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alessandro spata
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lunedì 31 ottobre 2022
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sempre a proposito di “fuori campo”
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Se è vero che qui l’artista sembra ritratto come un opportunista, un calcolatore che agisce sempre e soltanto in base al proprio tornaconto (per soddisfare la propria “libidine artistica”) è vero anche che i personaggi come ho sottolineato nel commento precedente sembrano agire in base ad una inderogabile necessità. A quest’ultima non sfugge ovviamente nemmeno Mother, musa affranta la cui morte è “obbligata” in quanto serve a consentire che si compia il “disegno”. Quest’ultimo consisterebbe sia nel permettere la morte della musa (affinché possa “risorgere”) sia nel consentire che si perfezioni l’opera del poeta.
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Se è vero che qui l’artista sembra ritratto come un opportunista, un calcolatore che agisce sempre e soltanto in base al proprio tornaconto (per soddisfare la propria “libidine artistica”) è vero anche che i personaggi come ho sottolineato nel commento precedente sembrano agire in base ad una inderogabile necessità. A quest’ultima non sfugge ovviamente nemmeno Mother, musa affranta la cui morte è “obbligata” in quanto serve a consentire che si compia il “disegno”. Quest’ultimo consisterebbe sia nel permettere la morte della musa (affinché possa “risorgere”) sia nel consentire che si perfezioni l’opera del poeta. Le due cose sono assolutamente collegate, due anelli della stessa catena cui entrambi sono avvinti, potremmo dire.
La musa e il poeta sono innamorati, profondamente legati come sottolinea più volte “Woman-Pfeiffer” e godono di un’incrollabile fiducia reciproca. In quanto figure ambedue obbligate, predestinate, quindi “irresponsabili”, non è facile distinguere tra vittima e carnefice. A primo acchito qui la vittima sembrerebbe la musa cui viene strappato il cuore dal poeta vorace creatore di liriche appassionate. Tuttavia, potremmo dire anche che il poeta è uno strumento (in)consapevole affinché si compia il destino della musa (la sua morte) da cui scaturisce la salvezza del poeta (Him è redento, è salvo soltanto quando crea).
In questo senso “Him” il dio-poeta diverrebbe il personaggio necessario al raggiungimento degli scopi di Mother. In pratica, il poeta una figura all'apparenza crudele, in realtà sacrifica la propria fama agli occhi degli spettatori attuali e futuri pur di seguire fino in fondo le disposizioni ricevute dalla sua musa che lo incoraggia a strapparle il cuore alla fine (Mother non si è stancata nemmeno in punto di morte di “dare”, né il poeta di ricevere perché “non è mai abbastanza”. dice Him a Mother che si scusa quasi di non essere (fare) “abbastanza”). Quindi, Mother spinge il poeta (ma non esattamente contro la sua volontà) verso l’atto estremo di privarla della vitaaffinché Him possa provare a tutti il suo genio indiscusso, perché possa dimostrare la sua deità (artistica).
In definitiva, entrambi sonocostretti ad agire da un’istanza ancora superiore. Him, il dio-minore si presenta in apparenza come carnefice, l’artista che tutto divora e tutti immola, figli compresi, al sacro fuoco dell’arte, lei musa angelicata emerge come vittima che però “conosce” già il suo destino sacrificale e agisce perché si compia. Dunque, abbiamo un carnefice e un sacrificio ambedue necessari? Non sembra qui risuonare vagamente l’assunto de “L'ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese? Se Cristo fosse stato donna si sarebbe chiamato “Mother”. E Him non è esattamente un “traditore” (un opportunista) dopotutto. La "trasfigurazione" di Mother come donna e Dea predestinata sembra uno dei temi centrali del film, in effetti.
Questi personaggi senza nome (him, mother, man, woman) assomigliano un po’ tanto agli “ultracorpi” di Don Siegel o di Kaufman. Anche loro anonime categorie generali (gli “alieni”) provenienti da chissà quali profondità dello spazio capaci però di una ferocia senza pari.I personaggi che girano intorno a Mother non sembrano persone ma involucri ben confezionati, la cui voce risuona (un suono “fuori campo”) negli spazi-off della nostra mente. E le loro voci stridono nella nostra testa come una musica acusmatica una sola nota granulosa straziante che ci graffia il cervello fino a scavare un solco lacerante giù in profondità. La voce di dio? O quella di un demone forse (le voci lancinanti dentro la testa di Gesù-Dafoe che tenta di resistere alla “chiamata” divina nel film di Scorsese) o di un «alieno» (e ci risuona stranamente l’urlo agghiacciante di Donald Sutherland nel remake de "L'Invasione Degli Ultracorpi") o di una personalità schizofrenica. La voce dell’«alienazione mentale». La voce di Mother? (E riecheggia l'urlo disperato della scena finale nel film di Polanski "L'Inquilino Del Terzo Piano").
E quel “Plongée” della tromba delle scale (vista dall’alto) che inquadra Mother seduta su un gradino?Questo vortice di scale diventa ideale emblema di quella sorta di spirale turbinosa di avvenimenti funesti che tormenteranno la protagonista nel seguito della narrazione.
A primo acchito il plongée (mi) appare qui come un’ulteriore frattura nella (dis)continuità dell’istanza narrante. Da sola potrebbe rendere giustizia forse di tutte le interpretazioni e delle innumerevoli metafore potenzialmente contenute nel film. O forse potrebbe più semplicemente confonderci ancora di più le idee. L’impressione primaria non è certo quella di trovarsi ad “un’altezza” privilegiata che consenta una più chiara comprensione dell’ordito.
La sensazione è invece davvero quella dell’ennesima “cesura”. Forse il regista sta cercando di rendere lo spettatore di nuovo attivo, tenta di risvegliarlo dal tono onirico delle inquadrature precedenti che lo hanno introdotto in un “atmosfera da incubo”?Uno schiocco di dita salutare che ridesta lo spettatore dal sonno ipnotico in cui è caduto per volontà del carismatico regista? O forse è il regista stesso che si attiva per spezzare l’«identificazione cannibalica» dello spettatore con il film. Come a dire che c’è un limite alla sua immaginazione. L’idea del regista, la sua intenzione può essere stravolta fino ad un certo punto. È sempre lui l’artista ad avere l’ultima parola sull’opera d’arte personale, sul prodotto (in)finito del proprio ingegno.
Allora, scorgiamo dall’alto Mother riversa su un foglio su cui Him ha scritto la sua ultima poesia. A ben vedere qui in realtà il plongée non inquadra Mother in una posizione esattamente ieratica. Insomma, la posizione più “prosaica” dello stare seduta su un gradino della protagonista inquadrata dall’alto non sembra voler rimandare precisamente al trascendente. L’inquadratura dall’alto questa volta ci da l’idea dell’appiattimento, non dell’innalzamento. L’«occhio divino della macchina da presa» ci restituisce una protagonista “schiacciata” al “terreno”, inchiodata al peso della sua umanità. Lo sguardo “dimesso” (dall’alto verso il basso) della cinepresa (metafora forse della luce divina che discende dal "cielo spalancato" direttamente su Mother! per illuminarne tutti i tormenti) all’interno di questo “mandala ipnotico” incastonato in una geometria ottogonale esprime piuttosto bene la sintesi di tutti i turbamenti della protagonista: un’idea di remissività, un senso di oppressione, di sopportazione, di santa pazienza e di compatimento nutriti verso il poeta-bambino che sarà pure un “creatore” ma è pur sempre fragile, necessita di continue e amorevoli attenzioni e di convinto incoraggiamento. E poi la rassegnazione e la soggezione al contesto che è anche il destino (il proprio) che si accinge a compiere.
L’ordito della tromba delle scale con la sua forma a spirale, ma direi tutto l’assetto “grezzo” della casa richiama a tratti un edificio teatrale di epoca elisabettiana con la sua tipica costruzione molto semplice in legno o in pietra. E l’ampio lucernaio che si apre sul centro della spirale da quasi l’impressione della mancanza di un tetto proprio come nel teatro di epoca elisabettiana. Mentre le aperture e le porte che si susseguono lungo l’ anello di scale potrebbero ricordare loggioni e balconate interne alla costruzione stessa di un teatro. E in questa scenografia il pubblico non è semplice spettatore, ma ancora una volta partecipe della rappresentazione scenica. Il regista attraverso questa messinscena di architetture e di spazi “antichi” allude metaforicamente proprio a questa magia "evocativa" tipica degli ambienti teatrali. Lo spettatore sopperisce all’ «assenza» degli elementi del “campo in” creando a sua volta territori e universi (in-visibili) nel “fuori campo” della sua mente. Insomma, si fa appello alla ricettività dello spettatore nei confronti della parola recitata e delle immagini che scorrono dinnanzi ai suoi occhi a completamento dell’opera medesima. In più, lo spettatore deve farsi avvolgere dalla totalità di questa atmosfera allegorica, vi si deve immergere, come in un sacro lavacro, da cui riemergerà libero da qualsiasi pregiudizio se vuole apprezzarne tutta la misteriosa potenza suggestiva.
Quella “seduta” di Mother è una posizione intermedia tra la posizione eretta e quella supina. Allora, l’espediente del plongée diventa qui forse pure una sorta di ponte nel dualismo corpo-anima. Mother mantiene la sua prerogativa celestiale, eterea (come impone l’inquadratura dall’alto) quindi spirituale, ma conservando al contempo una fisicità profondamente umana: seduta e “dimessa” si commuove dinnanzi alla “creazione” del suo dio seppure un dio minore la cui unica prerogativa è quella di scrivere poesie tutto sommato. Chissà quali parole sublimi avrà scritto questo dio della poesia tanto da indurre Mother al pianto. Gli artisti ci “prosciugano” come è capitato a Mother, delle nostre emozioni e sentimenti, oppure ce li restituiscono in modi che non avremmo mai creduto. E può capitare che finiamo pure per intenerirci dinnanzi ai nostri guai e al cospetto di parole appropriate. L’artista è capace di mondare i nostri tormenti di tutto il dolore di cui si compongono. E mentre ci inducono una visione nuova della vita, ecco che la sofferenza si trasforma in “lacrime di gioia” grazie alla straordinaria “intensità” di certi versi, come accaduto a Mother seduta sulle scale, perfetta immagine del dolore sublimato.
Oppure, capita che il creatore si adoperi per far sentire davvero amata la sua musa e si conceda graziosamente a lei tra una poesia aulica e una riflessione solenne: il tempo di un amplesso impetuoso, riverbero di una passionalità più orientata all’astrazione che all’amore fisico, durante il quale madre finalmente e insperatamente concepisce. Mother ha ottenuto in cambio, non semplicemente un figlio, ma ottiene dall’artista la certezza di essere preziosa come e più di quel “gioiello inestimabile” che è il suo “cuore cristallizzato” o almeno così le piace credere. L’artista crea pur sempre sotto molteplici aspetti e ricambia il dono della parola sublime in forma questa volta di “manufatto umano”. Niente di male ma con l’avvertenza che la creazione umana sia essa un bambino o una poesia non appartiene più al suo autore né alla madre-ispirazione. Come le parole scritte e pronunciate non ci appartengono più ma spettano a coloro che guardano, leggono, ascoltano pure a costo di farne strame, così non possediamo i nostri figli. Essi non ci appartengono più nel momento stesso in cui vengono a mondo. Abituarsi al distacco. Lasciarli andare. Questo è il più grande atto d’amore e insieme un doveroso atto di giustizia. Se ne facciano una ragione il creatore e Mother una volta per tutte.
Intendiamoci, esistono “dei” e archetipi seduti come ci rimanda l’iconografia delle diverse religioni. È solo che Mother ripresa dall’alto “accosciata” sui gradini di una scala mi rimanda più l’idea dell’ibridizzazione tra il divino e l’umano. O della simultaneità di sacro e profano, se volete.
Il corpo votato al martirio della protagonista (cominciamo già a sentire - l’odore delle sue calde ceneri -) si incastra, come la tessera di un perfetto mosaico, nelle decorazioni geometriche ottogonali del pavimento con i suoi riferimenti metafisici ed esoterici (ottagoni sono anche i motivi del piastrellato della stanza da bagno. Anche gli dei hanno le loro esigenze).
Dentro questo scenario labirintico la scelta dell’ottagono come motivo decorativo e non soltanto della pavimentazione non può essere casuale per uno come il regista con la fissa per la metafisica.La forma dell’ottagono è onnipresente e ritorna in vari ambienti e in diversi oggetti (divertitevi a scovare l’ottagono) persino il “buco tappato” nel muro della cantina rivela una vaga forma ottogonale, anche quella delimita un passaggio verso un altro ambiente (o un’altra dimensione che Mother si appresta a raggiungere?). Diverse stanze hanno forma ottogonale. Il grande lucernario della tromba delle scale è come lo sguardo di dio che veglia su di loro e incombe pure forse. Tutti questi ottagoni sembrano sparsi per la casa quasi a volerla avvolgere in una cintura scaramantica per proteggerla dagli influssi malefici dell’esterno. Ma con scarso successo visto che la casa non resisterà agli attacchi degli invasori. O forse la loro funzione è di rassicurarci che tutto risorgerà alla fine, che alla distruzione seguirà una nuova costruzione e così per sempre. Pure la pianta della casa sembra richiamare una forma ottogonale seppure in realtà a guardare bene la ripresa dall’alto dell’edificio sembra di scorgere più una forma ettagonale.
Questa casa incastonata in un cerchio delimitato da una selva di alberi riposta proprio al centro come si conviene al “fulcro del mondo”.E il poeta che rimprovera Mother di “essere la casa” quasi volesse fargliene una colpa, dimenticando che è grazie alla casa che l’artista, come ogni essere umano, trova il suo posto nel mondo. Ed è la casa che conferisce una connotazione umana alla divinità. La casa come un sano bagno di umiltà forse. Forse è vero quella casa con le finestre quasi sempre chiuse ricorda vagamente una madre in cui l’atto emozionale e comunicativo è bloccato in entrata e in uscita e dove sentimenti ed emozioni ristagnano. Questa è la casa di una “Mother Terrifica” nel senso di colei che “atterrisce” che incute terrore (un sacro rispetto) ma che al contempo denota il suo profondo attaccamento al “terreno”, ancora una volta.
Ad ulteriore testimonianza della forma ibrida umana-divina di Mother l’ottagono torna ancora buono in quanto esso stesso è un ibrido: il simbolo dell’incrocio della manifestazione divina del cerchio e quella materiale o più umana del quadrato. O simbolo della trasformazione del divino in umano attraverso il filtro dell’ars poetica. Dio è soltanto un essere umano particolarmente ispirato? L'interesse per il complesso schema geometrico-matematico dell’ottagono e per i suoi compositi significati teologici, vogliono richiamare verosimilmente il simbolo della transizione da morte a vita e viceversa o meglio della rigenerazione (ancora un riferimento alla morte e alla rinascita di Cristo?). Il percorso dell’ispirazione che rinasce dalle proprie stesse ceneri. Il destino di Mother, in definitiva.
Il regista ha disseminato di indizi, per chi saprà coglierli, per chi ha un animo da investigatore il “campo in” per anticiparci l’inevitabile dipartita di Mother, forse.
Mother si chiede continuamente “perché?”. Ma è vano alla fine ricercare disperatamente un senso a quello che ci accade (una musa nietzchiana?).
Mother che guarda in faccia con un misto di indifferenza e disprezzo i suoi ospiti sgraditi soprattutto quando si sente rifiutata da Him o perché non comprende cosa sta accadendo. Mother impaurita che esige spiegazioni da Him, finisce per incarnare in sé tutte le ansie e le perplessità e persino la confusione tipiche dello spettatore medio che si sente “rifiutato” a sua volta, esasperato di fronte alla macchinosità della trama del film.
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alessandro spata
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domenica 30 ottobre 2022
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mother! è un “metafilm”
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Se è vero come dice Martin Scorsese che “I film di qualità…Sono fatti solo perché la persona dietro la macchina da presa doveva farli» è vero anche che - certi film gli spettatori devono vederli, affinché il film si compia, perché si perfezioni -. È un po’ come dire che - la visione da parte dello spettatore è l’ultima fase di produzione del film -. L’opera cinematografica non è ultimata senza il contributo dello spettatore che lo integra, lo arricchisce della sua immaginazione, delle sue aspettative, dei suoi umori, delle sue conoscenze. Sono di quei film la cui costruzione rimane sempre “aperta” a nuove interpretazioni e traduzioni.
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Se è vero come dice Martin Scorsese che “I film di qualità…Sono fatti solo perché la persona dietro la macchina da presa doveva farli» è vero anche che - certi film gli spettatori devono vederli, affinché il film si compia, perché si perfezioni -. È un po’ come dire che - la visione da parte dello spettatore è l’ultima fase di produzione del film -. L’opera cinematografica non è ultimata senza il contributo dello spettatore che lo integra, lo arricchisce della sua immaginazione, delle sue aspettative, dei suoi umori, delle sue conoscenze. Sono di quei film la cui costruzione rimane sempre “aperta” a nuove interpretazioni e traduzioni. Sono i “film socializzati”, per così dire, che si avvalgono della “regia” dell’autore e poi dell’«allestimento» di tutti coloro che avranno la fortuna o la forza o sentiranno semplicemente l’urgenza di presenziare allo spettacolo proposto.
Da puro “appassionato consumatore di cinema” penso anche che tutti quelli tra noi che sono “esperti” di qualcosa, finisconofatalmente per essere esposti alla “cecità”, - la cecità del paradigma nell’ambito di conoscenza in cui sono più ferrati -. Proprio la conoscenza che gli esperti posseggono in un’area determinata esercita un fascino tale che impedisce talune volte di vedere “altro”, cioè di cogliere qualche elemento diverso da ciò che il paradigma prescrive. Quell’«altro» che soltanto le persone che sono al di fuori del paradigma in questione riescono a scorgere con più chiarezza, qualche volta. Queste persone a e con vario titolo riescono a percepire con più semplicità “le zone neglette” quelle che possono invece sfuggire all’esperto di un dato settore.
Insomma, l’esperto, qualunque sia la sua materia di interesse, finisce a volte per essere centrato troppo sul “campo” di sua competenza e poco attento o poco interessato ai “fuori campo”. I “fuori campo” che invece abbondano in “Mother!” e che costituiscono la parte maggiore e più importante, forse, del film.
Però, mi auguro sia chiaro a questo punto che non sto facendo una sperticata apologia dell’ignoranza tout court, né sto perorando la fine della “critica cinematografica” che invece tante volte è capace di stimolare a sua volta alla riflessione.
Spero di non esagerare quando dico che il “fuori campo” ha molto a che vedere con l’intuizione.
Tutto questo pistolotto per dire che “Mother!” a me è piaciuto moltissimo. E non ho mai capito sinceramente tutto questo livore con cui il film fu accolto alla sua uscita da critici e frange di pubblico assortite.
E per una parziale disamina del film citerò i concetti di “in campo” e “fuori campo” e più nello specifico della “dialettica tra “In campo” e “Fuori campo”,presente in Mother!
Con l’avvertenza però che la “correlazione tra in campo e fuori campo” qui si esprime su un livello psicologico-semantico più che su quello prettamente tecnico.
Un suggerimento che aprirebbe la strada ad una maggiore comprensione, spero, degli scenari qui proposti sarebbe quello di analizzare il “Campo In” e il “Fuori campo” idealmente come proiezioni della nostra immaginazione. I termini sarebbero da considerarsi soltanto come espressioni figurate che vanno comunque interpretate e la cui differenza consiste nel maggior grado di consapevolezza con cui “assistiamo” al primo rispetto al secondo.
Tra le sequenze del film che ho selezionato o che “si sono imposte” maggiormente alla mia attenzione c’è quella in cui il “poeta” estrae l’«ultima goccia d’amore» dalla sua musa morente.
La musa prosciugata, letteralmente inaridita dall’estrazione del proprio cuore da parte dell’artista “ingordo” il cui unico scopo nella vita è “creare”. E in questo “atto obbligato della creazione” non si può andare tanto per il sottile: il “sacrificio” altrui è incluso nell’operazione. A pensarci bene la “musa dell’artista” siamo davvero tutti noi gente più o meno comune con i nostri dolori e le nostre gioie. E l’artista diventa una sorta di “parassita-predatore” (in)volontario, in un certo senso. Uno strano tipo di parassita quello che vive e si nutre delle nostre vite belle o brutte che siano. Il suo scopo però non è annientare il suo ospite. Egli si limita a strabiliarlo. L’artista si compiace della nostra sorpresa. È pago soltanto quando riesce a sbalordirci. L’artista fa professione di “straniamento”. Egli è un mago che si rivolge a tutti coloro che hanno ancora la forza e la voglia di stupirsi.
Il “campo in” è una sorta di virgolettato che evoca in noi la riflessione rimandando continuamente a qualcos’altro situato nel “fuori campo”: quel luogo in cui cominciamo a rivolgerci domande su tutte le cose che abbiamo l’impressione che in qualche modo siano state “omesse” o “cancellate” nel “campo in”. In definitiva, com’è noto, nel fuori campo (ac)cadono un sacco di cose che non appaiono nell’immediato del nostro campo visivo quello pertinente all’inquadratura, ma, presumo qui, sono maggiormente presenti nell'«immaginario spazio limitrofo della mente dello spettatore», per così dire, in qualità di «osservatore esterno».
Ciò non vuol dire che manchi davvero qualcosa nel “campo in” o che il regista lo abbia eliminato o trascurato intenzionalmente. È verosimilmente l’oggetto o la strutturazione dei vari elementi “in campo” che evoca che “ispira” dei vuoti, delle lacune che qualcuno (lo spettatore) è chiamato a riempire.
Voglio dire che nell’inquadratura del film di pregio è contenuto un “linguaggio ipnotico” in quanto si serve pur sempre di simboli (parole e immagini) che non hanno un significato in sé necessariamente. Il significato scaturisce meglio da un processo interiore. Il “campo in” sapientemente strutturato ci invita sempre ad andare “oltre”, e più precisamente al nostro interno: accediamo così alle nostre memorie (non ultimo il nostro personale bagaglio di conoscenze cinematografiche) e ad usarle per dare un senso alla “realtà” che stiamo guardando.
I cattivi film sono semmai quelli le cui argomentazioni subiamo senza nemmeno rendercene conto.
E a proposito di “cancellazioni” è interessante per me notare come quest’opera di “omissione” su cui poggia l’intera opera di Mother! comincia proprio dalla “cancellazione” dei nomi (non specificati, quindi) dei protagonisti.
L’escamotage non nuovo dei “personaggi senza nome” può essere un primo livello basilare di descrizione di una situazione perché denotativamente neutro: man, him, mother, woman, younger brother appartengono ad una categoria non hanno nome di persona, ma con la loro anonimia non contribuiscono di certo a una più chiara rappresentazione mentale di quanto sta avvenendo in campo o del perché sta avvenendo.L'espressione superficiale del “nome privo di specificazione” serve a presentarci una versione ridotta della completa esperienza del personaggio che si muove “in campo”.
Dunque, i personaggi principali sono degli “universali” cioè designano categorie generali (woman, him, mother, man) essendo privi di nomi specifici operano nel mondo in una condizione quasi di necessità imposta dalla categoria stessa, in quanto tale, cui appartengono: Him (il poeta) è obbligato a creare; mother è in quanto tale obbligata a “ispirare”; woman qui sembra rientrare nella categoria generale della “donna subdola e perfida” il cliché della strega cattiva delle favole.
In effetti, i personaggi sembrano muoversi in un contesto in cui vige l’impossibilità della scelta.
E non è un caso poi che coloro che vivono in uno stato di necessità, come i personaggi principali, sperimentino pressione, confusione, paura, ansia, sentimenti di esclusione o di persecuzione.
Più difficile è comprendere l’identità di “Man” in quanto le sue parti osservabili sono estremamente ambigue. Lo spettro semantico delle sue azioni e parole ha confini molto labili. Qui siamo obbligati oltremisura a fantasticare sulle sue azioni e intenzioni.
L’intruso “Man” sembra soltanto voler rappresentare una sorta di “vettore” che anticipa l’entrata in scena di altri personaggi non ancora mostrati di cui non si presume nemmeno l’esistenza. In effetti lo scopo del personaggio appare fin dall’inizio piuttosto improbabile perché uno scopo verosimilmente nemmeno ce l’ha in realtà nell’economia della storia. “Man” come gli altri personaggi è una pedina che introduce un’altra pedina che un “demiurgo sapiente” muove secondo le proprie intenzioni e scopi. Si procede per sovrapposizione continua. Una volta che si è aggiunta la parte successiva questa può procedere in autonomia senza che l’elemento precedente abbia più alcuna funzione.
Questo particolare contribuisce a far sì che le parti della storia appaiano sconnesse. C’è un apparente discontinuità di fondo nell’istanza narrante.Oppure se scartiamo l’ipotesi che il regista si stia facendo beffe di noi dobbiamo pensare che “l’azione” (il personaggio ha messo in atto una precisa sequenza di azioni funzionali cioè che lo hanno portato con successo in casa di Him e Mother) e il suo scopo (perché si è recato in quella casa?) coincidano. Voglio dire che se per paradosso chiedessimo a Man di rispondere alla domanda “Perché sei qui?”, probabilmente non potrebbe che ricorrere ad una tautologia come fanno i bambini, cioè risponderebbe alla domanda con un’affermazione concernente l'azione: - Perché sei qui? Perché sì. Sono qui per esserci -. Non ci sono alternative. Il destino si deve compiere, alla fine. Il personaggio riconosce lo scopo nell'azione stessa cioè nell'atto della sua realizzazione, e niente più.
Ma nel momento in cui mi identifico come semplice membro di una categoria generica invece che come persona specifica, in qualche modo contemporaneamente sto cancellando, sto negando me stesso quando mi dichiaro all’altro.
È un po’ come se uno facesse un’affermazione di realtà (la propria realtà) ma senza che sia visibile l’autore della dichiarazione. Come lanciare il sasso e nascondere la mano. Anche in questo caso abbiamo la confluenza di “in campo” e “fuori campo”: L’autore dell’affermazione diventa un “referente fantasma”, cioè “non esiste realmente”, ma vive (pericolosamente) nelle nostre personali congetture e ipotesi. È qui, potremmo dire, che il film vira verso il genere Horror vero e proprio. Il referente fantasma è “in-sensibile” non può essere colto dai nostri sensi (è inavvertibile) e di fatto finisce per essere oltremodo “insensibile” cioè indifferente freddo, fino al punto da poter essere anche potenzialmente spietato. In definitiva, Man in quanto personaggio anonimo (“non specificato”) ci aspettiamo continuamente che possa compiere il peggio cioè che costui o costei possano commettere nefandezze inaudite in qualche modo e senza un vero “perché” nascosti dietro il loro anonimato. Penso ad un altro celebre anonimo “It” (Esso) il pagliaccio sanguinario di “Wallace” tratto dal romanzo di King (anche qui un personaggio (non)identificato da una categoria generica che lo rende anonimo senza identità e quindi potenzialmente pericoloso come si dimostrerà nel corso della trama). La loro “genericità” li rende disturbanti e potenzialmente spietati, ma al contempo risultano anche affascinanti, ammalianti, irresistibili.
Come “irresistibili” sono Man, Woman e i loro figli che si impadroniscono della “casa” trasformandola a tratti in un campo di battaglia familiare e senza che i proprietari possano o vogliano opporre resistenza.
I personaggi senza nome non si presentano neanche ovviamente non avendo un indice nominale specifico, un nome di persona. Nei personaggi “irresponsabili”, in qualche modo obbligati a compiere un percorso già scritto, il regista in-scrive forse la sua idea di tragica fatalità esprimendo verosimilmente le sue ossessioni metafisiche o forse la sua concezione finalistica, provvidenzialistica della natura? Non è un caso forse che i personaggi per questa loro apparente impersonalità e oscurità sembrino anche loro ingiunti dal cielo, quasi. Sembrano messi lì da qualcuno, calati dall’alto: non hanno nome, non si sa la loro provenienza, sembrano spuntati per caso, sempre all’improvviso. Un’epifania ininterrotta di fantasmi o di mostri davvero inopportuni. O forse sono divinità che si divertono ad ingannarci tanto da mettere a dura prova anche la nostra consapevolezza intuitiva più basilare? Eppure più assurda ci appare la situazione, più sorge il sospetto che qualcosa di tremendo stia per accadere e più ci sforziamo di trattarla come una situazione ovvia; più tentiamo di farla rientrare in un generico buon senso meno siamo portati a metterla in discussione, forse per difenderci dall’orrore che ci provoca. Ed è per questo che dobbiamo aspettare un bello scorcio di film prima che Mother trovi il coraggio e la rabbia sufficienti per ribellarsi (ma a che serve se tutto è già scritto?).
E poi questa casa che sembra separata dal mondo, priva in apparenza di qualsiasi via di comunicazione che permetta di raggiungerla o di allontanarsi da questa.
Sembra davvero essere calata dal cielo riposta dolcemente da una mano gigante. A simbolizzare forse la complessità del film stesso. Allora, se vogliamo intraprendere il cammino della comprensione del film dobbiamo tralasciare del tutto le strade, i percorsi battuti fino ad oggi. Dobbiamo inventarcele le vie di accesso perché i collegamenti tra una strada e l'altra verosimilmente potrebbero non esistere.
In sostanza, in questo film sembra che si determini la prevalenza del “fuori campo invisibile” su quella dell’«in-campo visibile». E non sarà forse proprio l’intenzione del regista quella di voler evocare un fuori campo “simbolico” omnicomprensivo nella mente dello spettatore alimentando il circolo perverso dell’attesa infinita di qualcuno, di qualcosa? E non è un caso forse che parte delle critiche vertano proprio su grandi aspettative sempre destinate ad essere disperatamente disattese.
Dunque, alla fine cosa rimane? La confusione o la fuga dalla forma o dalla banale compiutezza? Il pasticcio di generi o semmai il bisogno di non chiudersi all’interno dei confini dei generi?
Diciamo che il regista è anche sceneggiatore ed è un passionale. E come si fa a governare la passione? Allora, l’unica maniera di arrivare a Mother! è quella di “appassionarci” a nostra volta, di partecipare allo slancio affettivo del suo autore. E senza pretendere di portare ordine nelle sue urgenze emotive, sentimentali, metafisiche, persino fisiche personali.Chissà!
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frank bernardi
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venerdì 7 ottobre 2022
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alla ricerca delle fonti
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Di ispirazioni che provengono dal passato ce ne sono fin troppe in questo film che ho trovato in molti casi persino divertente, paradossale. I critici hanno già individuato le molte fonti - qualcuno ci ha visto anche il magistrale Providence di Resnais, anche se a me non è parso il caso di tale accostamento. Vorrei indicare una fonte di ispirazione che probabilmente è sfuggita: Viridiana di Bunuel, con la sua famosa scena del pranzo dei barboni, che si traduce in distruzione. E mi pare che nel film di riunioni che si traducono in devastazioni c'è ne sia più di una.
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matteo
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domenica 28 agosto 2022
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mi casa es tu casa
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Da noir misterioso a splatter osceno, passando per citazioni e personaggi di ben noti storici film di genere (Polansky per esempio). Il nostro Aronofsky non si fa mancare nulla e precipita la protagonista in un incubo orrorifico dove la peculiarità è la folla sempre più numerosa che occupa la casa creando situazioni da girone dantesco e oscenità di ogni genere che culminano nel cannibalismo. Peccato che si sia dimenticata la necrofilia, tra i vari abomini forse non avrebbe sfigurato. Mi spiace ma tutte queste metafore che pur sono condivisibili, che molti spettatori hanno trovato nella narrazione scenica non giustificano un guazzabuglio di stupidità fini a se stesse.
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Da noir misterioso a splatter osceno, passando per citazioni e personaggi di ben noti storici film di genere (Polansky per esempio). Il nostro Aronofsky non si fa mancare nulla e precipita la protagonista in un incubo orrorifico dove la peculiarità è la folla sempre più numerosa che occupa la casa creando situazioni da girone dantesco e oscenità di ogni genere che culminano nel cannibalismo. Peccato che si sia dimenticata la necrofilia, tra i vari abomini forse non avrebbe sfigurato. Mi spiace ma tutte queste metafore che pur sono condivisibili, che molti spettatori hanno trovato nella narrazione scenica non giustificano un guazzabuglio di stupidità fini a se stesse. Persino Brden ne esce con una faccia da ebete che non smette di indossare sino all'ultimo minuto. Grottesco.
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mr.rizzus
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lunedì 15 febbraio 2021
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capolavoro assoluto
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mik
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lunedì 21 dicembre 2020
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il film più angosciante che abbia mai visto
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Film angosciante, il tema che affronta è terrificante, solo questo film mi trasmette la sensazione di terrore e di impotenza assoluta. Film di potenza pura, grande film
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mirkotommasicinema
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giovedì 10 dicembre 2020
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non può essere amato da tutti
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Degli ospiti inattesi portano lo scompiglio in casa di marito e moglie. Un film stravagante e densamente popolato di visioni pazze e spaventose. Il cast è di quelli che tutti amano, il film non può essere amato da tutti.
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marco8
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domenica 5 luglio 2020
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ma per carità!!!
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Uno dei peggiori film che io abbia mai visto. Due ore preziose di vita buttate via. Senza il minimo senso. E amo Von Trier eh!
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onufrio
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domenica 12 aprile 2020
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perdonali
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Quasi sempre, ciò che appare strano e senza plausibili spiegazioni viene visto di cattivo occhio, quando in verità basterebbe andare "oltre" e vedere cosa si nasconde dietro ogni singolo personaggio, dietro ogni singola scena che sembra anormale ed incomprensibile. La pellicola di Aronofsky va per l'appunto oltre i classici schemi, e si rimane spiazzati una volta letta la spiegazione reale della trama di un film che presenta un'escalation di pathos e sensi di smarrimento sino ad un finale puramente horror e apocalittico che lascia lo spettatore alquanto perplesso con molti quesiti irrisolti. Opera complessa che va rivista più di una volta per essere veramente compresa.
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Quasi sempre, ciò che appare strano e senza plausibili spiegazioni viene visto di cattivo occhio, quando in verità basterebbe andare "oltre" e vedere cosa si nasconde dietro ogni singolo personaggio, dietro ogni singola scena che sembra anormale ed incomprensibile. La pellicola di Aronofsky va per l'appunto oltre i classici schemi, e si rimane spiazzati una volta letta la spiegazione reale della trama di un film che presenta un'escalation di pathos e sensi di smarrimento sino ad un finale puramente horror e apocalittico che lascia lo spettatore alquanto perplesso con molti quesiti irrisolti. Opera complessa che va rivista più di una volta per essere veramente compresa.
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