Io la conoscevo bene

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Omologati al destino dei perdenti Valutazione 4 stelle su cinque

di no_data


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sabato 21 giugno 2014

“Io la conoscevo bene”è senza dubbio uno dei ritratti femminili più toccanti dell’intera cinematografia italiana: uno dei tanti che Pietrangeli amò ‘dipingere’ sullo schermo spinto non dall’attenzione per la donna in quanto tale, ma dal convincimento che il suo corpo e lo stile di vita fossero gli ‘strumenti’ più efficaci per raccontare la trasformazione in atto nella nuova società italiana protagonista del ‘boom’ con la quale si sono confrontati inevitabilmente i maggiori autori degli anni ’60.
Adriana è una ragazza omologata all’ultima moda del tempo, non una ‘stella’ artefatta, ma una creatura modesta e verace, una figura familiare, una ragazzotta semplice, con goffi atteggiamenti da diva. È una delle tante, una del popolo, una donna libera, ma non per questo un’eroina o una femme fatale, normale, persino banale, figlia di una famiglia proletaria di campagna, con la madre austeramente coperta da uno scialle nero, che si è appena inserita con le proprie forze nella classe piccolo-borghese. È, ancora, una sprovveduta ma non incolpevole vittima di una società che la ferisce e a cui cerca di adeguarsi nell’unico modo che conosce: cambiando vestito e pettinatura dopo ogni fallimento.
È protagonista di un’indipendenza faticosa e modesta, di ambizioni ingenue e comuni, come la già sfiorita Pina di “La visita” (1964) desiderosa di una sistemazione matrimoniale, con la sua villetta a schiera in provincia, i suoi interni così orgogliosamente ordinari, pieni di paccottiglia e di libri acquistati per corrispondenza. È una donna sola, ma non trova un affetto sicuro e stabile proprio perché è libera e indipendente e, dal canto suo, non si sente più costretta, socialmente ed economicamente, ad accontentarsi del primo che le capita.
“Io la conoscevo bene”è un film sui sogni infranti di una delle tante ragazze che negli anni del ‘boom’ dell’industria cinematografica nazionale aspiravano a diventare dive dello schermo. È, anche, un film su Roma e la sua fabbrica di sogni, che tramuta il ritratto onirico della dorata ‘dolce vita’ che Fellini aveva tratteggiato pochi anni prima in un tragico atto di denuncia contro il regno incantato dello spettacolo, con le sue pazze feste e le subdole lusinghe.
La società dello show business è un ambiente volgare, cinico e spietato, popolato di maschere viscide e patetiche, come il talent scout da strapazzo che cerca senza successo di lanciare Adriana, e l’attore fallito protagonista di una scena grottescamente dolorosa in cui si esibisce come un barboncino ammaestrato per il divertimento sadico del divo onnipotente della festa, pur di ottenere una scrittura. È questo il mondo che sfrutta e raggira l'ingenuità della protagonista, in un crescendo drammatico che, sommando le delusioni professionali a quelle amorose, conduce la storia verso il tragico finale.
Uno degli ultimi episodi che compongono il quadro, in una altalena crudele che fa assaporare alla protagonista l’illusione del successo a portata di mano, e poi la ributta giù, nel baratro della sconfitta e della mortificazione, condanna esplicitamente l’artificio dello spettacolo che manipola e distrugge la naturale spontaneità. Il montaggio del servizio per un cinegiornale, girato a una festa per lanciare Adriana, trasforma la sua breve intervista in una parodia ridicola e imbarazzante, montata ad arte per il divertimento degli spettatori in sala. L’ingenua ragazza, che pensava di godersi il suo riscatto con le ex-colleghe maschere del cinema, si trova a ricevere l’ultima, fatale, umiliazione.
Il titolo del film pone un interrogativo curioso e intrigante, e, insieme anticipa, con il verbo al passato, il tragico destino della protagonista. Chi è quell’‘io’ che ‘conosceva bene’ Adriana? Forse uno dei numerosi amanti e praticoni del mondo dello spettacolo che si sono presi gioco di lei; oppure, è un ‘io’ corale delle tante donne che, come lei, vivono di espedienti; o, molto più probabilmente, è lo stesso autore del ritratto pieno di partecipazione e di pietà, che, sin dal titolo, ha voluto renderle la dignità che apparentemente le manca, sottintendendo che la gran parte della colpa di quel che le è capitato è della giungla spietata che il mondo, già allora, stava diventando, nella quale lei si muove da sola in mezzo ad una moltitudine di ‘cacciatori’ di creature indifese.
Tra un incontro mondano e l’altro, Adriana si ritrova sempre sola nel suo appartamento, con l’unica compagnia del giradischi. Balla da sola, da sola ascolta le canzoni di successo del momento, in continuazione, per distrarsi fino allo stordimento, evitando così di pensare, di rimanere sola con se stessa. Una di esse, scelta da Pietrangeli in funzione diegetica, sembra proprio una sintesi della sua storia: “Non hai saputo tenerti niente, neanche un amico sincero…tutto hai perduto anche l’amore, buttato via dalle tue mani, mani bucate”.
Uno dei suoi amanti, uno scrittore, annota:Il fatto è che le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità, non si sorprende mai. Le umiliazioni non le sente... Eppure, povera figlia, dico io, gliene capitano tutti i giorni...le scivola tutto addosso senza lasciare traccia, come su certe stoffe impermeabilizzate. Ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana. Per lei ieri e domani non esistono, non vive neanche giorno per giorno perché già questo la costringerebbe a programmi troppo complicati. Perciò vive minuto per minuto: prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività. Per il resto è volubile, incostante, ha sempre bisogno di incontri nuovi e brevi, non importa con chi. Con se stessa, mai”.
L’incontro con se stessa, alla fine, accade fatalmente: proprio in quell’appartamento e in quella solitudine si consuma tutto in una volta il dramma esistenziale della protagonista. Adriana prima si toglie l’ennesima parrucca, simbolo di tutte le sue illusioni, e poi si toglie la vita, dando alla propria esistenza irrequieta una risoluzione definitiva. Perché, forse, non è vero che non sente le umiliazioni, e questo gesto finale le restituisce tutta la dignità che le è stata tolta dal mondo che la circonda.
“Ne esce un acuto ritratto dell’Italia anni Sessanta, malinconico e cattivo, pieno di millantatori, arrivisti e volgari seduttori che gravitano tutti intorno al ‘gran’ mondo del cinema e della pubblicità.”(Mereghetti, a cura di, “Dizionario dei film”, Milano, 1993)
 
Salvatore Currieri, "Lo specchio degli anni '60 - Il cinema e la società di un decennio fondamentale"

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