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dandy
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martedì 22 settembre 2020
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ma n''dò vai oaòòòòò
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Ferocissimo e caustico ritratto della vita nelle baraccopoli di Roma(girato nella zona di Mote Cicci,fino all'anno seguente,occupata dalle baracche).Un'umanità derelitta disumanizzata mossa da avidità e bassezza,per le quali non ha differenzaalcuna rispetto alle altre classi sociali.Un mondo sporco e bestiale dominato con pugno di ferro dall'indimenticabile Manfredi,circondato da veri baccanti e spesso improvvisando nei dialoghi con la memorabile parlata pugliese.Laidezza e bassezze varie imperano,lo stile grottesco e sgradevole non è sempre azzeccato ma la visione d'insieme è spietatamente lucida,con un che dell'Inferno di Dante e momenti che quasi anticipano le prime opere di John Waters,con personaggi freak e momenti stomachevoli(celebre la sequenza della pasta).
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Ferocissimo e caustico ritratto della vita nelle baraccopoli di Roma(girato nella zona di Mote Cicci,fino all'anno seguente,occupata dalle baracche).Un'umanità derelitta disumanizzata mossa da avidità e bassezza,per le quali non ha differenzaalcuna rispetto alle altre classi sociali.Un mondo sporco e bestiale dominato con pugno di ferro dall'indimenticabile Manfredi,circondato da veri baccanti e spesso improvvisando nei dialoghi con la memorabile parlata pugliese.Laidezza e bassezze varie imperano,lo stile grottesco e sgradevole non è sempre azzeccato ma la visione d'insieme è spietatamente lucida,con un che dell'Inferno di Dante e momenti che quasi anticipano le prime opere di John Waters,con personaggi freak e momenti stomachevoli(celebre la sequenza della pasta).Colpisce il finale,inaspettatamente misurato ma di certo non lieto.Grande cinema nostrano del passato.Sceneggiatura del regista con Ruggero Maccarri.Belle musiche di Armando Tovajoli.Zoe Incrocci(sorella di Agenore)è la madre di Tommasina.Giovanni Rovini è la spassosa nonna Antonecchia.Premio a Cannes per la miglior regia.
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parsifal
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lunedì 5 febbraio 2018
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cinismo e povertà
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Il Maestro Scola, nel 1977, anno di grandi sommovimenti nazionali ed internazionali, per alcuni versi non certo indolori ed anche decisamente traumatici, realizza con il fido amico e collaboratore Maccari alla sceneggiatura, un film che fu accolto ottimamente dal pubblico mentre venne sezionato impietosamente da i critici dell'epoca , che non vedevano la necessità di realizzare un affresco del degrado metropolitano della capitale , in tal guisa come venmne fatto. Infatti, benchè il film appartenga a tutti gli effetti al filone della commedia all'italiana è ben più e ben oltre che una semplice commedia, destinata a d intrattenere piacevolmente lo spettatore; a tratti è un vero pugno nello stomaco, con la caratterizzazione dei personaggi così ben delineata e priva di qualsivoglia compiacimento istrionico da risultare iperrealistica e dunque estremamente graffiante.
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Il Maestro Scola, nel 1977, anno di grandi sommovimenti nazionali ed internazionali, per alcuni versi non certo indolori ed anche decisamente traumatici, realizza con il fido amico e collaboratore Maccari alla sceneggiatura, un film che fu accolto ottimamente dal pubblico mentre venne sezionato impietosamente da i critici dell'epoca , che non vedevano la necessità di realizzare un affresco del degrado metropolitano della capitale , in tal guisa come venmne fatto. Infatti, benchè il film appartenga a tutti gli effetti al filone della commedia all'italiana è ben più e ben oltre che una semplice commedia, destinata a d intrattenere piacevolmente lo spettatore; a tratti è un vero pugno nello stomaco, con la caratterizzazione dei personaggi così ben delineata e priva di qualsivoglia compiacimento istrionico da risultare iperrealistica e dunque estremamente graffiante. La vicenda si svolge quasi interamente nella zona di MOnte Ciocci, ove aveva sede un insediamento spontaneo, fatto di baracche e spelonche, nel quale vivono i disederati della metropoli, a due passi da vie residenziali dove abitano i borghesi. In una delle suddette baracche vi è una famiglia numerosissima, capeggiata dal patriarca Giacinto ( insuperabile Manfredi) muratore attempato , padre di numerosissimi figli e nonno di latrettanti nipoti. Abbrutito dall'alcol e dalle miserie della vita , ha appena ricevuto un indennizzo monetario dall'assicurazione per un infortunio sul lavoro ( perdita di un occhio). La somma di un milione ( Bonaventura Docet) fa gola a tutta la sua progenie, che non si fa scrupolo nel tentare di sottrargli la somma , senza però riuscirci. NUmerose scene , tratteggiate con cinica ironia, sottolineano la mancanza di scrupoli di entrambe le parti, pu rdi raggiungere i propri obietttivi. Trucchi sporchi, sgambetti, cattiverie e colpi bassi di ogni genere non vengono risparmiati. UN giorno Giacinto si innamora di una giovane e florida prostituta ,Iside e comincia a dedicarle tutte le sue attenzioni. Temendo che la somma possa estinguersi e mossa dal desiderio di vendetta, la moglie raduna tutta la famiglia e decide di uccidere il tiranno. Ora la narrazione diventa a tinte fosche, ma i colpi di scena non mancheranno... Affresco duro ed implacabile di realtà suburbane che diede molto fastidio ai perbenisti. Ben realizzato e portato a termine con estrema onestà intellettuale.
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alfiosquillaci
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giovedì 6 ottobre 2016
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uno sguardo cattivo
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Un film feroce, spietato. Un film, che a me popolano, uscito da ambienti non molto dissimili di quella borgata romana, fece molto male, da morirne, ma mi incitò a trovare il varco di fuga da quel mondo. Mi colpì nell’intimo Scola con il referto quasi positivistico, lombrosiano, del bassomimetico e sordido ambiente del sottoproletariato romano post “Accattone”. Qui il grande regista amplifica e conduce alle ultime conseguenze visive alcuni temi dei “Mostri” (l’episodio del borgataro che con i soldi ricevuti per comprare le medicine se ne va allo stadio). La trama gira attorno al "malloppo", un milione di lire che Giacinto (interpretato da un guercio e sordido Nino Manfredi) ha ricevuto dall'assicurazione come risarcimento di un occhio perso a causa di un getto di calce viva.
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Un film feroce, spietato. Un film, che a me popolano, uscito da ambienti non molto dissimili di quella borgata romana, fece molto male, da morirne, ma mi incitò a trovare il varco di fuga da quel mondo. Mi colpì nell’intimo Scola con il referto quasi positivistico, lombrosiano, del bassomimetico e sordido ambiente del sottoproletariato romano post “Accattone”. Qui il grande regista amplifica e conduce alle ultime conseguenze visive alcuni temi dei “Mostri” (l’episodio del borgataro che con i soldi ricevuti per comprare le medicine se ne va allo stadio). La trama gira attorno al "malloppo", un milione di lire che Giacinto (interpretato da un guercio e sordido Nino Manfredi) ha ricevuto dall'assicurazione come risarcimento di un occhio perso a causa di un getto di calce viva. Giacinto vive in una baracca di una devasta periferia romana, in un accampamento di immigrati meridionali, immerso nell'ossessione che qualche congiunto gli possa sottrarre il malloppo in un memento di distrazione. Incontrerà quindi una prostituta napoletana cone la quale sperperà il denaro.
Nel libro su Scola (a cura di Stefano Masi, Gremese 2006, p.57) leggo che il grande regista voleva proporre una sorta di prefazione a Pasolini che avrebbe dovuto dare le sue impressioni sull’evoluzione del sottoproletariato romano in apertura di film. Dubito che Pasolini avrebbe infine accettato anche se aveva dato l’assenso di massima, riservandosi comunque di visionare in anteprima la copia di lavorazione del film, che non avvenne per via della morte che lo colse nel novembre del 1975. Il film uscì qualche mese dopo infatti. Difforme è la visione del Lumpenproletariat tra i due intellettuali e registi. Pasolini era l’intellettuale gidiano che trovava nel sottoproletariato qualche forma residuale – rispetto alla perversione della modernità – di innocenza o di salvezza, qualcuno avrebbe detto con locuzione anni ’70, “dei supplementi d’anima”. Vi vedeva, nel popolo, Ninetto, ossia una risorsa sessuale, ancora pura, incontaminata. Breve: il suo sguardo sui borgatari romani non era dissimile da quello di Norman Douglas sui calabresi o von Gloden sui siciliani.
Scola, invece, è feroce in questo film fino all’autolesionismo che non so quanto rispondente a una logica simpatetica di partito, voglio dire del documentarista ufficiale del PCI e del Festival de l’Unità (1973), il ritrattista consentaneo del cosiddetto “popolo di sinistra”. In questo film mostra invece impietosamente tutta l’abiezione dei borgatari, le tare, i sordidi vizi; non assegna loro alcuna nobiltà né iconografica, né morale, né soteriologica. Li dipinge con graffiante cattiveria per quel che sono: sporchi, brutti e cattivi: tel quel, dei brutti bruti. Scola posa su questo mondo uno «sguardo» cattivo, scorticapelle, senza possibilità di riscatto o salvezza. È una umanità, quella ritratta, pervertita e sconcia, non angeli caduti ma proprio demoni imbruttiti dal lungo ristagno negli ultimi gironi dell’inferno sociale. Opera terribile che porta all’estremo lo sguardo acuto e impietoso sulla iconografia proletaria intrapreso fin dai tempi di “Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca” (1970).
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nalipa
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sabato 14 maggio 2016
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oggi un film del genere sarebbe inguardabile||||
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Fotografia Vera e Feroce di una certa Italia, che esiste ancora!!
Certo, purtroppo, non ci sono più Manfredi e Scola. Ma pensando a Sorrentino, Amelio, Virzì... e altri registi che ora non mi vengono in mente, forse potremo ancora vedere film così belli che raccontano il brutto..... Credo e spero di si!
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enzo70
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lunedì 9 novembre 2015
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ritratto grottesco di un disagio sociale
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In una baraccopoli della periferia romana vive una famiglia, ma non è una favola, anzi il lupo cattivo sono tutti i componenti del gruppo, tutti brutti, tutti sporchi e tutti cattivi. Classico prodotto italiano d’autore degli anni settanta, con chiari richiami ai lavori di Pasolini, questo film di Ettore Scola che si avvale di un’interpretazione maiuscola di Nino Manfredi si caratterizza per il tono surreale della narrazione, sempre oltre le righe, sempre al di là di ogni limite. Ritratto di una società in crisi di valori questo film è alla fine un atto di denuncia del disagio sociale.
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In una baraccopoli della periferia romana vive una famiglia, ma non è una favola, anzi il lupo cattivo sono tutti i componenti del gruppo, tutti brutti, tutti sporchi e tutti cattivi. Classico prodotto italiano d’autore degli anni settanta, con chiari richiami ai lavori di Pasolini, questo film di Ettore Scola che si avvale di un’interpretazione maiuscola di Nino Manfredi si caratterizza per il tono surreale della narrazione, sempre oltre le righe, sempre al di là di ogni limite. Ritratto di una società in crisi di valori questo film è alla fine un atto di denuncia del disagio sociale. Dire se questa pellicola ha ancora un valore di attualità non è semplice, gli anni del boom hanno diffuso un benessere per cui quelle realtà sono state superate, anzi affiancate da nuove realtà di povertà e miseria. Ma nonostante il grande valore d’impatto di questo film non lo ritengo uno dei migliori lavori di Scola.
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fabio1957
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venerdì 31 luglio 2015
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bello e cattivo
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Ritratto impietoso del sottoproletariato borgataro degli anni 70, a tratti grottesco a tratti amaro e sarcastico,con un Nino Manfredi mai così bravo,forse solo con "Pane e cioccolata raggiunse vertici così alti di recitazione.La miseria umana,materiale sociale è descritta senza mezzi termini ed è devastante.E' un film memorabile ma oserei dire perfido dove non c'è indulgenza per nessuno.La bruttezza è fuori e dentro.
Bello e cattivo
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ginkgo16
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sabato 28 settembre 2013
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capolavoro
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Capolavoro, Manfredi e Scola immensi
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danygor
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venerdì 1 febbraio 2013
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quando c'erano le baraccopoli a roma
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"Film duro, verace ed a tratti di un realismo quasi impressionante, che potrebbe costringere lo spettatore a smorfie d'orrore per quanto sta vedendo o ascoltando...Ma questa è la Roma del secondo dopoguerra, delle baraccopoli che sorgevano spontanee nella periferia, dove oggi ci sono invece quartieri, palazzi e strade. La Roma degli emigranti, che dal sud Italia si spostavano con le loro famiglie numerose per cercare fortuna nella Capitale, sperando di fare fortuna, sperando nella ripresa economica del Paese. Questa è la Roma raccontata da Pasolini o, in parte, da Sandro penna, una Roma fotografata benissimo dal maestro Ettore Scola, che con questo film descrive come "meglio" o, se preferite, "diversamente", non si potrebbe quell'epoca.
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"Film duro, verace ed a tratti di un realismo quasi impressionante, che potrebbe costringere lo spettatore a smorfie d'orrore per quanto sta vedendo o ascoltando...Ma questa è la Roma del secondo dopoguerra, delle baraccopoli che sorgevano spontanee nella periferia, dove oggi ci sono invece quartieri, palazzi e strade. La Roma degli emigranti, che dal sud Italia si spostavano con le loro famiglie numerose per cercare fortuna nella Capitale, sperando di fare fortuna, sperando nella ripresa economica del Paese. Questa è la Roma raccontata da Pasolini o, in parte, da Sandro penna, una Roma fotografata benissimo dal maestro Ettore Scola, che con questo film descrive come "meglio" o, se preferite, "diversamente", non si potrebbe quell'epoca.
Con questo film, sicuramente non adatto a tutti ed un po' "di nicchia", Scola sembra inaugurare una nuova stagione del Neorealismo italiano, che reinizia proprio da dove i film neorealisti hanno finito di raccontare l'evoluzione di una nazione. I vari personaggi della vicenda, seppur poveri e in evidenti condizioni di disagio sociale, mantengono quel cinismo, quell'avidità, quella cattiveria verso il prossimo, tipica della "bestia umana".
La vicenda è portata volutamente all'estremo, facendo toccare alla pellicola i toni del grottesco, genere poco diffuso nella produzione del cinema italiano e riportato in auge nel cinema contemporaneo da Ciprì e Maresco.
Una delle migliori interpretazioni di Nino Manfredi".
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toty bottalla
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mercoledì 3 novembre 2010
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il grande manfredi!
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E pensare che il produttore non voleva MANFREDI in questo film, non lo voleva perchè credeva che il grande NINO potesse in qualche modo somigliare a geppetto che aveva interpretato poco prima in "le avventure di pinocchio" dove per altro era stato straordinario, MANFREDI allora gli disse: se il film va male lei non mi paga, se invece va bene lei mi dà 20 milioni in più ...indovinate come andò a finire?
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taniamarina
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martedì 5 maggio 2009
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questi film non tornano più...
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Che dire: attori strepitosi, anche quelli improvvisati, e un Nino Manfredi che fa rabbia tanto che è camaleontico. Un film che spiazza per la sua crudezza e per l'ironia che si nasconde in ogni dialogo, certo, ma che non fa altro che marcare la condizione emerginata che alcuni di noi sono costretti a vivere. Da notare l'efficacissimo cambio di atmosfera magica e maligna nel finale. Film capolavoro
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