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toty bottalla
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sabato 5 novembre 2016
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un autoanalisi che sa d'insegnamento vero!
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Un anziano insegnante del college di Abbey viene costretto a ritirarsi per apparenti motivi di salute, la bella moglie lo tradisce e i suoi studenti lo detestano...Una storia raccontata allo slow motion, con pudore e rispetto sullo sfondo di una grande ipocrisia, lo scenario della Abbey School è suggestivo ma i temi trattati possono indurre sonnolenza complice una sceneggiatura che evita scandali e sussulti nonostante Laura non sarebbe d'accordo, brava però la Scacchi nei panni della moglie perfida e alla fine un pò pentita, bravo anche Albert Finney forse un pò lungo in alcune sequenze, un film dunque impegnativo ma di sostanza. Saluti.
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candyshopgirl
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lunedì 8 ottobre 2007
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desu
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Yo!
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claud
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mercoledì 13 marzo 2002
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hitler gentile maestro
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Il rigido insegnante di lettere antiche Andrew Crocker-Harris (Arthur Finney), tenuto a distanza dai colleghi, tradito dalla moglie, temuto dagli alunni ("l'Hitler della quinta classe") si lascia alfine commuovere quando un suo alunno, dopo aver argomentato con lui a viso aperto sulla drammaticità dell'Agamennone di Eschilo, gli regala una copia della traduzione in versi di Browning (e la dedica recita "Dio lontano, sii benevolo con un gentile maestro"). Memorabile il monologo-confessione, al giovane professore che lo sostituisce, sull'incapacità profonda di vivere compiutamente il proprio ruolo d'insegnante, sui vani tentativi di comunicare (anche a costo di rendersi ridicolo: "s'insegnano molte più cose ridendo che a muso duro"), sullo scoprirsi non solo "fallito, ma anche temuto".
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Il rigido insegnante di lettere antiche Andrew Crocker-Harris (Arthur Finney), tenuto a distanza dai colleghi, tradito dalla moglie, temuto dagli alunni ("l'Hitler della quinta classe") si lascia alfine commuovere quando un suo alunno, dopo aver argomentato con lui a viso aperto sulla drammaticità dell'Agamennone di Eschilo, gli regala una copia della traduzione in versi di Browning (e la dedica recita "Dio lontano, sii benevolo con un gentile maestro"). Memorabile il monologo-confessione, al giovane professore che lo sostituisce, sull'incapacità profonda di vivere compiutamente il proprio ruolo d'insegnante, sui vani tentativi di comunicare (anche a costo di rendersi ridicolo: "s'insegnano molte più cose ridendo che a muso duro"), sullo scoprirsi non solo "fallito, ma anche temuto". La coscienza del proprio fallimento esistenziale lo condurrà a un sofferto e toccante discorso d'addio "mi dispiace perché non vi ho dato quello che avevate il diritto di domandarmi come vostro maestro: simpatia, conforto morale, umanità… Ho avvilito la vocazione più nobile che un uomo possa seguire: la cura e la formazione dei giovani". E' difficile ritrovare tanta straziante auto-disistima anche perché il bisogno di conforto e umanità non solo degli allievi, ma del pubblico imbonito dal cinema di papà pre e post Nouvelle Vague, è stato sempre soddisfatto con prodigalità dal cinema hollywoodiano.
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