme uomo indignato e appassionato.
Attori superbi, dialoghi intelligenti e diffuse ricadute ideologiche, 'La verità negata' riconcilia con l'ABC del cinema: schietto, profondo, civile, un film da non perdere. Ancor più in Italia: non abbiamo né questo cinema né questa giustizia.
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felicity
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martedì 11 agosto 2020
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attori superbi e dialoghi intelligenti
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La verità negata è un film con una storia solida alle spalle, ma con un andamento un po’ piatto e prevedibile.
L’indignazione sostiene i primi quaranta minuti, poi il racconto s’indebolisce e un tema di forte impatto si perde tra arringhe convenzionali e dialoghi artificiosi. La Lipstadt, interpretata da Rachel Weisz, è l’unico personaggio che mostra qualche turbamento, mentre gli avvocati si muovono in tribunale come macchine nel traffico. Si rimane frastornati dagli articoli dei codici e il dolore di una tragedia senza pari finisce per fare da cornice.
C’era l’occasione per un dramma potente, ma qui l’emozione latita.
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La verità negata è un film con una storia solida alle spalle, ma con un andamento un po’ piatto e prevedibile.
L’indignazione sostiene i primi quaranta minuti, poi il racconto s’indebolisce e un tema di forte impatto si perde tra arringhe convenzionali e dialoghi artificiosi. La Lipstadt, interpretata da Rachel Weisz, è l’unico personaggio che mostra qualche turbamento, mentre gli avvocati si muovono in tribunale come macchine nel traffico. Si rimane frastornati dagli articoli dei codici e il dolore di una tragedia senza pari finisce per fare da cornice.
C’era l’occasione per un dramma potente, ma qui l’emozione latita.
Resta comunque un film importante per la serietà del tema e per la qualità con cui è realizzato.
Il regista mette bene in evidenza i meccanismi processuali e la scelta vincente dei legali di inchiodare Irving, dimostrandone la malafede senza giocare la carta dell'emozionalità; la regia è rigorosa, Rachel Weisz tiene in perfetto equilibrio fra ragione e sentimento il suo personaggio, Timothy Spall giganteggia in un Irving di tracotante meschinità; e Tom Wilkinson è l'avvocato che tutti vorremmo: lucido stratega della legge, e insieme uomo indignato e appassionato.
Attori superbi, dialoghi intelligenti e diffuse ricadute ideologiche, 'La verità negata' riconcilia con l'ABC del cinema: schietto, profondo, civile, un film da non perdere. Ancor più in Italia: non abbiamo né questo cinema né questa giustizia.
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ennio
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mercoledì 24 luglio 2019
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prevedibile elogio della retorica buonista
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L'intera vicenda processuale de "la verità negata" affronta principalmente il tema della mistificazione storica, e quindi della falsificazione della realtà. In tal senso, il cinema è un'arte da sempre dedicata a questo genere di mistificazione/stravolgimento della realtà, ed è giustificata appunto dal suo fine artistico.
E' quello che è successo in questo film, ove i due protagonisti principali, lo storico David Irving e la storica Deborah Lipstadt, vengono interpretati da due attori che ne stravolgono la fisiologia reale. La Lipstadt appare nelle sembianze della bella Rachel Weisz (mentre nella realtà è una donna piuttosto bruttina) e Irving in quelle di Timothy Spall, attore di aspetto decisamente sgradevole.
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L'intera vicenda processuale de "la verità negata" affronta principalmente il tema della mistificazione storica, e quindi della falsificazione della realtà. In tal senso, il cinema è un'arte da sempre dedicata a questo genere di mistificazione/stravolgimento della realtà, ed è giustificata appunto dal suo fine artistico.
E' quello che è successo in questo film, ove i due protagonisti principali, lo storico David Irving e la storica Deborah Lipstadt, vengono interpretati da due attori che ne stravolgono la fisiologia reale. La Lipstadt appare nelle sembianze della bella Rachel Weisz (mentre nella realtà è una donna piuttosto bruttina) e Irving in quelle di Timothy Spall, attore di aspetto decisamente sgradevole. Ecco perchè è necessario diffidare di quest'arte pur così' affascinante qualìè il cinema quando pretendiamo di leggervi elementi di verità.
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venerdì 25 gennaio 2019
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la verità storica in tribunale?
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La verità storica non si decide in tribunale. Nel dibattito acceso con il negazionista David Irving , Deborah Lipstadt potrebbe anche cadere in qualche colpevole parola diffamatoria. C'è il rischio, seguendo il processo che prende alla gola, che uno spettatore "ingenuo" faccia dipendere la verità storica dalla sentenza.
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pierdelmonte
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mercoledì 22 marzo 2017
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trippo poco inetressante
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Difficile non appassionarsi in un film sull’olocausto ma in questa pellicola di Jackson l’interesse e’ pari a zero, o quasi, certi dettagli che emergono sull’organizzazione e costruzione dei campi di sterminio suscitano anche curiosita’ ma il pathos del tribunale, le facce di avvocati e imputati o accusatori non smuovono, intendo le coscienze, il film lo si guarda purtroppo solo con l’intento di far passare le due ore
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alex62
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giovedì 16 febbraio 2017
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diniego
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Cosa stiamo aspettando?!
Perché l'UE non varà immediatamente un progetto culturale destinato a tutti i settori, a partire dalla Scuola-Università?! È indispensabile iniziare le nuove generazioni al rito della Memoria Storica: nessuno deve rimanere indietro; tutti hanno l'obbligo morale di ricordare e di far ricordare ciò che la verità dei fatti ci ha donato. Non si tratta di una faccenda da “imbianchini”, non è solo la facciata da restaurare, ma l'intera costruzione dell'Europa è da ripensare in termini di responsabilità politica.
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Cosa stiamo aspettando?!
Perché l'UE non varà immediatamente un progetto culturale destinato a tutti i settori, a partire dalla Scuola-Università?! È indispensabile iniziare le nuove generazioni al rito della Memoria Storica: nessuno deve rimanere indietro; tutti hanno l'obbligo morale di ricordare e di far ricordare ciò che la verità dei fatti ci ha donato. Non si tratta di una faccenda da “imbianchini”, non è solo la facciata da restaurare, ma l'intera costruzione dell'Europa è da ripensare in termini di responsabilità politica. Ogni cittadino europeo deve farsi carico di questo obbligo.
Interessante già dal titolo originaledel film: Denial che sarebbe sorretto tradurre “diniego”: termine tecnico della psicoanalisi, inventato da Freud, per intendere quell'atteggiamento che porta il paziente a cancellare, senza rendersene conto dei dati di realtà esterni o interni al soggetto.
Infatti fu uno psicodramma collettivo quello nel quale fummo trascinati fra i due Conflitti Mondiali del '900: la follia si scatenò e invase tutte le strade d'Europa.
Questo è un film importante, supportato da due giganti: Tom Wilkinson e Timothy Spall; e mi dispiace davvero per Rachel Weisz, perché mi è sempre stata molto simpatica, ma il “ring” è troppo affollato da eroi per poter reggere il confronto. Non ne esce malissimo, in fondo, ma chi si erge, in tutta la potenza della sua recitazione PERFETTA, su tutti è Tom Wilkinson.
È lui l'avvocato Richard Rempton che deve difendere la professoressa ebrea-americana Deborah Lipstadt dall'infamante accusa di diffamazione da parte di un negazionista, David Irving, in combutta coi neo-nazi. Quest'ultimo parte da Aushwitz, campo di lavoro in territorio polacco, trasformato solo in un secondo tempo in capitale della “soluzione finale” di Heydrich-Hitler tra il 1944 e il 1945. Per questo motivo e perché le SS rasero al suolo i forni crematori per cancellare le tracce dell'orrore perpetrato, Irving sperava di poter dimostrare che la Shoah, cioè l'olocausto di sei milioni di Ebrei, fosse solo una leggenda.
Il film è una cronaca girata a meraviglia del processo davanti ad una corte londinese: tutto esattamente come accadde tra il 1996 e il 2000.
Oltre ai tre protagonisti figurano benissimo comprimari da favola.
È il classico film che dovrebbe essere proiettato in tutti gli Istituti Superiori, con dibattito e compito in classe.
Non dobbiamo dimenticare ciò che è avvenuto nel cuore della civilissima Europa appena all'epoca dei nostri nonni (per me genitori), per acongiurare ogni pericolo venturo di derive autoritarie, di negazione dei diritti umani, di torture e morte comminate senza alcun controllo e per l'orrendo gioco del potere.
Perché i lupi sono stati solo dispersi, un branco affamato e crudele potrebbe, da un giorno all'altro, ritornare a predare il bene più prezioso che condividiamo e tramandiamo: la nostra umanità.
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riccardo tavani
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mercoledì 1 febbraio 2017
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realtà e negazione di auschiwitz alla sbarra
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C’è una questione, davvero cruciale, che attiene al nocciolo non tanto storico, quanto filosofico del film La verità negata. Come si sa esso ricostruisce una vicenda processuale che ha segnato l’ordinamento giuridico inglese. Abbiamo dunque qui rappresentata una doppia vicenda storica. Quella di un processo giudiziario e quella dei campi di stermino, che sono l’oggetto del giudizio. Il racconto quindi, fin dall’inizio, si trova sul terreno naturale del genere cinematografico detto legal drama. La complessità sia della strategia e della tattica nelle udienze quotidiane, sia del contenuto in giudizio – la Shoah – pongono dunque il film su un piano tecnico ad alto impatto cinematografico.
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C’è una questione, davvero cruciale, che attiene al nocciolo non tanto storico, quanto filosofico del film La verità negata. Come si sa esso ricostruisce una vicenda processuale che ha segnato l’ordinamento giuridico inglese. Abbiamo dunque qui rappresentata una doppia vicenda storica. Quella di un processo giudiziario e quella dei campi di stermino, che sono l’oggetto del giudizio. Il racconto quindi, fin dall’inizio, si trova sul terreno naturale del genere cinematografico detto legal drama. La complessità sia della strategia e della tattica nelle udienze quotidiane, sia del contenuto in giudizio – la Shoah – pongono dunque il film su un piano tecnico ad alto impatto cinematografico. Le varie sedute e schermaglie appaiono come una vertiginosa partita a scacchi, giocata tra due abilissimi grandi campioni. Non c’è alcuno spazio per altri temi, protagonisti e neanche per sentimenti ed emozioni che non siano quelle delle tensioni, delle suspense, derivanti dai colpi, contraccolpi, successi e rovesci dello svolgimento processuale. È ridotta dentro il mero recinto del filo logico spinato, freddamente razionale la stessa enormità-abnormità esistenziale, morale, storica, politica e filosofica che fu Aushwitz, ossia lo sterminio di milioni di ebrei, zingari, dissidenti, omosessuali, handicappati fisici e mentali, seguaci di altre fedi. Esclusione che provoca le proteste sia della loro assistita, - la professoressa Deborah Lipstad - sia dei sopravvissuti presenti in aula. La questione cruciale è dunque questa: ma la forma tecnica fu davvero secondaria rispetto al contenuto dello sterminio? Sia la dimensione di massa sia quella di qualità – ossia la sperimentazione della riduzione dell’umano al sub umano – furono in realtà possibili solo grazie a pianificazione tecno-scientifiche dalle dimensioni così ampie e meticolosamente dettagliate nello stesso tempo, che mai erano mai apparse prima nella storia umana. È come se quell’intervento in senso tecnico-bellico degli alleati sugli insanguinati campi di battaglia del Vecchio Continente, proseguisse ora tra i nobili, austeri scranni di un tribunale britannico per mezzo del più elevato portato di tecnica, prassi e dottrina della civiltà giuridica occidentale. Quello che pone dunque il contenuto di questo film in termini di verità e menzogna in senso extra morale (citando Nietzsche),è proprio la sua precipua forma di legal drama, in quanto quel processo in tribunale, quella messa alla sbarra del negazionista, hitleriano e antisemita David Irving, è il procedimento stesso di accertamento e affermazione del reale, che l’intera, attuale epoca umana ha ormai fatto proprio.
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loland10
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venerdì 25 novembre 2016
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documento-verità
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La verità negata” (Denial, 2016) è il sesto film del regista inglese Mick Jackson.
Un film documento molto ben impaginato senza una inquadratura in più, essenziale, schematico e lineare. Tutto in un ‘aplomb’ arcaicamente classico e mai vetusto per un salotto da cerimonia teatrale mentre si sorseggia un te pomeridiano. Un liquido con una sola zolletta di zucchero mentre il resto è algido, tetro, soffuso e alquanto parsimonioso nell'eccedere oltre. Un linguaggio candidamente salubre e freddamente incisivo: un paio di parole fuori dal contesto. E chi sa se calpestare (‘m…..’) un pezzo di metallo uncinato, mentre si tocca il suolo ‘cimitero’ di Auschwitz, è solo un ricordo o un segno da conservare per la causa oppure essere traditi dalle parole e dagli sguardi in una giornata processuale (‘ma che c….
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La verità negata” (Denial, 2016) è il sesto film del regista inglese Mick Jackson.
Un film documento molto ben impaginato senza una inquadratura in più, essenziale, schematico e lineare. Tutto in un ‘aplomb’ arcaicamente classico e mai vetusto per un salotto da cerimonia teatrale mentre si sorseggia un te pomeridiano. Un liquido con una sola zolletta di zucchero mentre il resto è algido, tetro, soffuso e alquanto parsimonioso nell'eccedere oltre. Un linguaggio candidamente salubre e freddamente incisivo: un paio di parole fuori dal contesto. E chi sa se calpestare (‘m…..’) un pezzo di metallo uncinato, mentre si tocca il suolo ‘cimitero’ di Auschwitz, è solo un ricordo o un segno da conservare per la causa oppure essere traditi dalle parole e dagli sguardi in una giornata processuale (‘ma che c…. è sucesso’) è solo pausa di una riflessione per chi ascolta. Ecco un film all'inglese (nel senso letterale) dove ogni cosa è perfettamente a suo posto e dove ogni scalpitio, bevuta, microfono, rigurgito, falso, domanda, vestiario può essere di troppo e futile di fronte alle gocce d’acqua che cadono, con un rumore silenziosamente assordante, dai fili spinati di Birkenau. Luogo che non ha bisogno di risposte e vuole verità senza domande per un atto menzognero di fronte alla Storia.
Ci troviamo tra il 1996 e il 2000 quando avvenne il processo legale tra la scrittrice-saggista di Manhattan Deborah Lipstadt e lo ‘storico’ britannico negazionista dell’Olocausto David Irving in merito alle diffamazioni contro la newyorkese e alla sua casa editrice (‘Penguin Books’).
Un film di sottrazione di movimento dove la cinepresa segue chi deve dire, confutare e controbattere; volti e facce che si delineano con modi asettici e intonati, con interazioni e sguardi scheletrici, spaventati e laboriosi dentro. Una pellicola dove l'onta del dolore e del ricordo lancinante si schiudono in un processo di vigoria annullata e di screzi lealmente inorriditi da una storia che ha bisogna non del vero in quanto tale ma del sentire l'altro menzognero per dare voce sentita ai sopravvissuti silenziosi; e tutto è accollo al servizio del l'intelligenza forense inglese. Si segue alla lettera ogni passaggio, rigo, giorno e udienza fino ad una sentenza definitiva che annulla il negazionismo e marchia di ‘antisemitismo’ e ‘razzismo’ la vita dello storico britannico David Irving.
Come non respirare il tempo annullato e senza incanto tra il baratro dei forni del Campo della morte e l’orologio con la lancetta dei secondi che scandisce inesorabilmente l’inizio di ogni udienza alle ore dieci, Un gioco machiavellicamente atroce, con un disincanto sperduto e acido, per il feretro perenne di Auschwitz dove il recinto lunghissimo deve essere guardato (e contato) passo per passo dall’avvocato Richard Rampton (Tom Wilkinson) che vince, prima di ogni udienza, la battaglia contro Deborah per convincerla a stare zitta, ferma e non andare oltre ogni suo voglia di frenesia. La vittoria va presa con le parole che negano.
Rachel Weitz (Deborah Lipstadt) tiene il suo ruolo con viva forza e non cade mai nel recitare a vuoto; tutto il cast, come ogni personaggio che lavora con l’avvocato del foro, sono efficaci, sobri e di un’alchimia precisa al racconto da dare. Anche i passaggi esterni al dibattito processuale sono in quantità minima, mai un eccesso e mai un dito che scardina la ben coordinata regia all'uopo ‘storico’.
Voto: ***½
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flaw54
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giovedì 24 novembre 2016
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il biopic di un processo
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Un film che deve essere visto, perché tratta di un argomento drammatico, il negazionismo, riportando inmodo preciso e dettagliato il processo che in fondo lo ha reso un reato. Attori in parte con un grande Wilkinson sceneggiatura senza spunti, sobria, equilibrata e realista. Qui non conta l' originalità, ma la certezza del vero.
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