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carloalberto
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sabato 3 ottobre 2020
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la ricerca dell''autenticità
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Film di strada, con giovani attori professionisti agli esordi o dilettanti presi dalla gente comune, girato in una New York bellissima e vera, mai vista prima così, se non nelle immagini in bianco e nero di Woody Allen in Manhattan, comunque artificiosa e priva della spontaneità con cui è filmata da Cassavetes.
In primo piano il vagabondare di tre amici sfaccendati da un bar all’altro, a caccia di donne di poco conto e pronti alla rissa, che riecheggiano specularmente i borgatari pasoliniani d’oltreoceano, e il menage familiare di tre fratelli afroamericani dalla diversa gradazione del colore della pelle, la bianca, il meticcio, il nero, nell’ordine, accettata, in bilico, rifiutato, dalla società razzista americana del 1959.
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Film di strada, con giovani attori professionisti agli esordi o dilettanti presi dalla gente comune, girato in una New York bellissima e vera, mai vista prima così, se non nelle immagini in bianco e nero di Woody Allen in Manhattan, comunque artificiosa e priva della spontaneità con cui è filmata da Cassavetes.
In primo piano il vagabondare di tre amici sfaccendati da un bar all’altro, a caccia di donne di poco conto e pronti alla rissa, che riecheggiano specularmente i borgatari pasoliniani d’oltreoceano, e il menage familiare di tre fratelli afroamericani dalla diversa gradazione del colore della pelle, la bianca, il meticcio, il nero, nell’ordine, accettata, in bilico, rifiutato, dalla società razzista americana del 1959.
Dialoghi improvvisati in presa diretta a rappresentare il vuoto esistenziale, quell’angoscia di vivere heideggeriana citata in un salotto di intellettuali ed inserita volutamente in modo paradossale e sarcastico proprio tra le chiacchiere borghesi, per il Filosofo antitesi del vivere autentico.
Il vuoto è riempito soltanto dalla musica, un jazz sincopato che scandisce il tempo di una giornata qualsiasi, uguale a tante altre, una colonna sonora in sintonia con le note della canzone che ha in testa il musicista di colore e che stenta a prendere una forma accettabile, un motivo che resta nell’aria come un accenno di qualcosa, che è ancora vivo perché incompiuto.
Non è neorealismo, è puro vitalismo. A parte qualche scena drammatica ed intimistica, dove subentra forse il desiderio di performance attoriale della giovane protagonista, Lelia Goldoni, peraltro simbolo convincente di una femminilità che tenta di rompere le catene dei pregiudizi sessisti dell’epoca e anticipatrice delle battaglie femministe degli anni ’60, l’intento di Cassavetes non è di riprodurre il vero affrontando tematiche sociali, ma di cogliere queste nella vita quotidiana di gente qualunque, attraverso una recitazione naif che a tratti si mostra per ciò che è, svelando l’uomo dietro la maschera e così vivificando la denuncia piuttosto che teorizzarla, ingabbiandola in uno schema scenico costruito ad arte. Il ragazzo bianco nell’impulsivo rifiuto, quasi una repulsione istintiva per il colore diverso della pelle, incarna, in quel momento, il Razzismo.
Ombre è un documento prezioso, una testimonianza disperata di un altro modo di fare cinema, alternativo sia alle produzioni hollywoodiane di film di cassetta, sia alle regie costruite su solide sceneggiature che in contemporanea in Europa ed in particolare in Italia tentavano una mimesi interpretativa della realtà che Cassavetes invece si limita a riprendere, nella ricerca dell’autenticità al di là della finzione.
L’improvvisazione predomina a tal punto sul soggetto che in alcune scene gli attori appaiono per quello che sono, ovvero uomini che fanno gli attori impegnati a recitare una parte, ombre di sè stessi e dei personaggi che interpretano e la loro risata naturalmente sguaiata e spesso senza motivo rimarrà per questo nella storia del cinema.
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andrea lupo
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sabato 9 maggio 2020
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la forma delle ombre
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Film sperimentale, originale, orgoglio del cinema indipendente americano.Fortemente realistico,girato con camera a mano 16 mm, SHADOWS,racconta le vicende di tre fratelli neri di Manhattan(Lelia,Hugh e Ben), che cercano invano, una collocazione ed un'identità, all'interno di una società caotica, colma di pregiudizi e tabù. Dialoghi improvvisati e attori non professionisti,riescono magistralmente a trasmettere quel senso di alienazione e disagio esistenziale,che i nostri personaggi,cercano,senza riuscirci di fronteggiare, confrontandosi con ambienti pervasi da quella nevrosi newyorkese,esplicata altresì da registi dell'epoca, che a parer mio,non sono mai riusciti a centrare aspetti così disincantati,che invece qui traspaiono,attraverso le crude riprese che si susseguono in maniera armonica è naturale.
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Film sperimentale, originale, orgoglio del cinema indipendente americano.Fortemente realistico,girato con camera a mano 16 mm, SHADOWS,racconta le vicende di tre fratelli neri di Manhattan(Lelia,Hugh e Ben), che cercano invano, una collocazione ed un'identità, all'interno di una società caotica, colma di pregiudizi e tabù. Dialoghi improvvisati e attori non professionisti,riescono magistralmente a trasmettere quel senso di alienazione e disagio esistenziale,che i nostri personaggi,cercano,senza riuscirci di fronteggiare, confrontandosi con ambienti pervasi da quella nevrosi newyorkese,esplicata altresì da registi dell'epoca, che a parer mio,non sono mai riusciti a centrare aspetti così disincantati,che invece qui traspaiono,attraverso le crude riprese che si susseguono in maniera armonica è naturale.
Note jazz del compositore Charles Mingus,accompagnano,sottolinenando incisivamente, i temi presentati nel primo film di Joha Cassavetes.
voto 7,5
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elvis4everlive
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sabato 9 maggio 2020
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la forma delle ombre
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Film sperimentale,originale,orgoglio del cinema indipendente americano. Fortemente realistico, girato con camera a mano 16mm,SHADOWS racconta le vicende di tre fratelli neri di ManHattan,(Lelia,Hugh e Ben) che cercano,senza trovare, una collocazione ed un'identità', all'interno di una società caotica, piena di pregiudizi e tabù.
Dialoghi improvvisati e attori non professionisti, riescono magistralmente a trasmettere quel senso di alienazione e disagio esistenziale, che i nostri personaggi tentano invano di fronteggiare, confrontandosi con ambienti pervasi da quella nevrosi newyorkese che altri registi dell'epoca hanno esplicato, senza mai centrare,a mio parere,aspetti così disincantati, che invece traspaiono attraverso le crude riprese, che si susseguono in modo estremamente naturale in questo film.
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Film sperimentale,originale,orgoglio del cinema indipendente americano. Fortemente realistico, girato con camera a mano 16mm,SHADOWS racconta le vicende di tre fratelli neri di ManHattan,(Lelia,Hugh e Ben) che cercano,senza trovare, una collocazione ed un'identità', all'interno di una società caotica, piena di pregiudizi e tabù.
Dialoghi improvvisati e attori non professionisti, riescono magistralmente a trasmettere quel senso di alienazione e disagio esistenziale, che i nostri personaggi tentano invano di fronteggiare, confrontandosi con ambienti pervasi da quella nevrosi newyorkese che altri registi dell'epoca hanno esplicato, senza mai centrare,a mio parere,aspetti così disincantati, che invece traspaiono attraverso le crude riprese, che si susseguono in modo estremamente naturale in questo film. Note jazz del compositore americano Charles Mingus,riescono a sottolineare,in maniera significativa, i temi rappresentativi dell'esordio alla regia di Jhon Cassavetes.
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fabiofeli
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sabato 15 febbraio 2020
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avete appena visto un'improvvisazione
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I tre personaggi principali sono Lelia, Ben, Hugh (nell’ordine L. Goldoni , Ben Carruthers, Hugh Hurd), tre fratelli afroamericani che vivono a New York. Lelia è una mulatta di carnagione molto chiara ed ha una storia con un giovane wasp danaroso, ma quando questi va a cercarla a casa e si accorge che i suoi fratelli sono “coloured”, rimane sconcertato e sorpreso; i fratelli di Leila ritengono giusto allontanarlo dalla ragazza, perché temono che quel rapporto non funzioni e ferisca la sorella.
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I tre personaggi principali sono Lelia, Ben, Hugh (nell’ordine L. Goldoni , Ben Carruthers, Hugh Hurd), tre fratelli afroamericani che vivono a New York. Lelia è una mulatta di carnagione molto chiara ed ha una storia con un giovane wasp danaroso, ma quando questi va a cercarla a casa e si accorge che i suoi fratelli sono “coloured”, rimane sconcertato e sorpreso; i fratelli di Leila ritengono giusto allontanarlo dalla ragazza, perché temono che quel rapporto non funzioni e ferisca la sorella. C’è poco d’altro nel film: l’attraversamento di un gruppo di amici di Ben della trafficata Quinta Strada per raggiungere un bar dove abbordare le ragazze sole e magari, poi, fare a pugni con gli accompagnatori delle stesse ragazze; e il fiasco di Hugh (affiancato da un amico impresario) in un bar di un’altra grande città americana , perché il suo modo di cantare – nonostante la bella voce da baritono, ma con poco ritmo, per niente swing – non convince la platea ai tavoli e neanche le sue freddure hanno effetto positivo: a Ben non resta che presentare un gruppo di ballerine succintamente vestite. Un po’ più approfondita la storia di Lelia, una ventenne alla sua prima esperienza col giovane wasp; si finge navigata e pensa che fare capricci con i corteggiatori la renda più desiderabile perché inafferrabile …
Il bianco e nero di John Cassavetes arricchito con le note musicali di Mingus costruiscono ancora un gioiello di freschezza e naturalezza. In tutti i commenti rintracciabili su internet si sottolinea l’andatura “Jazz” del film, suggerita anche dalla scritta finale che conclude la pellicola e che suona più o meno così: “Quello che avete appena visto è una improvvisazione”. Tutti sanno che i grandi musicisti del Jazz in esibizione inseriscono un assolo - o una serie di assolo, se le star del gruppo sono più di una – nei loro pezzi, nei quali improvvisano uno sviluppo del motivo principale appena suonato e che viene ripreso alla fine. In pratica tutti gli attori recitano la parte di se stessi seguendo un canovaccio che permette loro una certa libertà di improvvisazione. La ripresa è stata fatta con una cinepresa a 16 millimetri (che, se non erro, permetteva anche di inserire il sonoro su una pista sincronizzabile a lato delle immagini): il campo delle immagini è abbastanza ristretto come nei film amatoriali che molti hanno avuto l’occasione di girare con amici e parenti negli anni ’50-‘60. Fummo entusiasti del film (datato 1959), distribuito in Italia nel 1962 (?). Ancora oggi mantiene la carica di originalità con effetto dirompente, una perfetta inaugurazione del cinema indipendente americano (“indie”): è il primo film nel quale i veri protagonisti sono afroamericani. Solo 58 anni dopo un film con regista e attori afroamericani (Moonlight di Barry Jenkins) ha conquistato per la prima volta il premio Oscar. Questa pellicola regala ancora l’illusione che è possibile a tutti raccontare una storia che funzioni: basta una minuscola videocamera o addirittura uno smartphone. Poi si deve avere talento come Agostino Ferrente in “Selfie”, o non se ne parla proprio: si girano pappette pseudointellettuali che non divertono, né fanno ridere, né commuovono. Questo è a livelli stratosferici: un film imperdibile.
Valutazione **** e ½
FabioFeli
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taniamarina
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mercoledì 8 agosto 2012
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quattro maschere di carnevale
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Impossibile soltanto avvicinarsi a comprendere quanta pressione deve sopportare un regista dal talento riconosciuto a livello internazionale, ancor più impensabile la capacità di Polansky di fare un film bello, anzi: bellissimo, anzi: un altro capolavoro da condominio. La sua firma c'è tutta, l'angoscia di spazi ospitali ma chiusi è ritornata in tutto il suo splendore, ma ciò che colpisce di questa pellicola è il crescendo di tensione, le maschere della vita che pian piano si sciolgono per dare completo spazio alle nostre sublimi e cattivissime debolezze, e gli attori: straordinari. Kate Winslet è un mostro di bravura, spicca sugli altri che sono incredibili.
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Impossibile soltanto avvicinarsi a comprendere quanta pressione deve sopportare un regista dal talento riconosciuto a livello internazionale, ancor più impensabile la capacità di Polansky di fare un film bello, anzi: bellissimo, anzi: un altro capolavoro da condominio. La sua firma c'è tutta, l'angoscia di spazi ospitali ma chiusi è ritornata in tutto il suo splendore, ma ciò che colpisce di questa pellicola è il crescendo di tensione, le maschere della vita che pian piano si sciolgono per dare completo spazio alle nostre sublimi e cattivissime debolezze, e gli attori: straordinari. Kate Winslet è un mostro di bravura, spicca sugli altri che sono incredibili. Ennesimo capolavoro di Roman
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vannilatino
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domenica 18 settembre 2011
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se proprio nn si ah altro fa fare!
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un film particolare, ma molto particolare,
70 minuti di dialoghi in un appartamento.... un film costato 4 soldi, se nn fosse per i cachet degli attori, ... ma ormai si sa se la critica dice che e' u ncapolavoro...al 90% dei casi e' un polpettone.... come si fa sentire per piu' di un ora due coppie che parlano e basta...si scontrano... parere personale: era meglio sei i 7 euro del cinema li spendevo da mac donald...
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fedeleto
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sabato 30 luglio 2011
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ombre nella notte
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Una metroploli come New York,quattro amici e un annuncio radiofonico,ecco come nasce l'esordio di JOHN CASSAVETES.Ombre e' un film sperimentale ed originale.Da un soggetto dello stesso cassavetes,nasce una pellicola che racconta una sotria reale su quello che accade nella metropoli neworkese.Il tema centrale del film ruota attorno al problema di una donna che si innamora di un uomo e l'ostinazione di quest'ultimo a non accettare il fatto che il fratello sia di colore .Tra incomprensioni e problemi c'e' anche un terzo fratello che spesso si mette nei guai.Le ombre in realta' sono i personaggi che si muovono sempre come tali ,non esprimono mai chiaramente cio' che pensano o se lo fanno e' solo dopo aver visto metaforicamente una luce ovvero un cambiamento evidente.
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Una metroploli come New York,quattro amici e un annuncio radiofonico,ecco come nasce l'esordio di JOHN CASSAVETES.Ombre e' un film sperimentale ed originale.Da un soggetto dello stesso cassavetes,nasce una pellicola che racconta una sotria reale su quello che accade nella metropoli neworkese.Il tema centrale del film ruota attorno al problema di una donna che si innamora di un uomo e l'ostinazione di quest'ultimo a non accettare il fatto che il fratello sia di colore .Tra incomprensioni e problemi c'e' anche un terzo fratello che spesso si mette nei guai.Le ombre in realta' sono i personaggi che si muovono sempre come tali ,non esprimono mai chiaramente cio' che pensano o se lo fanno e' solo dopo aver visto metaforicamente una luce ovvero un cambiamento evidente.Tutti e tre i personaggi hanno desideri o voglie, e questo loro soddisfarle non sempre arriva a conclusione,sono come animali(ottima la citazione dell'esistenzialismo di sartre che definisce chiaramente il quadro dei personaggi)senza coscienza.Ottime le sequenze sperimentali e soprattutto l'inizio caotico rende bene il principio di confusione che alberga nel film.Di sicuro uno dei migliori film sperimentali mai girati che ricordiamo e' fatto sull'improvvisazione degli attori come voleva cassavetes.Un ottimo esordio.
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gwynplaine
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sabato 2 luglio 2011
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figo
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(di orson welles)
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vincenzo carboni
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venerdì 3 ottobre 2008
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ombre che camminano
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Si vede questo film annoiati, forse perché si sa già da subito che è un vecchio film, in bianco e nero (strana tautologia, si scoprirà poi: un film in bianco e nero che è anche un film sul bianco e sul nero, e –aggiungerei- sulla scala di grigi che corre tra una polarità e l’altra). E’ un film di Cassevetes però. L’ho visto di recente in TV ne ‘La sporca dozzina’. Cassevetess si assume il ruolo del più sporco forse di qella dozzina, e rifletto come questo ‘sporco’ forse sia una ossessione per lui e il suo cinema. E’ il tratto comunque di ‘Ombre’, come una tela dai contorni troppo netti e dai colori troppo vividi. Questa tela va presa a sberle, va sottratta, va decomposta, va filtrata da un orifizio meno nobile per poterne apprezzare la bellezza ruvida, graffiante, maleodorante.
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Si vede questo film annoiati, forse perché si sa già da subito che è un vecchio film, in bianco e nero (strana tautologia, si scoprirà poi: un film in bianco e nero che è anche un film sul bianco e sul nero, e –aggiungerei- sulla scala di grigi che corre tra una polarità e l’altra). E’ un film di Cassevetes però. L’ho visto di recente in TV ne ‘La sporca dozzina’. Cassevetess si assume il ruolo del più sporco forse di qella dozzina, e rifletto come questo ‘sporco’ forse sia una ossessione per lui e il suo cinema. E’ il tratto comunque di ‘Ombre’, come una tela dai contorni troppo netti e dai colori troppo vividi. Questa tela va presa a sberle, va sottratta, va decomposta, va filtrata da un orifizio meno nobile per poterne apprezzare la bellezza ruvida, graffiante, maleodorante. Qui Casssevetes non ha dovuto fare ex post quest’opera di nausea-verità; gli è bastato una 16mm, una luce bianca che esaltasse gli estremi, l’assenza di un copione netto che permetta di ‘sporcare’ i dialoghi. A Cassevetes non interessa il senso (figuriamoci un messaggio!), interessa il commento annoiato (appunto) di uomini intenti a cercare una donna per la serata, i soldi per una serata; di donne (Lelia Goldoni) che cercano un uomo con cui passare la notte, per una ‘prima volta’. E’ lei a decidere il momento giusto, mascherando al colmo della misura con l’audacia (vent’anni e vergine) la paura di essere presa da un uomo. Lui e lei a letto sono sorpresi e delusi, perché nelle aspettative l’amore deve essere sempre bello e appagante. Non è così una prima volta. L’amore dovrebbe essere dedizione al di
là di ogni apparenza, ma lui è spaventato dal saperla praticamente negra (è chiara di carnagione ma ha due fratelli che diradano inesorabilmente verso il nero più nero). C’è sempre una verginità morale deflorata, e non potrebbe essere che così per una ragazza di vent’anni che vuole tornare a casa da sola di notte a NY, che frequenta l’ambiente degli scrittori. Di fronte a quest’IO ferito (il fratello ‘più’ negro di Lelia accetta un lavoro di cantante in un locale che mortifica il suo autostimato talento), è importante non specchiarsi troppo nel proprio dolore. Si continua a vivere nei locali di sera, a cercare una donna per la serata, a parlare, a conversare del più e del meno, a commentare con parole che non si aggregano mai in un discorso, ma sono schegge lente e annoiate di una esistenza che cerca la protezione calda dell’amicizia, del clan familiare, di qualcuno che si prende cura di te purchè sia. Il linguaggio sembra un esorcismo contro la solitudine, ma allo stesso tempo l’esigenza di esporsi alle ferite del mondo per poter vedere cosa si nasconde dietro l’altro, dietro sé stessi. Siamo ombre che camminano, scriveva Shakespeare nel Macbeth: la vita non è che un'ombra che cammina, un povero commediante che si pavoneggia e si agita, sulla scena del mondo... Dentro questo mondo simile più a una vasca per pesci rossi piuttosto che ad un universo, questo agitarsi è il solo senso che possiamo sperare di cercare senza trovarlo mai. Ringrazio Sophie per avermi messo di fronte a questo film un giorno, sfidando la mia noia, il mio umore un po’ sottotono. E’ stato bello vederlo insieme, e allo stesso tempo vedere nei tuoi occhi l’emozione che ti suscita dentro.
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