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robertof
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domenica 15 febbraio 2026
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il coraggio vince la morte e rivive nel teatro
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Hamnet nel nome del figlio, film diretto da Chlo? Zhao narra la storia di Agnes (interpretata da Jessie Buckley), futura sposa di William Shakespeare, dal momento dell'incontro con il futuro drammaturgo fino alla rappresentazione dell'Hamlet.
Un evento tragico colpisce la coppia e rappresenta sia la fonte di un periodo di profonda crisi personale e coniugale sia un evidente elemento di cesura nella narrazione filmica. Nella prima parte dominano le immagini, potenti incantesimi visivi di boschi, in cui si dipana il tema principale: una donna straordinaria che prende per mano il giovane Will e lo sostiene nei suoi inizi di scrittore. E' un film sulla vita, sulla forza creatrice e curatrice della magia, sulla capacit? di divinazione femminile, sulla nascita, naturale, strappata, voluta, trattenuta, lottata, donata per amore e con coraggio.
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Hamnet nel nome del figlio, film diretto da Chlo? Zhao narra la storia di Agnes (interpretata da Jessie Buckley), futura sposa di William Shakespeare, dal momento dell'incontro con il futuro drammaturgo fino alla rappresentazione dell'Hamlet.
Un evento tragico colpisce la coppia e rappresenta sia la fonte di un periodo di profonda crisi personale e coniugale sia un evidente elemento di cesura nella narrazione filmica. Nella prima parte dominano le immagini, potenti incantesimi visivi di boschi, in cui si dipana il tema principale: una donna straordinaria che prende per mano il giovane Will e lo sostiene nei suoi inizi di scrittore. E' un film sulla vita, sulla forza creatrice e curatrice della magia, sulla capacit? di divinazione femminile, sulla nascita, naturale, strappata, voluta, trattenuta, lottata, donata per amore e con coraggio. Questo per tre quarti della narrazione. Gli ultimi 30 minuti sono, invece, dominati dal teatro, da Hamlet tragico, mortifero, salvifico, catartico, un metateatro che guarisce il buco nero della morte, rendendola atto di coraggio e d'amore.
Il nome del figlio e' la parola magica che trasforma la fine in un nuovo inizio, grazie ad un coraggio sussurrato, discreto, che sa penetrare l'oscurit?.
La regia della Zhao lascia ampio spazio ad inquadrature della natura: il bosco, i campi e gli elementi, vere forze ancestrali sentiti visceralmente dalla protagonista; al contempo non mancano i primi piani dei volti, dominio dell'espressivita' sulla parola. In questo mondo, fatto di cielo percorso dalla luna o solcato da rapaci, di alberi mossi dal vento, di fiumi in piena, da ingredienti della terra ridotti in poltiglia e conditi da litanie arcane, di cibi semplici di povera cucina, di case sobrie vuote di mobilia, di ombre sottili come veli, di fori scuri posti tra due mondi, si muovono i personaggi, soggiogati dalle stesse forze della natura.
Su una buona base generale di interpretazione spicca il volto commovente e intenso del coprotagonista Will, ma e' Agnes che ci incanta: falconiera, druida, amante, moglie, madre, e' donna libera che sa leggere i segni e creare, guidata dai sogni, la propria famiglia, che proteggera' ad ogni costo, femminilit? espressa e fiera che si fa carne e potenza elementale. E Il teatro? E' il mezzo che, finalmente, la riconciliera', quasi incredula, con il marito e con la vita e la far? rinascere. Le parole sono il regno di un'altra magia, quella di Shakaspeare e del teatro, che cambiandoci nel profondo, potra' infine guarirci.
Consigliato? Assolutamente si.
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eugenio
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martedì 10 marzo 2026
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il teatro catarsi di vita
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Si può sopravvivere alla perdita di un figlio? Può quel dolore trasformarsi in una nuova vita (anche) artistica? Chloè Zhao, sceneggiando con O’Farrell, autrice dell’omonimo romanzo, Hamnet gira una variazione sul tema dell’Amleto la cui fonte di ispirazione nacque da Shakespeare a seguito della tragedia per la morte dell’adorato figlio. La scelta di Zhao è concentrarsi sulla figura silvana di Agnes, presunta figlia di una strega e sull’amore struggente e passionale per William (Shakespeare), giovane maestro di latino nella bucolica campagna inglese di Stratford di fine ‘500, nonostante l’avversione da parte delle rispettive famiglie.
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Si può sopravvivere alla perdita di un figlio? Può quel dolore trasformarsi in una nuova vita (anche) artistica? Chloè Zhao, sceneggiando con O’Farrell, autrice dell’omonimo romanzo, Hamnet gira una variazione sul tema dell’Amleto la cui fonte di ispirazione nacque da Shakespeare a seguito della tragedia per la morte dell’adorato figlio. La scelta di Zhao è concentrarsi sulla figura silvana di Agnes, presunta figlia di una strega e sull’amore struggente e passionale per William (Shakespeare), giovane maestro di latino nella bucolica campagna inglese di Stratford di fine ‘500, nonostante l’avversione da parte delle rispettive famiglie.
Hamnetparla di morte, di peste, è un film lento e totalizzante che indugia sui primi piani degli attori protagonisti (Jessie Buckley e Paul Mescal rispettivamente) quasi volesse trattenere l’essenza stessa dell’arte, della catarsi di un uomo a una nuova vita. In divenire, descrive per fasi, la folgore dell’innamoramento, la nascita e la crescita di una famiglia, con i due gemelli e il terzogenito appunto, l’attività di William in una compagnia teatrale, il dissidio con la moglie che lamenta il suo apparente scarso interesse. Affascinante, quanto simbolico nella rappresentazione di una natura quasi mistica (il falco tra i tanti), cui fa da contrappunto la vita del tempo, precaria, spietata attraversata da epidemie con l’oscura meretrice compagna di vita, Hamnet è un film profondamente chirurgico, preciso nell’inquadratura, quasi perfetto nei dialoghi e fortemente empatico ma per converso privo di retorica.
Dopo The Rider e Nomadland, Zhao gira una storia molto potente, che sfrutta la via crucis della sofferenza per raggiungere il nirvana della consolazione e in fondo la trasmigrazione mediante quel fantasma di Amleto, alla sineddoche del dolore. Miglior film drammatico ai Golden Globe 2026.
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gabriella
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domenica 15 marzo 2026
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la genesi del dolore
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Sembra che la regista Chloè Zhao premiata con L'oscar per " Normaland" punti alla doppietta, senza considerare che spesso i film da Oscar sono così impegnati a essere dei capolavori che si dimenticano di essere storie vive. Con ciò non voglio dire che Hanmet sia un brutto film, non lo è affatto, ma c'è una forzatura da parte del la regista di tenere il pubblico in uno stato contemplativo, tramite un abuso di primi piani, scene dilatate, da sentirsi invasi, non c'è più respiro tra lo spettatore e il personaggio e questa vicinanza serrata crea una distanza emotiva, perchè risulta artificiale, quasi teatrale, benchè sia cinema purissimo.
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Sembra che la regista Chloè Zhao premiata con L'oscar per " Normaland" punti alla doppietta, senza considerare che spesso i film da Oscar sono così impegnati a essere dei capolavori che si dimenticano di essere storie vive. Con ciò non voglio dire che Hanmet sia un brutto film, non lo è affatto, ma c'è una forzatura da parte del la regista di tenere il pubblico in uno stato contemplativo, tramite un abuso di primi piani, scene dilatate, da sentirsi invasi, non c'è più respiro tra lo spettatore e il personaggio e questa vicinanza serrata crea una distanza emotiva, perchè risulta artificiale, quasi teatrale, benchè sia cinema purissimo. Con una regia naturalista , , luce naturale, paesaggi verdi mozzafiato, il film racconta di un giovane William Shakespeare e dell’incontro con Agnes, colei che diverrà sua moglie e con la quale avrà tre figli, Suzanne, Judith e Amnet, quest’ultimo destinato a morire di peste a soli 11 anni. Si evidenzia da subito un contrasto tra creazione e vita, c’è il mondo di Will, quello delle parole e l’astrazione ( la mente), e quello di Agnes .che protegge la vita attraverso la materia e la natura . Agnes è una donna che comprende il mondo attraverso le piante, le stagioni, gli animali, non è una persona colta, come il marito, ma possiede una conoscenza ancestrale che la tiene connessa con la natura, che non è uno sfondo, ma una lingua. IL suo personaggio, così selvatico, terreno, fatto di mani che curano con le erbe , di corpi che partoriscono, di fatica e presenza fisica costante, mi fa venire in mente la Ellen di Ken Follet ne “I pilastri della terra”, entrambe figure di “ confine” per entrambe l’ambiente domestico è una specie di prigione, mentre la foresta è il rifugio, il luogo dove sentirsi libere e dove di respira , sono donne custodi di un dolore che viene poi trasformato in un capolavoro architettonico ( la cattedrale) o letterario ( Amleto). Il dolore di Agnes per la perdita del figlio , verrà “trasferito” nell’opera teatrale del marito, un dolore che diventerà arte immortale. Jessie Buckley è un’attrice di dirompente modernità, , possiede intensità , espressività, energia ma in questo contesto risulta “ troppo”, ed è quel troppo che fa perdere un po' di vista l’umanità di un lutto straziante,un pezzo di ecosistema che si spezza , ma lo stile recitativo declamatorio crea una barriera emotiva. Le storie che rimangono nel cuore, non devono inventare qualcosa di nuovo, semplicemente usano modelli universali, in questo caso la forza silenziosa dietro un uomo destinato a creare capolavori, ciò che conta è raccontare e mantenere un momento di verità . Doveroso segnalare la recitazione dei giovani interpreti, in particolare quella di Jacobi Jupe nel ruolo di Hanmet che dimostra una sorprendente maturità artistica capace di commuovere… finché uomini respireranno e occhi potranno vedere, queste parole vivranno e daranno vita a te.
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