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no_data
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domenica 2 gennaio 2022
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si può fare molto, ma molto di più con poco più
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Ho visto questo film convinta dalla buona classificazione di Mymovies: speranze ampiamente disattese.
Film scontato, con una regia elementare (basti pensare all'introduzione del monaco a cavallo con il sottofondo di musica western che nemmeno un novellino avrebbe utilizzato), recitazione a tratti grottesca con il fine sperato di far sorridere, ma senza riuscire ad ottenere l'intento (d'altronde, in un film di questo tipo una risata scontata alla Vanzina poco ci sta). Caratteri dei personaggi per nulla approfonditi, la maggior parte di loro esagerati, irreali.
Tirare dritto.
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onufrio
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giovedì 21 maggio 2020
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il posto che non c'è
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Il regista, Emanuele Caruso, ispirandosi a tre storie vere, unisce le vicende assemblandole nella splendida e paradisiaco location fra i monti dove regna il silenzio. Una sorta di percorso spirituale che accompagna i protagonisti, e gli spettatori ad una riflessione sul senso della vita, senza però riuscire ad andare oltre, rimanendo sospesi nel silenzio delle montagne. Un film dal grosso potenziale che non riesce ad esprimersi nella sua totale interezza.
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fabal
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lunedì 14 maggio 2018
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una riflessione sfumata
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Gea è una ragazza malata di cancro giunta in Val Grande dalla Capitale: accompagnata dal suo amico Martino, cerca un medico che ha sperimentato alcune cure alternative. Il dottor Mastroianni, però, vive da eremita in una specie di comunità sperduta tra i monti, riunita attorno a Padre Sergio, a circa due ore di camminata dal paese più vicino.
Estasiato dalla visione de Il vento fa il suo giro alcuni fa, la mia aspettativa era di un "realismo magico" simile a quello del film di Giorgio Diritti, perfettamente calato nel luogo del racconto di cui il regista conservava il chiaroscuro delle abitazioni in pietra, il dialetto sottotitolato degli attori non-professionisti e una dimensione sensoriale di altissimo livello.
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Gea è una ragazza malata di cancro giunta in Val Grande dalla Capitale: accompagnata dal suo amico Martino, cerca un medico che ha sperimentato alcune cure alternative. Il dottor Mastroianni, però, vive da eremita in una specie di comunità sperduta tra i monti, riunita attorno a Padre Sergio, a circa due ore di camminata dal paese più vicino.
Estasiato dalla visione de Il vento fa il suo giro alcuni fa, la mia aspettativa era di un "realismo magico" simile a quello del film di Giorgio Diritti, perfettamente calato nel luogo del racconto di cui il regista conservava il chiaroscuro delle abitazioni in pietra, il dialetto sottotitolato degli attori non-professionisti e una dimensione sensoriale di altissimo livello. La terra buona di Emanuele Caruso sceglie di avvalersi di una dimensione più "generica" della comunità montana, senza il taglio documentaristico di un paese realmente esistente, sostituendo gli abitanti veraci con attori neanche troppo bravi il cui spettro di accenti attraversa un po' tutto lo stivale. Particolarrmente stonato con quello che dovrebbe essere un rilassante e incontaminato parco alpino è il romanesco urlato e invasivo di Cristian di Sante, che a tratti costituisce (purtroppo) l'unica voce trascinante di una recitazione un po' masticata, confusa nei diloghi corali, se non addirittura caricaturale: i tre paesani che scoprono il nascondiglio del medico ricercato e uccidono l'asina (la povera Dolores) come avvertimento, sembrano criminali da strapazzo da cartone animato.
Il film parte piuttosto bene, cercando di rapire lo spettatore con la suggestione della splendida location e un certo mistero intorno all'introversa figura di Mastro, interpretato da Fabrizio Ferracane, il cui personaggio entro le righe è forse l'unico a funzionare insieme alla perfetta barba di Giulio Brogi nei panni di Padre Sergio.
Poi, però, un'evanescenza di fondo grava su tutta la vicenda, trasudando una generale debolezza di tutte le tematiche che La terra buona allestisce senza portare a compimento. La spinosa questione sulle cure alternative al cancro, che sulle prime sembra essere l'oggetto centrale della riflessione, è di fatto lasciata in sospeso da Caruso che (forse saggiamente) non prende una posizione ma lascia sfumare in un generico accenno ai beveroni macrobiotici e alla vita sana: non si capisce in cosa effettivamente consista la cura di Mastro e se abbia gli effetti sperati. Anche la dimensione "spirituale" in cui si muove l'eremo di Padre Sergio rimane poco definita e mescola panteismo, cristianesimo, animismo, senza lasciare un vero messaggio.
Il finale aperto, pur non rispondendo a nessuna delle domande poste dal film, comunque non delude.
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carlafed
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lunedì 14 maggio 2018
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tutto sommato piacevole
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Devo ammettere che un po' di delusione c'è stata, dopo le aspettative create dal trailer, la pubblicità e la storia avventurosa per la realizzazione. Il film è piacevole, leggero direi, in contrasto con l'argomento forte, e anche tragico. Il che è un vantaggio, esci un po' vuota, ma rilassata.
A causa delle ingenuità della sceneggiatura, la storia assume il tono di una favola in cui gli elementi si amalgamano in modo discontinuo e in cui non occorre ci sia niente, ma proprio niente, di credibile. Una valle lontana dalla civiltà, ma dotata di notevole comfort (si intuisce ci sia persino l'elettricità), neppure tanto distante da una ferrovia piccola, ma efficiente, e chi ci arriva non lo fa per caso o per scelta, ma per un passa parola che sa un po' di raccomandazione.
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Devo ammettere che un po' di delusione c'è stata, dopo le aspettative create dal trailer, la pubblicità e la storia avventurosa per la realizzazione. Il film è piacevole, leggero direi, in contrasto con l'argomento forte, e anche tragico. Il che è un vantaggio, esci un po' vuota, ma rilassata.
A causa delle ingenuità della sceneggiatura, la storia assume il tono di una favola in cui gli elementi si amalgamano in modo discontinuo e in cui non occorre ci sia niente, ma proprio niente, di credibile. Una valle lontana dalla civiltà, ma dotata di notevole comfort (si intuisce ci sia persino l'elettricità), neppure tanto distante da una ferrovia piccola, ma efficiente, e chi ci arriva non lo fa per caso o per scelta, ma per un passa parola che sa un po' di raccomandazione. La malattia è presente, ma in fondo non fa tanto male. Come le cure alternative, che ancora non sappiamo se sono efficaci, ma almeno non avvelenano. E poi ci sono i cattivi, un po’ goffi come nei fumetti. La tiritera del carabiniere non l’abbiamo capita (io e i miei compagni di visione), se era una satira della burocrazia legale, ho sentito di meglio.
Certo i luoghi sono talmente belli e scenografici che sarebbe stato molto difficile sbagliare le riprese. La recitazione degli attori è schietta e generosa, ma così poco sorretta dal testo, che finisce per somigliare a una recita di dilettanti, in cui tutti danno il meglio anche se sanno molto bene che il loro mestiere è un altro. Il finale sembra una citazione del grande Saramago. Chissà se Emanuele Caruso lo ha letto, Saramago. Il regista ha grinta da vendere, quindi si consiglia una cura multivitaminica, con una base di Rossellini De Sica e compagni, qualche dose di Paolo ed Emilio Taviani e tanto tanto Olmi.
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agostinocullati
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giovedì 3 maggio 2018
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“la terra buona”, bellezza e fragilità di cui pren
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C’è qualcosa che rende grande una musica, un quadro, uno scritto o un film? Sì, c’è. Se il suo autore ci ha messo il cuore. Può avere difetti tecnici anche importanti, ma resterà per sempre, comunque, una piccola perla che saprà rilucere e illuminare i nostri bui. Aver qualcosa di proprio da dire, riconoscere le proprie emozioni e prendersene cura. Elaborare un pensiero, un punto di vista personale. E mettere insieme i pezzi, condividendo l’opera di assemblaggio con altri buoni compagni di viaggio. In attesa che il miracolo si compia, che l’esperienza individuale divenga universalizzabile. Sembrerebbe la cosa più elementare che c’è, ma nell’oggi in cui siamo immersi, così drammaticamente scandito dall’imperativo categorico dello “share/condividi” che ritma sincopato a colpi di “mi piace” le nostre giornate, portare all’attenzione del mondo una propria visione delle cose, una personale weltanschauung, è roba forte e coraggiosa, che merita attenzione e protezione.
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C’è qualcosa che rende grande una musica, un quadro, uno scritto o un film? Sì, c’è. Se il suo autore ci ha messo il cuore. Può avere difetti tecnici anche importanti, ma resterà per sempre, comunque, una piccola perla che saprà rilucere e illuminare i nostri bui. Aver qualcosa di proprio da dire, riconoscere le proprie emozioni e prendersene cura. Elaborare un pensiero, un punto di vista personale. E mettere insieme i pezzi, condividendo l’opera di assemblaggio con altri buoni compagni di viaggio. In attesa che il miracolo si compia, che l’esperienza individuale divenga universalizzabile. Sembrerebbe la cosa più elementare che c’è, ma nell’oggi in cui siamo immersi, così drammaticamente scandito dall’imperativo categorico dello “share/condividi” che ritma sincopato a colpi di “mi piace” le nostre giornate, portare all’attenzione del mondo una propria visione delle cose, una personale weltanschauung, è roba forte e coraggiosa, che merita attenzione e protezione.
È il caso del lungometraggio “La Terra Buona”, opera seconda del giovane regista (classe 1985) Emanuele Caruso. Qui c’è salvezza perché c’è l’anelito a costruire mondi individuali/interiori e condivisi/collettivi non sottomessi all’unica legge del profitto e della reificazione di ogni rapporto uomo-uomo e uomo-natura. Non è banalmente un film new-age, né tantomeno sulle cure alternative. Si parla di cancro e si tenta di curarlo, ma nelle intenzioni del regista il vero cancro è quello che ci ha resi duri e insensibili alla bellezza così come al dolore, ebbri e orgogliosi di ignoranza esibita, sarcastici cronici per disperazione e mancanza di nuovi orizzonti possibili, verbosi all’inverosimile, ma con un vocabolario cognitivo e sentimentale ridotto a fondo di spazzatura. Ne “La Terra Buona” c’è una possibile via d’uscita dal labirinto perché i protagonisti accettano di guardare le loro debolezze, mettendole alla giusta distanza dal sé individuale. Salvezza è possibile a partire da un rinnovato rapporto di mimesis con la natura: non è affatto un caso che le riprese siano state per lo più effettuate in quella che è la più grande area non ancora antropizzata d’Europa, la Val Grande, là dove i confini amministrativi tra Italia e Svizzera lasciano il passo agli sconfinati orizzonti disegnati da pascoli, vette alpine e cieli tersi. E da poche, piccole casette in pietra. Guardare le proprie debolezze e prendersene cura. Imparare a stare soli, a trovare il silenzio dentro se stessi e la pienezza in un filo d’erba, in un tetto di pietre.
Un monaco eremita dal cuore grande, il suo fedele aiutante, un medico e il suo braccio destro che si intestardiscono a guarire gli animi delle persone, oltre che le loro malattie fisiche, una coppia di amici. Si troveranno, per qualche settimana, a condividere le rispettive vite al cospetto della grande valle che li ospita tutti, coi suoi silenzi e i suoi verdi prati. Èda lì che tutto può ricominciare, rinnovato: “Le cose cambiano. E anche le persone”. E una biblioteca, allestita con amore paziente lungo trent’anni nella vecchia canonica della chiesetta del paese, che accoglie 60 mila volumi. Tra le più alte d’Europa, scrigno prezioso che custodisce fragilità e bellezza, in attesa che giungano gli “illuminati, persone sapienti” a prendersene cura per altri decenni a venire… La “Terra Buona”, un piccolo capolavoro da suggerire alle persone a cui vogliamo bene.
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maria
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venerdì 20 aprile 2018
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film genuino, ben studiato ed emozionante
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Ho visto il film di Emanuele Caruso dopo mesi digiuna dal cinema.
E’ stata un’emozione unica: i paesaggi e di conseguenza la fotografia sono gli aspetti che maggiormente mi hanno impressionato. La storia è ben studiata, i personaggi hanno personalità chiare e realisticamente umane.
Avrei approfondito di più la scena in cui il ragazzo al lago vede l’amica, ma questa è probabilmente la mia vena romantica che lo avrebbe voluto.
bel film!
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pinobartali
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domenica 8 aprile 2018
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caro ferdy,
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Caro Ferdy,
non sono un conoscitore affermato del cinema, nè dispongo di molta esperienza. Devo però dire che,
anche se mi sento di condividere appieno le tue parole, il film mi è piaciuto davvero tanto. Sono poche le
pellicole che ritraggono genuinamente la nostra cultura e le nostre usanze, e questo film a parere mio ci è
riuscito. Quindi, ci tengo a sottolineare in maniera marcata come, secondo me, valga davvero la pena vederlo.
Penso anche che se film di questo tipo venissero candidati a concorsi di spicco e se registi cosí ricevessero più
denaro, un domani potrebbe essere l'Italia a produrre i film grossi.
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Caro Ferdy,
non sono un conoscitore affermato del cinema, nè dispongo di molta esperienza. Devo però dire che,
anche se mi sento di condividere appieno le tue parole, il film mi è piaciuto davvero tanto. Sono poche le
pellicole che ritraggono genuinamente la nostra cultura e le nostre usanze, e questo film a parere mio ci è
riuscito. Quindi, ci tengo a sottolineare in maniera marcata come, secondo me, valga davvero la pena vederlo.
Penso anche che se film di questo tipo venissero candidati a concorsi di spicco e se registi cosí ricevessero più
denaro, un domani potrebbe essere l'Italia a produrre i film grossi.
sono più che d'accordo con la tua premessa. D'altronde, io credo che nel Paese più bello del mondo
il turismo dovrebbe riuscire a mantenerci tutti e il resto delle attività dovrebbero essere un "di più"
per andare il giro in Maserati.
Bravo Caruso!
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alenca
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venerdì 30 marzo 2018
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pone domande e suscita forti emozioni. consigliatissimo!
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Molto interessante il tema di fondo della ricerca al di là della vita materiale, nelle sue diverse connotazioni in ciascuno dei 3 caratteri principali. Un tema che tra l'altro il cinema italiano affronta poco proprio in un'epoca in cui invece siamo tutti mossi dal trovare risposte interiori. Il film centra l'obiettivo di suscitare forti emozioni facendoci riflettere e ponendo quesiti che ci accompagnano nei giorni successivi alla visione; ci insegna a essere più buoni con noi stessi e prenderci del tempo per curare la cosa più importante: la nostra serenità interiore. Ho trovato un bell'atto di generosità la presenza in sala del regista che ci ha raccontato il film, i retroscena e la produzione, arricchendo molto la visione e permettendoci ancora meglio di coglierne i molteplici significati.
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Molto interessante il tema di fondo della ricerca al di là della vita materiale, nelle sue diverse connotazioni in ciascuno dei 3 caratteri principali. Un tema che tra l'altro il cinema italiano affronta poco proprio in un'epoca in cui invece siamo tutti mossi dal trovare risposte interiori. Il film centra l'obiettivo di suscitare forti emozioni facendoci riflettere e ponendo quesiti che ci accompagnano nei giorni successivi alla visione; ci insegna a essere più buoni con noi stessi e prenderci del tempo per curare la cosa più importante: la nostra serenità interiore. Ho trovato un bell'atto di generosità la presenza in sala del regista che ci ha raccontato il film, i retroscena e la produzione, arricchendo molto la visione e permettendoci ancora meglio di coglierne i molteplici significati. Grazie davvero! Per quanto riguarda la recitazione, le tecniche di inquadratura, la colonna sonora e gli altri aspetti tecnici certo si poteva fare molto di più, ma il film è stato realizzato con soli 195k€! Quindi lasciatevi trasportare e non focalizzatevi sui dettagli.
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chiara
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mercoledì 21 marzo 2018
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risposta al signor dodix2013
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Gentile Dodix2013,
nessun astio particolare se non il genuino sentimento di bruttezza che ho provato guardando il film. In particolare, mi ha irritato la gestione dell'argomento "terapie alternative" nei confronti del cancro, ed ancora di più la frase infelice del medico che dice alla paziente: le mie terapie sperimentali hanno funzionato meglio nei pazienti che non si sono sottoposti a chemioterapia. Io mi occupo di oncologia e questa frase mi ha molto preoccupato perchè fa passare un messaggio pericolo e distorto, però indorato dall'ambientazione new age e sopratutto, dalla presentazione "paracula" del regista all'inizio del film.
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Gentile Dodix2013,
nessun astio particolare se non il genuino sentimento di bruttezza che ho provato guardando il film. In particolare, mi ha irritato la gestione dell'argomento "terapie alternative" nei confronti del cancro, ed ancora di più la frase infelice del medico che dice alla paziente: le mie terapie sperimentali hanno funzionato meglio nei pazienti che non si sono sottoposti a chemioterapia. Io mi occupo di oncologia e questa frase mi ha molto preoccupato perchè fa passare un messaggio pericolo e distorto, però indorato dall'ambientazione new age e sopratutto, dalla presentazione "paracula" del regista all'inizio del film. Caruso sostiene di fare domande ma non dare risposte, peccato che la paziente miracolosamente alla fine del film si ritrova a camminare allegramente zaino in spalla. Oltre a questo aspetto non secondario, lei si arrabbia per un'opinione franca: trovo i dialoghi ridicoli e la regia e recitazione pessime. Dato che lei non condivide la mia recensione, mi da' dell'ignorante sostenendo che non capisco niente e sono abituata ai cinepanettoni. La smentisco, mi piace pensare di essere una persona che ama la cultura ma certamente non sono una specialista in cinematografia. Avrebbe potuto semplicemente scrivere una seconda recensione positiva con la sua opinione sul film ma ha preferito insultarmi ed urlare al complottismo. Veda un po' lei...
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giurg63
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domenica 11 marzo 2018
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carenze nel finale
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A mio avviso il film, comincia a "precipitare" dalla scena dell'uccisione dell'asina, che io avrei evitato, in avanti, scivolando in un finale poco elaborato e frettoloso.
Buona l'idea del ragazzo che, costantemente diffidente e scettico nei confronti della piccola comunità creata da Padre Sergio, alla fine decide di separarsi dalla ragazza malata, che non ha mai corrisposto i suoi sentimenti, per tornare nell'isolamento di quel luogo così solitario.
Corretto anche il lasciar "svanire nel nulla" Gea, che, con uno sguardo infinitamente maliconico saluta il suo amico accompagnatore.
Totalmente bizzarra e fuori luogo l'ape volante che il medico e il suo "braccio destro" utilizzano per raggiungere la Svizzera, dove saranno accolti da una persona di cui, fino a quel momento, non si era fatto alcun accenno.
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A mio avviso il film, comincia a "precipitare" dalla scena dell'uccisione dell'asina, che io avrei evitato, in avanti, scivolando in un finale poco elaborato e frettoloso.
Buona l'idea del ragazzo che, costantemente diffidente e scettico nei confronti della piccola comunità creata da Padre Sergio, alla fine decide di separarsi dalla ragazza malata, che non ha mai corrisposto i suoi sentimenti, per tornare nell'isolamento di quel luogo così solitario.
Corretto anche il lasciar "svanire nel nulla" Gea, che, con uno sguardo infinitamente maliconico saluta il suo amico accompagnatore.
Totalmente bizzarra e fuori luogo l'ape volante che il medico e il suo "braccio destro" utilizzano per raggiungere la Svizzera, dove saranno accolti da una persona di cui, fino a quel momento, non si era fatto alcun accenno.
A parte la bellezza dei luoghi e della stupenda poesia recitata, direi, quasi "pregata," da Gea, la pellicola risulta appena sufficiente, decisamente non all'altezza di "E fu sera e fu mattina," la precedente opera di Caruso.
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