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eugenio
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lunedì 23 marzo 2026
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la ricerca di s? tramite il cammino
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Una Basilicata aspra, lontana dai percorsi turistici, su sentieri da percorrere a piedi trasformando sé stessi e anche il prossimo alla ricerca del famoso pino loricato del Pollino. Non è un coast to coast e nemmeno un cammino di Santiago, quanto un film di redenzione di chi, guidando uno sparuto gruppo di donne, migliora in fondo la propria esistenza. È un bene comune in fondo, di nome e di fatto, l’ultima fatica di Rocco Papaleo, che interpreta Biagio, una guida del parco nazionale del Pollino, chiamato a condurre un gruppo di detenute in gita premio, ognuna con le loro sfaccettature, a vedere quel simbolo di tenacia e resilienza che è appunto il pino loricato.
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Una Basilicata aspra, lontana dai percorsi turistici, su sentieri da percorrere a piedi trasformando sé stessi e anche il prossimo alla ricerca del famoso pino loricato del Pollino. Non è un coast to coast e nemmeno un cammino di Santiago, quanto un film di redenzione di chi, guidando uno sparuto gruppo di donne, migliora in fondo la propria esistenza. È un bene comune in fondo, di nome e di fatto, l’ultima fatica di Rocco Papaleo, che interpreta Biagio, una guida del parco nazionale del Pollino, chiamato a condurre un gruppo di detenute in gita premio, ognuna con le loro sfaccettature, a vedere quel simbolo di tenacia e resilienza che è appunto il pino loricato. E così che questa stranita guida si mette in cammino con quattro donne dai caratteri diversi: dalla cantautrice vendicativa all’hacker; dall’infermiera rapinatrice alla donna succube di un marito violento. Ad esse si aggiunge un nipote ventenne incapace di capire che fare del suo futuro e un’attrice di non molto successo (Vanessa Scalera bravissima) che gestisce una casa di recupero, di antieroine di un mondo che sembra volerne fare a meno.
Con un cast di eccellenti attrici, Scalera, Saponangelo, in testa, Il bene comune rompe la quarta parete e ci mostra, dall’intento lodevole di un recupero di legami cui il cammino è trait-union, la fatica di chi cerca di entrare in un gruppo vincendo le proprie remore. E lo fa raccontando una storia, mixando panorami suggestivi al teatro-canzone, poeticamente avvinto a un tempo sospeso che, oggigiorno, dovremmo imparare a recuperare. Da vedere.
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lizzy
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domenica 12 luglio 2026
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mal comune nessun gaudio.
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Giusto il commento che ho letto, in linea anche con le recenti dichiarazioni di Christian De Sica: il "politically correct" sta uccidendo il cinema.
E non solo il cinema.
Questo film, facili moralismi a parte, non fa niente per entusiasmare, per emozionare, per ammaliare lo spettatore. Non ci sono pugni forti nello stomaco o storie veramente realistiche.
Le (poco) allegre detenute non sono così cattive come dovrebbero essere (Vedi la Saponangelo che in pochi istanti da tipo intrattabile diventa un docile agnellino), lo stesso Papaleo ripercorre con la sua recitazione decine di strade già battute. La musica poi per me è banale e non aggiunge nulla, ma forse addirittura toglie molto, all'economia dell'opera tutta.
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Giusto il commento che ho letto, in linea anche con le recenti dichiarazioni di Christian De Sica: il "politically correct" sta uccidendo il cinema.
E non solo il cinema.
Questo film, facili moralismi a parte, non fa niente per entusiasmare, per emozionare, per ammaliare lo spettatore. Non ci sono pugni forti nello stomaco o storie veramente realistiche.
Le (poco) allegre detenute non sono così cattive come dovrebbero essere (Vedi la Saponangelo che in pochi istanti da tipo intrattabile diventa un docile agnellino), lo stesso Papaleo ripercorre con la sua recitazione decine di strade già battute. La musica poi per me è banale e non aggiunge nulla, ma forse addirittura toglie molto, all'economia dell'opera tutta.
Le scene sono al limite del puerile, i dialoghi sembrano scritti da Mago Zurlì.
E poi sempre questa Basilicata in tutte le salse: capisco bene il sentimento di Papaleo, ma basta adesso... ha stufato.
Alcuni momenti poi sono al limite dell'esilarnte, tipo il caso dello "shock anafilattico": gestito così male, sia in fase recitativa che risolutiva, che sembra uno di quei compitini fatti velocemente per riempire in qualche modo il quaderno da portare in classe il giorno dopo.
C'è anche la storia dei "quadretti" in bianco: così "eterei" tanto che alla fine ero tentata di pensare che fossero morti tutti e non si fosse salvato nessuno e i siparietti musicali fossero una specie di corollario al tutto.
La stessa scena finale, col Papaleo tutto in tiro accompagnato nel pulmino dalla Scalera tutta in bianco lo suggeriva....
E arrivata a questo punto non ho più idea se ho ragione io o se il tutto è un divertissment del Papaleo, sempre convinto di inserire una qualche impronta personale musicale nelle pellicole dove recita e/o dirige.
Un mio giudizio finale riassuntivo?
Un film che non porta nulla, non da niente, non giustifica gli oltre 100 minuti persi nella visione.
Magari se le storie fossero state più crude, i momenti salienti più ficcanti, la recitazione più convinta (la Pandolfi peggiora di anno in anno: adesso sembra mia nonna in carrozzella dopo una crisi di demenza senile e la Scalera se recita sempre così non saprei come ottiene il successo che ha con la fiction RAI che la vede protagonista. Certo il Papaleo desidera dare un tocco ironico, anzi "intellettual-ironico" al tutto... ma che gran paio di scatole!
Ma così per me è un "no go".
Forse un vecchio film di Totò, stravisto milioni di volte, sarebbe stato meglio...
P.S. Ma possibile che in questi film non ci sia mai nessuno veramente soddisfatto della Vita e senza grossi problemi?
Capisco che la cosa è fatta apposta, ma...che angoscia!
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francesca meneghetti
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sabato 21 marzo 2026
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un po'' troppo politically correct
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“Il bene comune”, che è anche piacevole e originale, è anzitutto un film all’insegna del politicamente corretto. Ci sono sette personaggi, di cui due maschi, che hanno in comune un fallimento, spesso tragico, e, nel caso delle quattro detenute, motivato da cause di forza maggiore, essendosi trovate, in quanto vittime di violenze, soprusi, inganni, a reagire sul terreno dell’illegalità. La quinta donna, Raffaella, impersonata da una Vanessa Scalera che buca lo schermo, sia pure con una solarità e una dolcezza che il suo personaggio di Imma Tataranni ha oscurato, è un’attrice ecologista ma di scarso successo, che fa animazione teatrale nel carcere.
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“Il bene comune”, che è anche piacevole e originale, è anzitutto un film all’insegna del politicamente corretto. Ci sono sette personaggi, di cui due maschi, che hanno in comune un fallimento, spesso tragico, e, nel caso delle quattro detenute, motivato da cause di forza maggiore, essendosi trovate, in quanto vittime di violenze, soprusi, inganni, a reagire sul terreno dell’illegalità. La quinta donna, Raffaella, impersonata da una Vanessa Scalera che buca lo schermo, sia pure con una solarità e una dolcezza che il suo personaggio di Imma Tataranni ha oscurato, è un’attrice ecologista ma di scarso successo, che fa animazione teatrale nel carcere. In coerenza con il suo leit motiv teatrale (l’identificazione tra l’essere umano e l’albero), organizza una gita ambientalista per far vedere alle sue quattro allieve un pino loricato del parco del Pollino: pianta resistente e longeva, da record. Perciò metafora della resistenza alle avversità della vita.
Raffaella si avvale del supporto di una guida ambientale, Biagio Riccio (Rocco Papaleo, che appare come interprete oltre che regista). Anche lui ha un passato doloroso: ha dovuto lasciare l’esercito, dove era preparatore atletico, per aver rispettato le regole, senza cedere alle minacce di un generale che voleva proteggere il figlio, allievo ufficiale, e trasgressore. Biagio porta con sé il nipote ventenne, irrisoluto sul da farsi nella vita (ma anche lui traumatizzato).
Il racconto della gitarella procede alternando tre strati temporali: i flashback, ovvero i ricordi spesso risvegliati da una sensazione, restituiscono la storia dei personaggi, quindi il passato; il presente è dato dalle tappe dell’escursione, che, a un certo punto si fa drammatica e costringe tutti ad attingere al loro lato migliore in nome del “bene comune” (nella realtà non accade sempre così); il terzo strato potrebbe essere il futuro radioso che tutti sognano, oppure una dimensione puramente idealizzata, in cui tutti i personaggi biancovestiti fluttuano accompagnati dalla musica (il jazz di Michele Braga, colonna portante del film).
Si alternano, con gradevolezza, anche momenti lievi e ironici e momenti drammatici, ma il moralismo di stampo manzoniano, in salsa laica, stempera l’entusiasmo.
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