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aigle des alpes
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sabato 9 gennaio 2016
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peso peso peso
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Idea buona ma sviluppata in un modo che Fantozzi commenterebbe come ha fatto con la corazzata potemkin. Cineasti che parlano più al loro ombelico che allo spettatore, tristezza persino gratuita.
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giorgio robino
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lunedì 14 settembre 2015
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xenofobia e natura moribonda
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Già mentre guardavo questo "horror quieto" o film di fantapolitica", come è stato definito, ho pensato che il fim piacerebbe a registi come Bergman, a Buñuel, a Godard, a Jodoroskij (sicuramente! ed a cui si potrebbe chiedere).
Quello che mi è piaciuto ma allo stesso tempo mi ha dato fastidio è la FOTOGRAFIA, ricerca troppo perfetta e statica della pittura quasi in ogni fotogramma, nei movimenti di macchina lenti e sempre con movimenti lineari non-conformi al punto di vista umano (orrizzontale): dal basso all'alto, dall'alto al basso, orrizzontali ma circolari; tutto bello c'è però un pò di autocompiacimento nel lento procedere del procedere fotografico semistatico. Sta cosa dopo un pò non la sopportavo più, ma forse poco importa perchè inquest'opera è interessante il messaggio.
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Già mentre guardavo questo "horror quieto" o film di fantapolitica", come è stato definito, ho pensato che il fim piacerebbe a registi come Bergman, a Buñuel, a Godard, a Jodoroskij (sicuramente! ed a cui si potrebbe chiedere).
Quello che mi è piaciuto ma allo stesso tempo mi ha dato fastidio è la FOTOGRAFIA, ricerca troppo perfetta e statica della pittura quasi in ogni fotogramma, nei movimenti di macchina lenti e sempre con movimenti lineari non-conformi al punto di vista umano (orrizzontale): dal basso all'alto, dall'alto al basso, orrizzontali ma circolari; tutto bello c'è però un pò di autocompiacimento nel lento procedere del procedere fotografico semistatico. Sta cosa dopo un pò non la sopportavo più, ma forse poco importa perchè inquest'opera è interessante il messaggio.
Questa "favola" simbolica, nella sua antichità (vedi santa inquisizione e l'uccisione delle streghe) è però una protesta POLITICA molto attuale: Il fim denuncia la devastazione ambientale sulla Terra e l'abbruttimento conseguente dell'uomo che ridotto allo stremo della soppravivenza, cerca capi espiatori, in chi ? Ovviamente nello STRANIERO. Quindi parla ovviamente di un tema MOLTO ATTUALE ora nel 2015 qui da noi, ma certamente non è un tema nuovo e perfettamente a tempo già nel 2012 quando il film uscì.
Ecco quello che critico del film, a parte le questioni di estetizzazione, che sono un peccato minore dai, è non avere approfondito un pò meglio le ragioni per cui la Natura smette di vivere, di produrre; Ok, si può ben intuire, immaginare le ragioni, che potrebbero essere un inquinamento globale, una qualche catastrofe ecologica, etc. etc. ma l'ambigiuità (sicuramente voluta) è che tutta la storia riguarda un piccolo paesino rurale, che vive di agricoltura e piccoli commerci sempre agricoli, con metodi di vita, di coltivazione pure antichi, a-tecnologici... Ed anche le ragioni della desertificazione della coscienza umana sono lasciate all'immaginazione dello spettatore, che ha come mezzi per capire solo le allegorie psichedeliche ed i simbolismi... le maschere, i fiori di plastica.
Ultima nota: anche se a me appaiono evidenti i richiami all'Inquisizione della Chiesa Cattolica... ai riti stile Ku Klux Klan,non c'è nessun riferimento esplicito al potere religioso. Il film è quindi volutamente astratto, "laico" da ogni riferimento contingente, religioso, sociale (la xenofobia non è quella che ci si potrebbe aspettare rappresentata, dell'"invasione" del terzo mondo all'Europa (rurale e bianchissima), ma lo straniero è rappresentato da un colto tedesco, ridottosi ad essere apicoltore home-less!).
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stefanocapasso
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domenica 9 febbraio 2014
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cosa accade se non si chiudono le stagioni
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Attraverso il racconto di piccole storie individuali all’interno di una comunità rurale della campagna belga, “La quinta stagione” con un linguaggio paradossale di citazioni e simboli descrive cosa accade quando, per un incidente, la vita rimane imprigionata dentro l’inverno. Le stagioni che seguono, pur mantenendo il loro carattere, portano a sviluppi inaspettati. Tutto comincia d’inverno, un periodo di speranza, fertile; in questo senso, il freddo e la neve aiutano la vicinanza della comunità, gli amori sono teneri, si creano relazioni e se ne rafforzano altre. La festa che simbolicamente dovrebbe bruciare lo zio inverno pero va male; il falò non si accende.
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Attraverso il racconto di piccole storie individuali all’interno di una comunità rurale della campagna belga, “La quinta stagione” con un linguaggio paradossale di citazioni e simboli descrive cosa accade quando, per un incidente, la vita rimane imprigionata dentro l’inverno. Le stagioni che seguono, pur mantenendo il loro carattere, portano a sviluppi inaspettati. Tutto comincia d’inverno, un periodo di speranza, fertile; in questo senso, il freddo e la neve aiutano la vicinanza della comunità, gli amori sono teneri, si creano relazioni e se ne rafforzano altre. La festa che simbolicamente dovrebbe bruciare lo zio inverno pero va male; il falò non si accende. Il conflitto rimane irrisolto. La primavera porta i suoi cambiamenti ma in peggio. I terreni non producono raccolti, gli amori vivono conflitti, e tutti gli equilibri cominciano ad alterarsi in modo incontrollato. E l‘estate porta a maturazione e quindi a compimento i processi in corso provocando in questo caso una serie di rotture definitive. L’autunno sarà il momento della pulizia, che in questo caso è drammatica perché coincide con un grossolano giustizialismo, e che risponde a confusi intenti punitivi. A questo punto non può esserci un nuovo inizio, un nuovo inverno. E cosi arriva la quinta stagione, che è quella che non c’è, la fine. Questa è la mia chiave di lettura di questo film, minimalista in tutta la sua forma espressiva, fino a diventare ermetico. Dove c’è un conflitto irrisolto, dove la chiusura di un ciclo non si compie nel modo corretto, si generano conseguenze negative a catena. Molto suggestiva la fotografia.
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stefanocapasso
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domenica 9 febbraio 2014
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cosa accade se non si chiudono le stagioni
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Attraverso il racconto di piccole storie individuali all’interno di una comunità rurale della campagna belga, “La quinta stagione” con un linguaggio paradossale di citazioni e simboli descrive cosa accade quando, per un incidente, la vita rimane imprigionata dentro l’inverno. Le stagioni che seguono, pur mantenendo il loro carattere, portano a sviluppi inaspettati. Tutto comincia d’inverno, un periodo di speranza, fertile; in questo senso, il freddo e la neve aiutano la vicinanza della comunità, gli amori sono teneri, si creano relazioni e se ne rafforzano altre. La festa che simbolicamente dovrebbe bruciare lo zio inverno pero va male; il falò non si accende.
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Attraverso il racconto di piccole storie individuali all’interno di una comunità rurale della campagna belga, “La quinta stagione” con un linguaggio paradossale di citazioni e simboli descrive cosa accade quando, per un incidente, la vita rimane imprigionata dentro l’inverno. Le stagioni che seguono, pur mantenendo il loro carattere, portano a sviluppi inaspettati. Tutto comincia d’inverno, un periodo di speranza, fertile; in questo senso, il freddo e la neve aiutano la vicinanza della comunità, gli amori sono teneri, si creano relazioni e se ne rafforzano altre. La festa che simbolicamente dovrebbe bruciare lo zio inverno pero va male; il falò non si accende. Il conflitto rimane irrisolto. La primavera porta i suoi cambiamenti ma in peggio. I terreni non producono raccolti, gli amori vivono conflitti, e tutti gli equilibri cominciano ad alterarsi in modo incontrollato. E l‘estate porta a maturazione e quindi a compimento i processi in corso provocando in questo caso una serie di rotture definitive. L’autunno sarà il momento della pulizia, che in questo caso è drammatica perché coincide con un grossolano giustizialismo, e che risponde a confusi intenti punitivi. A questo punto non può esserci un nuovo inizio, un nuovo inverno. E cosi arriva la quinta stagione, che è quella che non c’è, la fine. Questa è la mia chiave di lettura di questo film, minimalista in tutta la sua forma espressiva, fino a diventare ermetico. Dove c’è un conflitto irrisolto, dove la chiusura di un ciclo non si compie nel modo corretto, si generano conseguenze negative a catena. Molto suggestiva la fotografia.
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il foratto
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giovedì 5 dicembre 2013
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e tutto finì
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Quando la natura decide di farsi beffe di tutto e di tutti (anche di se stessa), gli abitanti di un piccolo villaggio rurale che vivono di essa, vengono sconvolti al punto da abbandonare anche loro, qualsiasi comportamento naturale. Un film raro con una fotografia eccezionale, dove tutto è fermo (anche la macchina da presa). Questa perenne immobilità però appesantisce troppo un film già statico e che peggio, sembra anche compiacersene; era necessario, forse, anteporre un contrasto più forte (magari l'amore dei due giovani), più vivo e vivace al grigiore che porterà all'inevitabile che attende, vigliaccamente, dietro una maschera, dentro il branco. Capolavoro mancato ma che senza dubbio merita di essere visto.
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paride86
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venerdì 15 novembre 2013
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interessante, ma molto noioso
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"La quinta stagione" è un film sui rapporti umani e sulla società rurale che, in caso di mali estremi, ritorna agli estremi rimedi del Medioevo.
Fotografia affascinante, ma la noia regna sovrana. Si poteva fare di meglio.
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pensierocivile
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lunedì 5 agosto 2013
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uno struzzo è per sempre
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In un piccolo e isolato villaggio delle Ardenne il rito di saluto all'inverno è andato male, la natura perde la ciclicità delle stagioni ammantando le vite degli abitanti di grigiore, pioggia e morte: le mucche non danno più latte, i semi non germogliano più, gli alberi muoiono. La reazione umana è lo scoramento, la resa, la follia, la violenza di gruppo che si scaglia su un uomo in roulotte e su suo figlio disabile; non hanno alcun legame con la terra e per questo, identificati come causa della sventura. Ma LA QUINTA STAGIONE non è solo questo, non è solo l'eterno conflitto con l'altro, il diverso, lo straniero, è anche la ragazzina che si prostituisce in cambio di zucchero o poco altro, il commerciante che comincia a conservare insetti in barattoli per potersi sfamare o ricavare ancora denaro, il rapporto di un uomo col suo gallo.
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In un piccolo e isolato villaggio delle Ardenne il rito di saluto all'inverno è andato male, la natura perde la ciclicità delle stagioni ammantando le vite degli abitanti di grigiore, pioggia e morte: le mucche non danno più latte, i semi non germogliano più, gli alberi muoiono. La reazione umana è lo scoramento, la resa, la follia, la violenza di gruppo che si scaglia su un uomo in roulotte e su suo figlio disabile; non hanno alcun legame con la terra e per questo, identificati come causa della sventura. Ma LA QUINTA STAGIONE non è solo questo, non è solo l'eterno conflitto con l'altro, il diverso, lo straniero, è anche la ragazzina che si prostituisce in cambio di zucchero o poco altro, il commerciante che comincia a conservare insetti in barattoli per potersi sfamare o ricavare ancora denaro, il rapporto di un uomo col suo gallo. C'è tanto, molto da scoprire e andare a fondo, purtroppo gli autori non fanno molto per aiutare lo spettatore nella visione, innalzano un muro di lentezza, un passo pachidermico e decorano con inferriate di autorialità. Molti piani sequenza sono affascinanti, sorprendenti, altri insopportabili con pozzanghere in primo piano per minuti, o "oasi" di alberi che si abbandonano al vento senza influenze nel racconto. Privato di tutto il "superfluo" artistico, brillerebbe un gioiello. La scena finale è la sinossi perfetta del film: un'orda di struzzi arriva al villaggio, gli occhi degli animali sembrano accrescere il mistero sulla ribellione della natura, ma allo stesso tempo sono ancora una volta l'espressione di un sigillo autoriale pesante.
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[+] xenofobia e natura moribonda
(di giorgio robino)
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angelo umana
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domenica 4 agosto 2013
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la natura che si fa gioco degli uomini
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La quinta stagione è un tempo che non esiste, inventato dalla natura in un paesino del Belgio, è un inverno che rifiuta di essere scacciato via per mezzo di quella cerimonia comune a tanti luoghi dove si vive d’agricoltura (la catasta di legna bruciata con i pupazzi di cartapesta), che a latitudini venete si chiama “brusar la vecia”. E’ una piccola fine del mondo, la natura che si rifiuta di andare avanti, forse si prende gioco degli umani che nei bisogni sviluppano maggiormente le loro inimicizie e i pregiudizi, diventano l’un l’altro avversi.
Nel paesino del film accade che la comunità cerchi e individui il capro espiatorio nell’allevatore d’api e “filosofo” Pol, che ha un giovane figlio in sedia a rotelle, Octave, dal papà chiamato “il giudice, l’angelo custode”.
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La quinta stagione è un tempo che non esiste, inventato dalla natura in un paesino del Belgio, è un inverno che rifiuta di essere scacciato via per mezzo di quella cerimonia comune a tanti luoghi dove si vive d’agricoltura (la catasta di legna bruciata con i pupazzi di cartapesta), che a latitudini venete si chiama “brusar la vecia”. E’ una piccola fine del mondo, la natura che si rifiuta di andare avanti, forse si prende gioco degli umani che nei bisogni sviluppano maggiormente le loro inimicizie e i pregiudizi, diventano l’un l’altro avversi.
Nel paesino del film accade che la comunità cerchi e individui il capro espiatorio nell’allevatore d’api e “filosofo” Pol, che ha un giovane figlio in sedia a rotelle, Octave, dal papà chiamato “il giudice, l’angelo custode”. Loro e due giovani del paese, Alice e Thomas, sembrano le creature più innocenti, le più buone, quelle che inevitabilmente subiranno la violenza comune. Eppure Pol ha avvertito la piccola comunità, “Quando le api scompaiono anche il resto scompare”.
Il tema di questo film ha una somiglianza forte con “Il sospetto”, ambientato nella vicina Danimarca, dove un maestro viene pure additato a diverso, nemico, emarginato, perché sospettato di pedofilia coi suoi piccolissimi alunni. E’ il bisogno del “diverso” che si ha a tutte le latitudini, il nemico a cui rivolgere i nostri sfoghi più violenti. “La solidarietà è effimera” viene detto, infatti, nel film. La presunta giustizia gli abitanti del luogo se la faranno celandosi sotto delle maschere – la violenza commessa in massa è anonima se non si è riconosciuti - uguali a quelle che i medici veneziani usavano per visitare gli appestati e non farsene infettare, riempivano il naso lungo della maschera con spezie ed erbe. Peccato, in un luogo così vicino alla natura, ben raffigurato da sembrare un quadro animato di Bruegel, dove un mezzo matto ha il tempo e la voglia di imitare il suo gallo (che poi “giustizierà” come nemico, anch’egli), dove Alice e Thomas si amano semplicemente e si cercano imitando i richiami degli uccelli. Peccato, l’uomo che non merita la natura.
Pur dotato di temi importanti il film pecca in lungaggine, lentezza, esagera in contemplazione, citazioni filosofiche inutili o incomprensibili (ricorda Nostalghia di Tarkovskij, per questo). C’è in tanti film, così sembra anche in questo, l’autocompiacimento del regista per l’opera che crea piuttosto che per il donare allo spettatore una storia e delle emozioni. Film colmo di tristezza, che è già un’emozione.
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(di angelo umana)
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effepi
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lunedì 1 luglio 2013
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negativo
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Francamente ho trovato questo film inguardabile, e non ho saputo trovare le parole per gustificarmi con l'amico cui l'avevo proposto. Atmosfera pesante, simbolismi onirici incomprensibili. Da evitare.
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