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claudio salvati
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giovedì 9 ottobre 2008
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strange kathryn b.
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- di CLAUDIO SALVATI - Il giornalista di cronaca Mark Boal affida nuovamente le sue memorie dal fronte alla fluidità narrativa del grande cinema.
Se l’anno scorso La Valle di Elah fu un toccante, eppur retorico, manifesto sul disadattamento dei giovani militari di stanza in Iraq congedati dal fronte, ispirato a Paul Haggis da un articolo dell’inviato, quest’anno è Kathryn Bigelow a dispiegare la sua forza d’urto visionaria al servizio di un racconto che è anche una causa: l’idea che la guerra è come una droga che procura assuefazione, attraverso una spirale di rischio e pericolo che non vengono più percepiti come tali, tanto è forte il senso di adesione e di incoscienza da parte dei militari.
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- di CLAUDIO SALVATI - Il giornalista di cronaca Mark Boal affida nuovamente le sue memorie dal fronte alla fluidità narrativa del grande cinema.
Se l’anno scorso La Valle di Elah fu un toccante, eppur retorico, manifesto sul disadattamento dei giovani militari di stanza in Iraq congedati dal fronte, ispirato a Paul Haggis da un articolo dell’inviato, quest’anno è Kathryn Bigelow a dispiegare la sua forza d’urto visionaria al servizio di un racconto che è anche una causa: l’idea che la guerra è come una droga che procura assuefazione, attraverso una spirale di rischio e pericolo che non vengono più percepiti come tali, tanto è forte il senso di adesione e di incoscienza da parte dei militari.
Se si volesse fare della facile ironia, si direbbe che la regista americana ha più testosterone nel sangue di tutti i suoi colleghi maschi, ma non è questo il punto, perché The Hurt Locker è debitore non tanto della cultura del genere della sua autrice, ma dell’arte stessa di una regista che tra gli anni Ottanta e Novanta nasce e diventa una quotata pittrice e fotografa concettuale, abile come pochi a cogliere le idiosincrasie di una realtà avulsa da qualunque logicità e capace di trasportare il magma delle proprie ossessioni nel cinema.
Complice l’occhio vigile di James Cameron (lontano dai fasti di Titanic, ma già potente per il successo dei due Terminator e di Aliens), all’epoca suo marito, la regista ha re-inventato non solo tante regole del cinema di genere, con Blue Steel e soprattutto Point Break, ma ha addirittura puntato dritto al cuore del cinema stesso, con Strange Days e Il Mistero Dell’Acqua.
Hurt Locker narra così i quaranta giorni in Iraq di una squadra di artificieri dell’esercito americano, un’unità speciale ad altissimo tasso di pericolo e mortalità, e del conseguente ingresso in squadra del volontario William James, biondo faccia d’angelo, incauto e impavido, risucchiato nell’atrocità del lavoro stesso.
L’incipit è cinema fisico e teso allo stato puro e le scene madri abbondano con la stessa frequenza delle bombe che esplodono; la regista sa far respirare anche la terra e il ritmo è vertiginoso e adrenalinico.
Sebbene alcune scene siano sgrdevoli, e sospettiamo che siano anche vere o verosimili, e a volte si cada nel cliché della vita di pattuglia, The Hurt Locker è una pellicola potentissima, che sonda il buio nell’anima di chi dimentica cosa rischia di perdere in guerra, a favore di un vuoto mentale espanso, unico stato d’animo in grado di far compiere il proprio lavoro, con la devozione di un’assuefazione micidiale.
Se della regista si è detto tutto, non si può non citare un cast di giovani attori talentuosi (Jeremy Renner su tutti) che affidano il corpo e le tensioni nelle mani di Kathryn Bigelow e del suo cinema muscolare e spettacolare al tempo stesso.
CLAUDIO SALVATI
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gropius
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mercoledì 17 marzo 2010
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la vita appesa ad un filo.
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Diretto magistralmente dal premio oscar Kathrin Bigelow,e basatosi su una sceneggiatura ottenuta attraverso un'attenta analisi degli appunti acquisiti effettivamente in guerra dal giornalista Mark Boal,the Hurt locker narra giorno per giorno le vicende quotidiane di un'unità specializzata per la dismissione di esplosivi statunitense(EOD) nel loro periodo di missione,quaranta giorni, in Iraq.Il film notevolmente adrenalinico,non si concede ad una scontata e retorica critica bellica ma ha la capacità,attraverso accurate tecniche di ripresa,un sonoro favoloso ed una voluta quasi totale assenza di colonna sonora,di creare scene ricche di suspance in stile quasi documentaristico,in cui vita e morte sono divisi da sempliciti dettagli o da fatti fortuiti.
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Diretto magistralmente dal premio oscar Kathrin Bigelow,e basatosi su una sceneggiatura ottenuta attraverso un'attenta analisi degli appunti acquisiti effettivamente in guerra dal giornalista Mark Boal,the Hurt locker narra giorno per giorno le vicende quotidiane di un'unità specializzata per la dismissione di esplosivi statunitense(EOD) nel loro periodo di missione,quaranta giorni, in Iraq.Il film notevolmente adrenalinico,non si concede ad una scontata e retorica critica bellica ma ha la capacità,attraverso accurate tecniche di ripresa,un sonoro favoloso ed una voluta quasi totale assenza di colonna sonora,di creare scene ricche di suspance in stile quasi documentaristico,in cui vita e morte sono divisi da sempliciti dettagli o da fatti fortuiti.La pellicola in questo modo mostra tutta la propria potenza muscolare,la capacità di estrapolare dalla rudezza e della spietatezza di un conflitto armato l'anima inerte dell'essere umano che incapace di reagire logicamente a codesta follia viene apaticamente asuefatta ad essa.Da ricordare l'ottima interpretazione degli attori in special modo quella del protagonista Wil James interpretato dall'attore Jeremy Renner.Il film ha ricevuto nove candidature agli oscar e ne ha vinte ben sei contro ogni previsione...direi proprio meritatamente.Da vedere.
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joe nca
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giovedì 18 marzo 2010
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l'inferno secondo bigelow
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Muri decrepiti, polvere, strade sconnesse. Il robot antimine degli artificieri USA avanza rapido tra macerie logore, i suoi cingoli calpestano ciò che resta di una Bagdad martoriata da anni di guerra. Uomini curiosi e bambini sorridenti si affacciano sulla via farfugliando parole incomprensibili. Fili rossi sbucano dal terreno: sotto ammassi di calcinacci sbiaditi si cela l’ennesimo ordigno di un nemico invisibile. Non è l’inferno, ma la sua rappresentazione più fedele, l’Irak odierno. 40 giorni all’alba, il sergente maggiore William James (Jeremy Renner, candidato all’Oscar per questo ruolo), 800 sminamenti alle spalle, viene spedito sul campo di battaglia ad affiancare il sergente JT Sanborn (Anthony Mackie) e lo specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty).
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Muri decrepiti, polvere, strade sconnesse. Il robot antimine degli artificieri USA avanza rapido tra macerie logore, i suoi cingoli calpestano ciò che resta di una Bagdad martoriata da anni di guerra. Uomini curiosi e bambini sorridenti si affacciano sulla via farfugliando parole incomprensibili. Fili rossi sbucano dal terreno: sotto ammassi di calcinacci sbiaditi si cela l’ennesimo ordigno di un nemico invisibile. Non è l’inferno, ma la sua rappresentazione più fedele, l’Irak odierno. 40 giorni all’alba, il sergente maggiore William James (Jeremy Renner, candidato all’Oscar per questo ruolo), 800 sminamenti alle spalle, viene spedito sul campo di battaglia ad affiancare il sergente JT Sanborn (Anthony Mackie) e lo specialista Owen Eldridge (Brian Geraghty). La macchina da presa, rigorosamente a spalla, segue i marines in ogni loro spostamento, ne simula lo sguardo attraverso rapidi movimenti in continua sequenza, brusche zoomate mettono a fuoco finestre, tetti, minareti, ponti, casupole, qualunque luogo in cui possa annidarsi un terrorista. Non c’è un attimo di tregua, né di trama, almeno stando ai parametri del cinema classico. Questa è la guerra, nuda e cruda, senza infarcimenti del cinema di genere, mera ricostruzione di giorni qualunque nella terra di nessuno.
Kathryn Bigelow serra le fila dell’epopea bellica senza prendere posizioni precise sulla giustezza o meno di un conflitto che insanguina le coscienze occidentali da qualche lustro a questa parte o, almeno, così sembra. I suoi sono antieroi che si muovono veloci tra cumuli di ostilità, contando i giorni rimasti da scontare al fronte insieme al palpitante spettatore che ne segue le gesta. In realtà, dietro l’apparente neutralità del narrato, la regista di Strange Days e Point Break costruisce un’opera robusta dal forte impianto antimilitaristico, come sembra suggerirci ad inizio visione la citazione secondo la quale “la guerra è una droga” che crea una dipendenza fortissima. E l’astinenza da esplosivo letale del rimpatriato sergente James rischia di portare ad una paranoica follia il reduce americano, preda per sempre di ossessioni dure a morire. L’unica cura per il cancro dell’inferno bellico sembra essere il ritorno ad esso, laddove i giorni che passano non sono più lente tappe verso l’alba del ritorno, ma solo oscuri segni su un calendario della memoria che ormai conosce solo tramonti. 5 Oscar (film, regia, sceneggiatura originale, montaggio e montaggio del suono) ed una camomilla al plastico per smaltire il tutto.
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the lady on the hot tin roof
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domenica 7 marzo 2010
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arena e sangue.
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"The Hurt Locker" non è propriamente un "film di guerra": le pellicole riconducibili a tale genere prendono posizione sul tema da loro trattato, direttamente o indirettamente. Questo film è "a-politico", in quanto, pur rappresentando un aspetto settoriale della guerra in Iraq, ossia quello della disattivazione di congegni esplosivi, non contiene alcun riferimento a presidenti, patrie, bandiere et cetera. Ciò che viene portato sullo schermo con uno stile schietto ed asciutto è il dramma di chi vive la guerra come realtà quotidiana, costantemente sospeso tra l'adrenalina e la depressione, costretto a rivolgere l'attenzione alla meccanica della guerra per schermarne l'orrore. Il sergente James, interpretato da uno straordinario Jeremy Renner (un'interpretazione così aspra, sofferente e carismatica mancava dai tempi di "Il Gladiatore"), è, agli occhi dei suoi commilitoni, un burlone irresponsabile: non rispetta le procedure di sicurezza e disinnesca le bombe come se fosse in un'officina di provincia.
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"The Hurt Locker" non è propriamente un "film di guerra": le pellicole riconducibili a tale genere prendono posizione sul tema da loro trattato, direttamente o indirettamente. Questo film è "a-politico", in quanto, pur rappresentando un aspetto settoriale della guerra in Iraq, ossia quello della disattivazione di congegni esplosivi, non contiene alcun riferimento a presidenti, patrie, bandiere et cetera. Ciò che viene portato sullo schermo con uno stile schietto ed asciutto è il dramma di chi vive la guerra come realtà quotidiana, costantemente sospeso tra l'adrenalina e la depressione, costretto a rivolgere l'attenzione alla meccanica della guerra per schermarne l'orrore. Il sergente James, interpretato da uno straordinario Jeremy Renner (un'interpretazione così aspra, sofferente e carismatica mancava dai tempi di "Il Gladiatore"), è, agli occhi dei suoi commilitoni, un burlone irresponsabile: non rispetta le procedure di sicurezza e disinnesca le bombe come se fosse in un'officina di provincia. Quello che noi spettatori siamo chiamati a percepire è la motivazione di fondo che giustifica il suo bizzarro comportamento: il protagonista è sostanzialmente un uomo d'azione, che vuole lasciarsi sopraffare dal suo lavoro per non avere mai respiro e dover pensare a come la morte e l'affetto nei confronti di coloro che ha lasciato a casa influiscano sulla sua sensibilità. Egli non è un Terminator, ma neanche una versione idealizzata del soldato americano, gonfiata dagli alti ideali della democrazia, bensì un uomo reale, con tutte le sue debolezze, così vero da poter essere tanto il nostro vicino di casa quanto un passante incrociato per caso. Il suo punto di vista è la chiave di volta per comprendere il film, girato come un action movie crudo e tragico. I soldati gettati tra le sabbie irachene possono contare esclusivamente sulla solidarietà dei loro compagni di missione: è proprio in quei piccoli, apparentemente insignificanti momenti di aiuto e conforto che Kathryn Bigelow dà il tocco di grazia e regala qualche secondo di autentica ed impregiudicata commozione. L'unico cruccio che si potrebbe vantare nei confronti di questo film è quello di essere stato girato, senza alcuna ombra di dubbio, per le sale cinematografiche e, di conseguenza, quegli accorgimenti tecnici che hanno fatto salire vorticosamente il numero delle candidature all'Oscar potrebbero non essere sempre apprezzati in pieno.
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(di the lady on the hot tin roof)
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davidblasi
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domenica 22 agosto 2010
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il cinema torna a parlare
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A prima vista sembrerebbe spacconata americana di ottima fattura, ma nasconde chiavi di lettura interessanti come una caccia al tesoro. Di singolare poesia e riverbero l'ottica dell'artificiere nel suo scafandro, dal suo casco le geometrie dello spazio circostante sono le stesse ritagliate dalle inferriate del terrazzo, campo visivo dell'attentatore iracheno. E la scelta folle del protagonista di addentrarsi in casa del presunto padre del bimbo Beckamp..che si ritrova un estraneo in casa, pistola in mano, è l'impulsività di un attacco che l'America sta faticando a digerire. E nella doccia, fatta indossando la divisa, soprattutto sangue..Il Cinema torna a parlare.
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prayant
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sabato 10 settembre 2011
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film potente, dal ritmo serrato e realistico
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Non è facile descrivere tutte le sensazioni che ti fa provare questo film: prime fra tutte l'ansia e la tensione, che accompagnano l'artificiere in quanto tale. Quando William indossa la tuta, si entra in una strana dimensione, tra la vita e la morte che può coglierti in un attimo. Come in una passeggiata lunare, si percorrono i 50 metri, poi i 10, poi i 5, e il tutto mentre si viene osservati da una incuriosita (ma anche potenzialmente minacciosa) popolazione del luogo. Vi è poi il senso, come dire, del "nulla", che si prova tornati a casa, dove non c'è più l'adrenalina, e le solite cose (andare al supermarket, stare in casa) non ti fanno sentire più vivo. Questo perchè, non tanto da soldato, non tanto da ufficiale, ma da artificiere, da sminatore, i reparti con la più alta mortalità, c'è una specie di sinistra ebbrezza, quasi una dipendenza, nel camminare ogni giorno sul filo del rasoio.
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ilconterik
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martedì 28 giugno 2011
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non il solito film di guerra
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The hurt locker non è il solito film di guerra.
In primo luogo perchè è diretto da una donna, Kathryn Bigelow. In secondo luogo perchè non è diretto nel modo in cui ci si aspetterebbe da una donna. La regista americana non ci racconta le atrocità della guerra in maniera nuda e cruda, non ci mostra immagini strazianti di civili mutilati e di madri in lacrime, non ci porta nemmeno sul campo di battaglia vero e proprio: tutto è raccontato in maniera molto più sottile.
Siamo in Iraq, dove la squadra di artificeri americani di turno rischia la vita per salvare quella di qualcun altro.
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The hurt locker non è il solito film di guerra.
In primo luogo perchè è diretto da una donna, Kathryn Bigelow. In secondo luogo perchè non è diretto nel modo in cui ci si aspetterebbe da una donna. La regista americana non ci racconta le atrocità della guerra in maniera nuda e cruda, non ci mostra immagini strazianti di civili mutilati e di madri in lacrime, non ci porta nemmeno sul campo di battaglia vero e proprio: tutto è raccontato in maniera molto più sottile.
Siamo in Iraq, dove la squadra di artificeri americani di turno rischia la vita per salvare quella di qualcun altro. La giornata tipo dei militari è una continua lotta contro il tempo: deve riuscire a tagliare il filo corretto, prima che le Parche taglino il suo di filo. Sì, perchè la maggior parte delle bombe è piazzata appositamente per far saltare qualche testa a stelle e strisce. Basta che il soldato si avvicini abbastanza all’esplosivo perchè un terrorista nelle vicinanze azioni il detonatore con un comando a distanza. Il tutto è ripreso con una videocamera tascabile, pronta a caricare le immagini su youtube.
La continua tensione e la paura di essere il bersaglio di un cecchino nemico non abbandona mai lo spettatore, che si identifica con i protagonisti. Essa è generata da un sapiente uso del mezzo tecnico, attraverso la camera a spalla, le focali lunghe e le zoomate a schiaffo, che rendono le immagini veloci e instabili. L’ intero film è una sorta di soggettiva, come se un’entità sconosciuta e minacciosa osservasse costantemente i personaggi nel loro vivere quotidiano e potesse scegliere come meglio crede del loro destino. Sull’ identità di questo osservatore ognuno di noi può avanzare la sua ipotesi: è un guerrigliero nemico, è Dio, è la regista stessa che ha il potere di vita o di morte sulle sue creature.
Ironia della sorte, coloro che sopravvivono, in realtà, l’anima l’hanno lasciata sul campo. La guerra diventa una droga, una dipendenza, l’unica cosa che davvero conta è tornare in battaglia. Quando tornano a casa trovano la loro vita svuotata di ogni senso e non possono fare altro che tornare a giocare. Come in un videogioco, sono manovratori di se stessi. Non hanno più la percezione del pericolo, o meglio non temono più nulla, perchè ciò che cercano è proprio quella sensazione di stare in bilico fra la vita e la morte. Se mai dovesse arrivare il Game Over, forse, non sarebbe che una liberazione.
The hurt locker è un film ben riuscito, da vedere assolutamente. L’inizio è magistrale, poi si perde un po’, con scene forse troppo lunghe a raccontarci ciò che ci è già stato detto in precedenza, ma questo non intacca la bellezza della pellicola.
“Qual è il modo migliore per disarmare una di queste cose?”
“Quello in cui non si muore.”
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danilodac
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domenica 11 aprile 2010
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the hurt locker- tensione e adrenalina
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E’ la storia di un’unità di disinnescatori di bombe in Afghanistan e in Iraq, la EOD, corpo speciale dell’esercito americano. Tra tensioni, conflitti, momenti di panico, la vita va avanti in un luogo dominato dalla paura e dal dolore. Con un efficace, secco e fluido stile documentaristico, K. Bigelow ci porta così tra gli anfratti della guerra più “silenziosa” degli ultimi anni. Ha lo scopo di descrivere, con puntigliosa meticolosità, ma anche con un’energia narrativa da manuale, il terrificante e amaro microcosmo dei soldati USA in un territorio da salvare e da “evitare”. Ruvido, amaro, serrato, teso come una corda, è un film che fa aspettare e coinvolge sia dal punto di vista emotivo che da quello visivo.
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E’ la storia di un’unità di disinnescatori di bombe in Afghanistan e in Iraq, la EOD, corpo speciale dell’esercito americano. Tra tensioni, conflitti, momenti di panico, la vita va avanti in un luogo dominato dalla paura e dal dolore. Con un efficace, secco e fluido stile documentaristico, K. Bigelow ci porta così tra gli anfratti della guerra più “silenziosa” degli ultimi anni. Ha lo scopo di descrivere, con puntigliosa meticolosità, ma anche con un’energia narrativa da manuale, il terrificante e amaro microcosmo dei soldati USA in un territorio da salvare e da “evitare”. Ruvido, amaro, serrato, teso come una corda, è un film che fa aspettare e coinvolge sia dal punto di vista emotivo che da quello visivo. Nelle scene di suspense lo spettatore si immedesima istintivamente nel protagonista e ne cattura le incertezze, i problemi, ma anche le gioie e i piaceri adrenalinici; il tutto calato in un’atmosfera di sinistra ambientazione. La figura del sergente capo (co)protagonista della vicenda è inedita nella storia del genere cinematografico a cui appartiene il film; una sorta di reinvenzione della realtà che più vera di così non si potrebbe. Un realismo, quindi, che sfocia nell’iperrealismo. La psicologia dei personaggi è quasi sempre legata alle situazioni, ai luoghi, alle attese interminabili durante le quali ognuno si pone delle domande: “Fino a quando resterò in vita?; Vale la pena essere qui? Perché siamo qui se nessuno ci vuole?”; gli interrogativi vanno di pari passo con l’azione e il ritmo sincopato di un film di guerra. Il titolo (traducibile in “Il pacchetto del dolore”) si riferisce ad un modo di dire del giornalista Mark Boal che indica le bombe da neutralizzare. Nel cinema della californiana Bigelow il movimento è sempre subordinato al pensiero, la tensione alla riflessione; si crea così, attraverso un coraggioso incontro con la realtà, un universo spiazzante e inquietante, tenuto sotto osservazione dall’occhio di un’antropologa. Nell’immaginario cinematografico degli anni 2000 occupa un posto d’onore per la sagacia con cui nasconde la sua anima calcolatrice sotto un velo opaco di improvvisazione, percorrendo una cifra stilistica ferrea e solida nel suo assetato sapore di verità. Due o tre scene mozzafiato affidate ai tempi filmici della Bigelow e un finale amaro, potente e riflessivo al tempo stesso, in cui vengono parafrasate, attraverso le immagini, le parole dell’incipit iniziale: “La guerra è una droga”.
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[+] disinnescatori di bombe?
(di ultimoboyscout)
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mary22
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sabato 28 marzo 2009
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un finale da antologia
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Una storia molto concentrata e concreta ma con un punto di astrazione che rende simboliche le immagini (l'iracheno che chiede di essere "disinnescato"..lo stesso "rito" di dirigersi verso le bombe)Il Finale Superbo(si chiarisce la dicitura iniziale della guerra come droga)introduce il differenziale su cui riflettere.. con la carrellata su un supermercato vuoto e silenzioso, dove il protagonista (artificiere top) non riesce a focalizzare cosa comprare in uno scomparto strapieno dello stesso tipo di prodotto; lo stupendo discorso al suo bambino:10 minuti meravigliosi di cinema che PARLA.
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(di ciacky)
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[+] un finale scontato
(di snafuz)
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giorpost
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giovedì 6 dicembre 2012
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la guerra in iraq con ritmo e filosofia
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L’ 11 settembre 2001 è stato un evento che ha cambiato la vita di milioni di persone, gli abitanti di New York e gli americani tutti. Ma un’ altra fetta, molto ampia, della popolazione mondiale ha subito anch’ essa di striscio una rivisitazione della propria esistenza in vari campi della vita. Quando prendiamo la metro, dove stiamo attenti ad eventuali borse lasciate incustodite, quando vediamo un gruppo di stranieri che confabulano magari di calcio e noi pensiamo che stanno tramando un attacco. Ma, restando in tematiche più ludiche e leggere, si è verificata una trasformazione anche nel modo di fare Cinema. Negli anni 2000, infatti, non si contano più pellicole legate all’ 11/9 (La 25ª ora) oppure dedicate alla guerra in Iraq, che è stata una diretta conseguenza degli attentati alle Torri Gemelle.
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L’ 11 settembre 2001 è stato un evento che ha cambiato la vita di milioni di persone, gli abitanti di New York e gli americani tutti. Ma un’ altra fetta, molto ampia, della popolazione mondiale ha subito anch’ essa di striscio una rivisitazione della propria esistenza in vari campi della vita. Quando prendiamo la metro, dove stiamo attenti ad eventuali borse lasciate incustodite, quando vediamo un gruppo di stranieri che confabulano magari di calcio e noi pensiamo che stanno tramando un attacco. Ma, restando in tematiche più ludiche e leggere, si è verificata una trasformazione anche nel modo di fare Cinema. Negli anni 2000, infatti, non si contano più pellicole legate all’ 11/9 (La 25ª ora) oppure dedicate alla guerra in Iraq, che è stata una diretta conseguenza degli attentati alle Torri Gemelle. Questa guerra, tutt’ ora in atto, non si può certamente paragonare al Vietnam per numero di vittime tra civili e soldati, per le spese e per le dinamiche ad essa connesse. Ma in quanto a problematiche relative alla psicologia dei soldati, che in un modo o nell’ altro hanno subito traumi o sostanziali mutamenti della visione del mondo, differenze ce ne sono ben poche. E la regista di culto Kathryn Bigelow coglie appieno l’ esperienza irachena dei marines, ne racconta una parte marginale ma ne spiega coinvolgimenti emotivi, trame, usanze, divergenze tra essi.
Il sergente WilliamJames è a capo di un’ unità speciale impegnata nel disinnesco di mine e bombe disseminate ovunque lungo i percorsi, nelle auto o in luoghi abitati. Trattasi di una squadra esposta al pericolo molto più che i soldati operanti presso i posti di blocco vicino gli aeroporti, un team di uomini che fanno del coraggio un’ ovvietà e della spregiudicatezza una virtù. Interpretato da un ottimo Jeremy Renner (doppiato egregiamente da Pasquale Anselmo, già voce di Nicholas Cage), James deve avvicinarsi in prima persona alle bombe in ogni occasione, vestito di una speciale armatura simile a quella dei palombari, ma la sua sfrontatezza (che potrebbe essere scambiata erroneamente per disprezzo della vita) lo porta in diverse occasioni a toccare i circuiti a mani nude e senza protezione alcuna. Quasi sempre il teatro dell’ azione è il deserto, in un alternarsi di situazioni raccontate con un eccellente ritmo ed accompagnate da un sonoro semplice ma efficace, tant’è che la sequenza emblematica del film è quel quarto d’ ora centrale, ambientato per l’appunto nel deserto, allorquando la squadra (James, i sergenti Sanborn e Thompson e lo specialista Eldridge) si imbatte in un SUV apparentemente occupato da terroristi, mentre in realtà si tratta di cacciatori di taglie tra i quali spicca un americano, interpretato da Ralph Fiennes (attore feticcio della regista), in un cameo di pochi ma intensi minuti, lungo i quali un gruppo di cecchini intrappola i soldati ammazzando tutti e 4 i mercenari. La scena è colma di suspance, di attesa, di tattica, di tentativi di sparatorie a vuoto, con una scarsa visuale dovuta alla distanza dalla quale i cecchini arabi stanno agendo e dalla rifrazione del sole, da pallottole bloccate dal sangue di uno dei mercenari uccisi, dall’ acqua che scarseggia ma impregnata di umanità. Qui trapela, infatti, anche la natura del capo patriarcale che si sacrifica per i suoi sottoposti in un gesto di altruismo di James nei confronti di Sanborn, al quale porge per primo uno degli ultimi succhi rimasti. E pensare che lo stesso Sanborn nella sequenza precedente aveva manifestato l’ interesse di uccidere il suo superiore. Trascorrono ore, si arriva al tramonto e finalmente il pericolo è scampato. La sera è dedicata ai festeggiamenti, all’ alcool, a scazzottate tra amici per poi ricominciare, dal giorno dopo, a contare i giorni che mancano al rientro in Patria per riabbracciare le proprie famiglie. Il finale è di quelli non scontati, certo neanche entusiasmanti, ma riflette la cruda realtà con la quale James ha dovuto fare i conti durante le sue 700 e passa operazioni di disinnesco, una realtà che tra morti, sangue, sparatorie e rischi l’ ha fatto arrivare alla conclusione che la vita è un involucro colmo di insensatezza.
Bel film, gran ritmo, buon cast e storia tra il reale e surreale, tra il già visto e l’ incredibilmente nuovo. Bigelow bella, talentuosa e visionaria quanto basta. Voto: 7
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