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giovedì 23 ottobre 2025
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Ha ragione Gervasini, Lussu è un po' dimenticato, purtroppo anche da chi ha redatto la Scheda del film: la moglie si chiamava Salvadori e non "Amadori"; a Roma nel 1943 Lussu tornò prima dell'8 settembre, facendo a tempo ad inserire i militanti di Giustizia e Libertà all'interno del Partito d'Azione, a compattare azionisti ex combattenti ed Arditi antifascisti e a partecipare con essi alla battaglia di Roma e alla successiva Resistenza nella città fino alla sua liberazione; definirlo "pacifista" poi è fuorviante, per il senso che oggi diamo a questa parola. Tentare di rappresentare la vita di Lussu è impresa titanica, roba da serie televisiva e delle più complesse.
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Ha ragione Gervasini, Lussu è un po' dimenticato, purtroppo anche da chi ha redatto la Scheda del film: la moglie si chiamava Salvadori e non "Amadori"; a Roma nel 1943 Lussu tornò prima dell'8 settembre, facendo a tempo ad inserire i militanti di Giustizia e Libertà all'interno del Partito d'Azione, a compattare azionisti ex combattenti ed Arditi antifascisti e a partecipare con essi alla battaglia di Roma e alla successiva Resistenza nella città fino alla sua liberazione; definirlo "pacifista" poi è fuorviante, per il senso che oggi diamo a questa parola. Tentare di rappresentare la vita di Lussu è impresa titanica, roba da serie televisiva e delle più complesse. Perché è così poco conosciuto? Perché è stato uno scrittore che non voleva fare lo scrittore, riuscendo a realizzare un'opera, Un Anno sull'Altipiano, che da sola vale un secolo di letteratura; perché è stato un politico che non voleva fare carriera, "senza ambizioni" come scrisse Montanelli, che dedicò alla rappresentanza del popolo sardo decenni di attività politica, vissuta in buona parte all'interno di formazioni politiche minoritarie; perché fu un "guerriero", nel senso più nobile che si possa dare a questo termine, combattendo in prima persona per ciò in cui credeva, piuttosto che per una semplice bandiera. In sintesi, perché non appartenne a nessuna "parrocchia", cosa tanto utile al giorno d'oggi. Segatori dimostra di aver percepito a pieno il valore del personaggio e, sinceramente affascinato, tenta l'impossibile: raccontarlo in 52 minuti. E in fondo il miracolo riesce, proprio per la sincerità delle intenzioni. La sceneggiatura non appare affatto frettolosa come ci si poteva aspettare: a tanti episodi di vita si è dovuto rinunciare, ma il racconto è coerente e accattivante. La regia fa la difficile scelta del bianco e nero (parzialmente, c'è anche il colore!), che sembra renderci una storia del passato come riprodotta nell'immaginario dei suoi contemporanei; ricorre al "green screen" per calare gli attori direttamente all'interno dei documentari di guerra e indovina la scelta degli attori, ben calati nel ruolo. E qualche domanda ci si comincia a porre sul nostro modo di vivere il mondo, osservando i volti dei giovani raccolti ad ascoltare le vicende di Emilio e Joyce.
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