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stalkerzoe
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martedì 22 maggio 2012
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estetizzazione del genocidio
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"Guardate in "Kapò"( di Gillo Pontecorvo) l'inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l'uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l'alto, avendo cura di porre una mano alzata esattamente in un angolo dell'inquadratura, ebbene quest'uomo merita solo il più profondo disprezzo" Jacques Rivette Cahiers du Cinema n.120 Giugno 1961
La locandina di Mare Chiuso sintentizza bene l'opera filmica: una fotografia degna degli scatti di Fontana dove il colore smarmella i confini degli oggetti e prende il sopravvento.
La minuziosa cura della fotografia viene valorizzata grazie alla suntuosa color correction made in Technicolor, grazie al supporto della Open Society Foundations dello speculatore finanziario new global George Soros.
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"Guardate in "Kapò"( di Gillo Pontecorvo) l'inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l'uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso verso l'alto, avendo cura di porre una mano alzata esattamente in un angolo dell'inquadratura, ebbene quest'uomo merita solo il più profondo disprezzo" Jacques Rivette Cahiers du Cinema n.120 Giugno 1961
La locandina di Mare Chiuso sintentizza bene l'opera filmica: una fotografia degna degli scatti di Fontana dove il colore smarmella i confini degli oggetti e prende il sopravvento.
La minuziosa cura della fotografia viene valorizzata grazie alla suntuosa color correction made in Technicolor, grazie al supporto della Open Society Foundations dello speculatore finanziario new global George Soros.
Il fine nobile è dichiarato sin dall'inizio: portare nelle sale, al grande pubblico, un argomento scomodo e mal sopportato dagli italiani, in questo caso ben rappresentati dal proprio governo.
A parte l'incipit, che accoglie nella forma cinematografica le riprese dei telefonini dei migranti durante la traversata, il corpo centrale dell'opera indugia sulla quotidinità nel campo profughi al confine libico.
Le inquadature prolungate sul radersi la barba, il tempo dell'attesa cristallizzato su un letto o il passaggio delle nuvole diventano dei quadri di colore, fa quasi venire voglia di organizzare una settimana valtur in un campo profughi.
Il taglio divulgativo raggiunge il suo climax nella carrambata pornografica finale del padre respinto e sua figlia che si incontrano per la prima volta durante le riprese del film, con tanto di lacrime annesse. Come in altre opere, si scade nel finale personalistico e privo di prospettive politiche.
Segre e Liberti non meritano il nostro più profondo disprezzo, ma un approfondimento alla storia del cinema renderebbe il nobile progetto divulgativo meno grossolano e più divulgato, anche se non fosse adatto al pomeriggio di canale 5.
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renato volpone
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sabato 24 marzo 2012
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film documentario
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Film che racconta le conseguenze dei respingimenti da parte del Governo italiano dei profughi somali e eritrei in Libia. Si basa sostanzialmente su interviste ai profughi. Le intenzioni sono buone, peccato che la lentezza dei racconti, la scelta delle musiche, il montaggio, facciano sembrare il tutto come una cartolina di c'è posta per te. Certo la produzione a budget ridotto non poteva permettersi grandi cose, ma scene di repertorio e una visita alle carceri libiche forse avrebbero reso piu incisivo il messaggio. Soporifero.
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(di stalkerzoe)
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