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venerdì 25 ottobre 2024
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certo che si.
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Condivisibile. Analisi fuori dalla scontatezza. Siamo abituati a una certa "critica" che "fa comodamente parte del suo tempo".
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domenica 25 agosto 2024
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concordo appieno
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Visto ora il film the Hours . Grazie per la sua recensione che condivido appieno. Rosa Francesca Novi
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sabato 8 giugno 2024
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la ricchezza interiore è di tutti!
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I dolori esplorati dal film sono a mio parere profondamente autentici e umani, raccontati con grande maestria e autenticità. Io l'ho trovato bellissimo (e straziante, in una certa misura...ma appunto, anche catartico), tutt'altro che "complicato e superfluo". (E non appartengo ad un'èlite esclusiva e aristocratica! Sono laureata, ma lavoro come operaia). Faccio inoltre notare che Laura è una casalinga della middle class, quella delle villette a schiera...certo non un'intellettuale. Mi rattrista e preoccupa enormemente una società nella quale qualsiasi sentimento complesso, ambivalente o sfumato non venga compreso e sia anzi disprezzato e bollato come snob e superfluo... Si disprezza ciò che non si capisce? O meglio: ciò che non ci si concede di sentire e di esplorare? Sintomatica una sua osservazione: "tutte le donne sono rigorosamente lesbiche e gli uomini rigorosamente gay".
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I dolori esplorati dal film sono a mio parere profondamente autentici e umani, raccontati con grande maestria e autenticità. Io l'ho trovato bellissimo (e straziante, in una certa misura...ma appunto, anche catartico), tutt'altro che "complicato e superfluo". (E non appartengo ad un'èlite esclusiva e aristocratica! Sono laureata, ma lavoro come operaia). Faccio inoltre notare che Laura è una casalinga della middle class, quella delle villette a schiera...certo non un'intellettuale. Mi rattrista e preoccupa enormemente una società nella quale qualsiasi sentimento complesso, ambivalente o sfumato non venga compreso e sia anzi disprezzato e bollato come snob e superfluo... Si disprezza ciò che non si capisce? O meglio: ciò che non ci si concede di sentire e di esplorare? Sintomatica una sua osservazione: "tutte le donne sono rigorosamente lesbiche e gli uomini rigorosamente gay"...vagamente omofoba? Mi dispiace. Bellissimo film.
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domenica 26 maggio 2024
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forse un semplice malinteso
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Se l'interpretazione che lei ha dato di questo film fosse uguale alla mia le darei ragione, purtroppo leggendo la sua interessante recensione ho l'impressione di aver appena visto per la seconda volta (ora su Netflix, la prima appena uscito) un altro film, diverso, molto diverso da quello di cui parla lei.Laura è una donna che non si riconosce nel ruolo che crede di avere scelto, si aggrappa a quel ruolo, ma non essendo (contrariamente a quanto lei dice) non è una donna forte, a mio avviso il contrario, sceglie la fuga per questo. Clarissa e una donna che ha, diversamente dalle altre, un contatto forte con la realtà che potrebbe distruggerla, ma che riesce ad emergere ferita ma non a morte. Su Virginia Woolf niente da aggiungere: una depressione grave in uno spirito ipersensibile ci esime da qualsiasi analisi esistenziale che infatti non ho colto nel film.
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Se l'interpretazione che lei ha dato di questo film fosse uguale alla mia le darei ragione, purtroppo leggendo la sua interessante recensione ho l'impressione di aver appena visto per la seconda volta (ora su Netflix, la prima appena uscito) un altro film, diverso, molto diverso da quello di cui parla lei.Laura è una donna che non si riconosce nel ruolo che crede di avere scelto, si aggrappa a quel ruolo, ma non essendo (contrariamente a quanto lei dice) non è una donna forte, a mio avviso il contrario, sceglie la fuga per questo. Clarissa e una donna che ha, diversamente dalle altre, un contatto forte con la realtà che potrebbe distruggerla, ma che riesce ad emergere ferita ma non a morte. Su Virginia Woolf niente da aggiungere: una depressione grave in uno spirito ipersensibile ci esime da qualsiasi analisi esistenziale che infatti non ho colto nel film. Sono però d''accordo con l'assurdo camuffamento di Nicole Kidman, non c'è n'era davvero bisogno
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domenica 19 maggio 2024
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le ore della vita
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Ma si, ha ragione. Un film snob sul malessere di vivere di una società snob, che vive lontana dal malessere vero della vita di chi tutte le mattine si alza per mettere insieme il pranzo con la cena o , piuttosto, come è cronaca. quotidiana oramai. mentre lo fa deve cercare anche di non beccarsi una bomba sopra la testa. Però la poesia vive fuori del tempo e della ragione. Le protagoniste sono bravissime, e la vita non è mai la vita degli altri, ma la propria. Anche quella delle tre donne raccontate è vita.
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venerdì 17 maggio 2024
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storie di donne
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Che recensione modesta, con il suo "naso più modesto della letteratura sul più bel volto del cinema" ... Che quel che non si capisce diventi "superfluo" ha invece una certa, amara, logica...
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samanta
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domenica 13 dicembre 2020
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guardare solo a se stessi
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E' un film che uscito nel 2002 ebbe un certo successo di critica anche se non unanime (condivo pienamente la recensione di Pino Farinotti) e 4 nomination all'Oscar (regia, miglior film, migliore attore n.p. Ed Harris), migliore attrice n.p. Julian Moore) Nicole Kidman conseguì l'Oscar come migliore attrice.Il film schiera 3 attrici di grande valore considerando anche Meryl Streep, ma sull'interpretazione di Nicole Kidman ho qualche perplessità, dal momento che per interpretare il ruolo di Virginia Woolf, è diventata irriconoscibile ha una la mascheratura facciale con un enorme naso posticcio (e si vede ...) labbra e mento completamente modificati, un caschetto di capelli bruni orribile, insomma veramente brutta.
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E' un film che uscito nel 2002 ebbe un certo successo di critica anche se non unanime (condivo pienamente la recensione di Pino Farinotti) e 4 nomination all'Oscar (regia, miglior film, migliore attore n.p. Ed Harris), migliore attrice n.p. Julian Moore) Nicole Kidman conseguì l'Oscar come migliore attrice.Il film schiera 3 attrici di grande valore considerando anche Meryl Streep, ma sull'interpretazione di Nicole Kidman ho qualche perplessità, dal momento che per interpretare il ruolo di Virginia Woolf, è diventata irriconoscibile ha una la mascheratura facciale con un enorme naso posticcio (e si vede ...) labbra e mento completamente modificati, un caschetto di capelli bruni orribile, insomma veramente brutta. Sembrerebbe confermato l'assioma che le attrici bellissime per avere l'Oscar devono diventare brutte come Charlize Theron in Monster o andando più indietro Grace Kelly sia pure solo truccata e solo leggermente imbruttita (La ragazza di campagna). in questo caso la mascheratura ha stravolto completamente il volto della Kidman che perde nettamente l'espressività, decisamente meglio l'interpretazione di Julianne Moore, ma siccome l'anno precedente era stato negato l'Oscar ingiustamente alla Kidman (dato a Halle Berry, figuriamoci ...) per la sua eccezionale interpretazione di Satine in Moulin Rouge, come successo altre volte l'Academy Award ha voluto riparare al maltolto.
Il film è girato su tre momenti temporali: nel 1921 con Virginia Woolf la scrittrice che soffre di una grave depressione bipolare, in crisi con il marito Leonard (Stephen Dillane) che l'ama e cerca di curarla, c'è un breve escursus al 1941 quando la scrittrice si suicida. Il secondo momento è nel 1951 che ha protagonista Laura un marito che l'adora e un figlio piccolo Richard a lei affezionato ed aspetta un secondo figlio, la donna è infelice e medita il suicidio influenzata dal romanzo della Woolf "La signora Dalloway", per non uccidersi abbandona la famiglia e scompare. Infine siamo a New York nel 2001 la protagonista Clarissa (Meryl Streep) della buona società vuole preparare una festa per l'ex amante Richard scrittore in piena crisi che vive in un tugurio, per un premio vinto per le sue poesie. Clarissa che ha una figlia grande Julia è diventata lesbica eha una relazione con una donna, anche Richard è gay (politically correct oblige) ed è in ulteriore crisi perché l'amante lo ha lasciato e si suicida. Nel finale si scopre che Richard era il figlio di Laura e lei dopo la nascita di una bambina aveva lasciato la famiglia per non uccidersi.
E' un film in cui il regista Stephen Daldry (modesto curriculum di regista 5 o 6 film in 20 anni: Billy Elliot, Thrash) dimostra abilità nel montaggio delle scene utilizzando con capacità i flash back, incastrando in modo efficace i vari episodi nell'arco cronologico di 80 anni. Per il resto il film è lento, noioso in vari momenti, accompagnato da una colonna sonora pomposa e lugubre. La sceneggiatura lascia a desiderare anche per evidenti lacune logiche, ci mostra un buco nero di persone che vive in un'atmosfera angosciante dove tutti piangono, certo si ha compassione per loro per la loro miseria morale, il loro egocentrismo fisso a guardare il proprio ombellico, ma ringraziando il Cielo l'umanità non è solo questo, l'idea poi di adombrare che anche la Woolf e Laura siano lesbiche non migliora la qualità del film. La recitazione è ottima, di Nicole Kidman si è detto della pessima idea di sfigurarla in un manichino posticcio, brave le altre 2 star e bravo Ed Harris, francamente con un simile dispendio di attori il regista poteva fare meglio.
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samanta
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lunedì 30 novembre 2020
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recensione the hours
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Ho visto solo adesso un pò in ritardo il film per commentarlo su MyMovies e concordo pienamente, ho scoperto lei come autore e critico dopo avere visto la sua recensione su LA LA Lan (anch'io ho dato 5 stelle).. Auguri e saluti Carlo Angeletti
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greatsteven
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sabato 15 settembre 2018
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tre donne unite dal destino di un libro profetico.
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THE HOURS (USA, 2002) diretto da STEPHEN DALDRY. Interpretato da NICOLE KIDMAN, JULIANNE MOORE, MERYL STREEP, TONI COLLETTE, JOHN C. REILLY, ED HARRIS, CLAIRE DANES, ALLISON JANNEY, STEPHEN DILLANE, MIRANDA RICHARDSON, EILEEN ATKINS
«Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi». Queste le parole con cui Virginia Woolf, a Sussex, nel 1941, si accomiata dal marito Leonard prima di riempirsi le tasche della veste di pesanti pietre e annegarsi in un fiume. La fonte d’ispirazione del film è l’omonimo romanzo di Michael Cunningham, vincitore del Premio Pulitzer nel 1999, che traccia la storia di tre donne vissute in altrettanti periodi diversi ma unite da un destino che a che fare con un capolavoro letterario.
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THE HOURS (USA, 2002) diretto da STEPHEN DALDRY. Interpretato da NICOLE KIDMAN, JULIANNE MOORE, MERYL STREEP, TONI COLLETTE, JOHN C. REILLY, ED HARRIS, CLAIRE DANES, ALLISON JANNEY, STEPHEN DILLANE, MIRANDA RICHARDSON, EILEEN ATKINS
«Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi». Queste le parole con cui Virginia Woolf, a Sussex, nel 1941, si accomiata dal marito Leonard prima di riempirsi le tasche della veste di pesanti pietre e annegarsi in un fiume. La fonte d’ispirazione del film è l’omonimo romanzo di Michael Cunningham, vincitore del Premio Pulitzer nel 1999, che traccia la storia di tre donne vissute in altrettanti periodi diversi ma unite da un destino che a che fare con un capolavoro letterario. Nel 1921, Virginia Woolf, a Richmond, si appresta a cominciare la stesura di Mrs. Dalloway incitata dal coniuge, combattendo faticosamente al contempo contro la malattia mentale che la sta dilaniando. Nel 1951, a Los Angeles, Laura Brown, nata McGrath, deve preparare una torta di compleanno al marito Daniel insieme al figlioletto Richard, ma non appena inizia a leggere il romanzo della Woolf comincia a mettere in discussione la vita finora scelta, decidendo infine di abbandonare una volta per sempre la sua famiglia. Nella New York contemporanea, Clarissa Vaughan, affermata editor, si sente una moderna signorina Dalloway mentre compra i fiori e si accinge a preparare la festa di addio per l’amico di vecchia data ed ex amante Richard, poeta e romanziere divorato dall’AIDS che ha conquistato un importante premio di letteratura. La vicenda di queste tre donne, vissute in epoche differenti, confluiscono in una mistificazione che diventa l’identificazione di un attimo meravigliosamente condiviso, quelle ore del titolo che compongono un unico giorno capace di cambiare da capo a fondo le loro esistenze. Almeno tre i momenti di bravura ineccepibile, ognuno per ciascuna era: la litigata fra Leonard e la Woolf alla stazione in cui lui le rinfaccia i motivi che l’hanno costretta ad essere ricoverata in manicomio per i suoi disturbi mentali, e dove lei risponde opponendo uno strenuo ma efficace baluardo di tenue speranza; la visita, a casa di Laura, dell’amica Kitty, durante la quale questa le confessa di avere un’escrescenza all’utero che le impedisce di rimanere incinta e coronare dunque il suo sogno di diventare madre; il dialogo conclusivo fra Clarissa e Richard, ancora addolorato mezzo secolo dopo per l’abbandono della madre, che si ammazza defenestrandosi ripetendo all’amante di un tempo le stesse parole con cui Virginia annunciò il proprio suicidio al consorte scrivendogli l’ultima, commovente lettera. L’opera di Daldry si muove su due binari essenziali: l’amore e la morte, indissolubilmente congiunti dalla passione della letteratura e dal mestiere che essa fornisce, anche e soprattutto come mezzo per affrontare e superare il dolore interiore, sia per chi la pratica sia per chi la legge. Il senso di vuoto e la depressione inconciliabile con le aspirazioni e le indoli che accomunano i personaggi di Kidman, Moore e Harris sono il punto di forza di questa pellicola dai molteplici significati profondi che racconta il tema della sublimazione sentimentale con un versamento alquanto negativo, consegnando una morale pessimistica che però non si rivela del tutto triste perché lascia aperto lo spazio al ricordo affettuoso del tempo trascorso assieme, il quale fornisce le risposte ai gesti estremi compiuti dai personaggi immensamente umani di questa triplice storia non perché li giustifica (non sarebbe corretto da una prospettiva etico-morale), ma in quanto esplica le motivazioni che spingono a soffrire in maniera autoreferenziale. Le difficoltà incontrate lungo il cammino non impediscono a questi caratteri tanto tenaci quanto segnati nel vivo di stringere legami fondamentali per la vita, i quali, sebbene poi finiscano per non salvarla, le attribuiscono comunque un senso giacché non concedono adito a nessun singolo attimo di tempo sprecato. È anche un panegirico tutt’altro che forzato alla potenza delle capacità artistiche: chiunque possieda una dote in questo campo, può valorizzarla per comprendere come non soffrire più malgrado la quantità seppur immane di dolore accumulato. Per non implodere nell’autocommiserazione. Col naso ritoccato, Kidman s’è guadagnata un meritatissimo Oscar interpretando una delle più eccelse scrittrici del XX secolo dando magica rilevanza al momento della composizione del suo lavoro maggiormente coinvolgente ed appassionante, mentre dal canto loro Moore e Streep sono, rispettivamente, una moglie e madre depressa che capisce troppo tardi le conseguenze della sua azione avventata sul figlio e una lavoratrice infaticabile che si dà anima e corpo per far sì che l’ultima esperienza di una persona a lei cara (un Harris tanto sconsolato quanto realista) rimanga scolpita nelle menti e nei cuori di tutti coloro che, come lei, gli hanno voluto un bene dell’anima. Il resto di un cast davvero stellare contribuiscono a completarlo Collette con la sua grazia intristita, Danes con la sua giovanile incoscienza, Janney come compagna lesbica di Streep dalla forte e sentita compartecipazione, Reilly col suo ottimismo felice e un po’ ingenuo (perché ignaro, fino all’ultimo, del problema che divora la moglie dal di dentro), Dillane col suo amore pragmatico che funziona da viatico per la frustrazione della moglie professionista della penna, Harris con la sopracitata praticità che gli funge con suo sommo dispiacere da mezzo autodistruttivo, Richardson nei panni della sorella di Virginia, Vanessa Bell, rivelatasi anch’essa un individuo in pena e Atkins come fioraia che non crede nelle potenzialità artistiche di Harris denigrandole tanto le poesie quanto il romanzo come qualcosa di improponibile da leggere.
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claudiofedele93
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mercoledì 19 febbraio 2014
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un grande inno alla vita!
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Ci sono lungometraggi che non hanno bisogno di tante presentazioni, pellicole indipendenti che magari ottengono scarsi risultati al botteghino, ma che al tempo stesso offrono prove di vero cinema d’autore dove la cinepresa riesce a trasformarsi in un mezzo per giungere ad un fine più ampio, non limitandosi il semplice intrattenimento né offrire uno spettacolo per famiglie o per chi non sa come ingannare il tempo. Questi tipi di film sono quelli che bene o male hanno al loro interno un qualcosa, una briciola di verità, poesia, drammaticità che fanno impazzire la critica specializzata ed il pubblico (quello più colto almeno, che non si lascia abbindolare dai blockbuster e che si esalta non tanto per i risvolti della storia che si prestano a vedere quanto per le esplosioni che cercano di contare durante la proiezione in sala), dimostrando che ancora oggi, nell’era del digitale, degli effetti speciali e delle pellicole costose realizzate solo per fare soldi, esistono lungometraggi degni di tal nome ricchi di tutta quella profondità per essere ripresi e (ri)ammirati negli anni a venire.
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Ci sono lungometraggi che non hanno bisogno di tante presentazioni, pellicole indipendenti che magari ottengono scarsi risultati al botteghino, ma che al tempo stesso offrono prove di vero cinema d’autore dove la cinepresa riesce a trasformarsi in un mezzo per giungere ad un fine più ampio, non limitandosi il semplice intrattenimento né offrire uno spettacolo per famiglie o per chi non sa come ingannare il tempo. Questi tipi di film sono quelli che bene o male hanno al loro interno un qualcosa, una briciola di verità, poesia, drammaticità che fanno impazzire la critica specializzata ed il pubblico (quello più colto almeno, che non si lascia abbindolare dai blockbuster e che si esalta non tanto per i risvolti della storia che si prestano a vedere quanto per le esplosioni che cercano di contare durante la proiezione in sala), dimostrando che ancora oggi, nell’era del digitale, degli effetti speciali e delle pellicole costose realizzate solo per fare soldi, esistono lungometraggi degni di tal nome ricchi di tutta quella profondità per essere ripresi e (ri)ammirati negli anni a venire. The Hours (Le Ore), tratto dall’acclamato romanzo di Liam Cunningham, appartiene a questa categoria, si distacca dunque dai kolossal e con un cast che nemmeno la parola “eccezionale” può minimamente arrivare a descrivere, mette in luce la storia di 3 donne incredibili, donne forti, deboli, con i loro problemi, ma coraggiose.
La vicenda si svolge in un unica giornata, ma le protagoniste vivono in periodi di tempo diversi. Da una parte abbiamo Virginia Woolf (Nicole Kidman), la famosa scrittrice inglese, alle prese con la depressione e con la stesura dei suoi racconti. Laura Brown (Julianne Moore), invece, vive negli Stati Uniti d’America, durante la seconda guerra mondiale ed è una madre a tempo pieno, che si prende cura del figlio e del marito, occupato a lavorare durante il giorno. Clarissa (Meryl Streep) , chiamata dagli amici Mrs Dalloway, è un’editrice che vive nella New York dei giorni nostri ed ha intenzione di organizzare una festa per il suo amico Richard, morente ormai di AIDS.
Ognuna di queste donne affronta la propria vita a suo modo, cercando di combattere i propri demoni e superando le difficoltà che vengono poste loro. Virginia è una donna forte, ma allo stesso tempo vittima della depressione, del suo bipolarismo e del suo genio creativo. Laura è una rispettabile signora, incinta del secondo figlio, ma dentro di sé nasconde un segreto, una tristezza ed un forte senso di prigionia che non vuole mostrare al proprio marito. Clarissa cerca di organizzare una festa, una sorta premiazione per il suo amico occupando tutto il suo tempo, in modo tale da evitare di pensare ai suoi errori, alla sua vita e per evitare di soffermarsi a pensare a ciò che ha fatto in tutti questi anni.La storia si apre con il suicidio di Virginia Woolf in un fiume, vicino alla sua tenuta estiva e questo è anche il modo in cui finisce il film, con le parole della nota scrittrice che riempiono l’ultima scena, costellate da quel paesaggio di campagna inglese bucolico.
Capire appieno un film come The Hours potrebbe essere una delle cose più difficili da fare, altrettanto difficile è spiegarlo dato che, come ogni film dove siamo messi di fronte ad una storia semplice ed allo stesso tempo complessa, l’opera di Daldry si avvicina molto a quel genere di lavoro che i comuni mortali chiamano “unico”. Non è un caso che l’opinione che ne scaturirà dalla visione del lungometraggio sarà del tutto soggettiva, che poche certezze a livello di impressioni generali e di trama saranno universali e questo è dato sopratutto dalle diverse letture che si potranno dare alla storia, che potranno essere ancor più approfondite con una seconda e terza visione. Assistere un collegamento spazio-temporale così forte con tre donne non può che essere una buona motivazione per vedere The Hours, inoltre provare ad entrare nonché cercare di comprendere la loro psiche, le loro paure e cercare di capire l’anima di una personalità come quella della Woolf, complessa e straziante, è senza dubbio uno degli aspetti più affascinanti di questo prodotto, esattamente come quella di Laura o Clarissa donne con altrettante paure, dolori e problemi. Tutte e tre sono esseri umani che devono fare i conti con le loro angosce ed anche chi non lo da a vedere arriverà ad un preciso momento di rottura, di totale disperazione, dalla quale poi cercherà di riemergere. I dialoghi sono importanti e profondi, quasi a voler sottolineare sempre l’atmosfera che caratterizza la pellicola, sinonimo dunque di una sceneggiatura curata sin nel dettaglio; l’opera inoltre, sebbene supportata da una trama particolarmente straziante ha al suo interno un forte inno alla vita, al voler spingere ognuno di noi ad andare avanti ed avanza queste tematiche senza alcuna retorica o buonismo.
Per quanto riguarda al cast stavolta è bene fare una menzione speciale alla brava (e sempre bella, per quanto irriconoscibile) Nicole Kidman, che mai come in questa lavoro, sebbene il suo talento fosse stato dimostrato in tante altre occasioni, era stata capace di regalare un personaggio così bello e sofferente, intenso e drammatico. Quando sulla scena appare la sua Woolf tutto si oscura, ogni cosa sparisce e siamo come rapiti dai suoi turbamenti, dai suoi desideri e dalle sue incomprensioni. Vedere questa donna incarnare un’essere altrettanto complesso e difficile dimostra come la Kidman sia una attrice di classe e quando si guarda questo film pare di essere davanti alla scrittrice inglese in persona. La sola potenza che l’attrice australiana mette sguardo è capace di dire tutto; una performance costellata da lenti movimenti, pochi dialoghi dove tutto vien da sé in modo naturale capace di colpirci nel profondo e catalogare come una delle migliori performance di sempre quella fatta da Nicole Kidman in questa pellicola. Ottime le interpretazioni fatte anche da Julianne Moore, il suo personaggio è una figura che ispira compassione, tristezza e amarezza, specialmente nella parte finale; in tutto questo non ci si sente mai abbastanza sicuri di condannare appieno il comportamento della sua Laura Brown. La Clarissa di Meryl Streep è, apparentemente, la persona più spensierata e sicura delle tre, risultando essere anche la donna più altruista rispetto alle altre due e allo stesso tempo rappresenta l’incarnazione la figura della famosa signora Dalloway; ma i suoi sorrisi e le sue azioni sono solo un velo dove si cela un dramma interiore radicato nel suo animo fragile. Tutto questo viene espresso in modo encomiabile da una sempre divina Meryl Streep.
Per quanto riguarda gli aspetti tecnici, degno di nota è il montaggio, specialmente nella parte iniziale e nelle prime scene. Vedendo una delle prime sequenze il regista vuole mettere in luce che il tempo è un concetto del tutto relativo e che più persone posso essere collegate tra loro anche a distanza di anni. Molto bella è la colonna sonora, principalmente composta da pezzi realizzati al pianoforte. Parte altrettanto importante di quest’ultima sono anche i rintocchi degli orologi, che scandiscono il tempo ed il passare delle ore.
The Hours è un ottimo un film che riesce a creare poesia grazie sopratutto alla storia e alle protagoniste, è una pellicola che si spera in futuro possa essere ricordata. Come accade quando si legge un libro o un’ode in versi, non tutti concorderanno sulla qualità della presente opera, che secondo noi rimane comunque di un certo livello. Bisogna ammettere che alcuni spettatori potrebbero trovare i 114 minuti complessivi troppo lunghi e tediosi, con dialoghi a volte fin troppo elaborati o apparentemente retorici, ma il punto è che in questo film la retorica non esiste. La indimenticabile Virginia Woolf ci lascia un testamento importante nella sua “ultima lettera”, un’insegnamento che non bisognerebbe mai scordare: “Amare la vita in ogni momento, ogni attimo, in ogni ora. Il resto sono solo dettagli insignificanti”.
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