L’autrice di Sorry, Baby (dal 15 gennaio al cinema) si inserisce nel novero degli astri nascenti della cinematografia indipendente USA insieme a nomi come Carson Lund e Michael Angelo Covino. Menzione speciale per due interpreti affermate che con coraggio si sono (ri)messe in gioco.
di Roberto Manassero
Al Sundance dello scorso anno, la sezione dedicata al cinema americano è stata dominata da un film: Sorry, Baby, esordio della regista, sceneggiatrice e attrice Eva Victor.
Un dramma privato su una docente di letteratura newyorchese in gioventù molestata, forse violentata, da un docente. Un prodotto dell’era #metoo, certamente, ma già in zona critica, ironico e autoironico, capace di raccontare con grazia il peso di un trauma, immergendolo nel quotidiano e mescolando i piani temporali.
Dopo la presentazione alla Quinzaine des cinéastes di Cannes, Sorry, Baby ha ottenuto la definitiva consacrazione e lo scorso dicembre le classifiche di fine anno di molte riviste specializzate soprattutto americane lo hanno sempre messo tra i primi posti.
E se forse è un po’ presto per capire se sia nata o meno una regista, è innegabile che Victor, nata a Parigi e trasferitasi a Los Angeles, autrice soprattutto di contenuti video per «The New Yorker» e vari siti satirici, abbia talento per la scrittura e la rappresentazione di stati d’animo incerti e indefiniti, persi nelle ellissi del racconto e nella dolcezza delle relazioni sane.
Victor non è l’unico astro nascente dell’indie americano. Sempre alla Quinzaine era presente Eephus di Carson Lund, interamente ambientato in un campo da baseball durante una partita semi-amatoriale: in una classica unità di tempo, luogo e azione, la partita diventa un confronto fra generazioni e una riflessione sull’identità americana e la fine delle illusioni. L’America provinciale ma non aggressiva di Lund è un’opposizione naturale alla visione MAGA del Presidente Trump, intima e gentile, piacevolmente perdente come i suoi protagonisti.
Non sono figure indie (non più, almeno), ma hanno coraggiosamente rimesso in discussione la loro immagini di attrici affermate sia Kristen Stewart sia Scarlett Johansson, entrambe all’esordio nella regia con due film lontani dai rispettivi ruoli e forse, chissà, in grado di dare una svolta alle loro carriere. La prima con The Chronology of Water, trasposizione dell’autobiografia di Lidia Yuknavitch e resoconto di una vita violenta, la seconda con Eleanor the Great, commedia dolceamara sulla strana amicizia, a New York, tra una ventenne a una novantenne (che è la strepitosa June Squibb).
Nell’anno in cui la talentuosa Celine Song, lanciata da Past Lives, ha in parte tradito le attese con Material Love, commedia del ri-matrimonio vittima delle proprie ambizioni, e due ex star dell’indie ormai affermate, Ryan Coogler e Chloé Zhao, con Sinners e Hamnet hanno messo a segno colpi da Oscar, si sono imposti nomi nuovi come Michael Angelo Covino, che in Splitsville (protagonista Dakota Johnson, come in Material Love, più Adria Arjona, Kyle Marvin e Covino stesso) ha allestito un gioco al massacro tra coppie sposate e scoppiate.
Da citare anche Zach Cregger, che con Weapons, interpretato da Amy Madigan, ha diretto un thriller insieme esilarante e scioccante, per molti una metafora della possibile esplosione della bolla trumpiana; e poi Charlie Polinger, che con The Plague è riuscito a fondere in modo inaspettatamente originale (una piscina, un ragazzo emarginato, un’umiliazione), coming of age e horror.
Infine, citazione per un piccolo film tratto da un grande romanzo, Preparation for the Next Life di Bing Liu, trasposizione del capolavoro di Atticus Lish e storia dell’amore tra un’immigrata cinese di Chinatown, New York, e un soldato americano. Il film è prodotto da Barry Jenkins, il regista di Moonlight, come Sorry, Baby: evidentemente, un marchio di garanzia per il futuro.