In un periodo in cui la capacità dei mezzi di comunicazione di massa di denunciare i fatti è in discussione un film come Minimata ha un senso. La storia è drammaticamente vera, l’ennesimo sversamento di rifiuti tossici in mare da parte di una grande multinazionale e l’ennesimo caso di morti e gravi malattie. Siamo in un Paese civile, il Giappone, ma il caso degli sversamenti illegali della Chisso, un gigante dell’industria chimica giapponese rimaneva sottotraccia. Un fotografo abituato a fare del proprio lavoro una missione, Eugene Smith, discretamente interpretato da Johnny Deep sottopone il caso al direttore della rivista per cui lavorava, Life, e va in Giappone.
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In un periodo in cui la capacità dei mezzi di comunicazione di massa di denunciare i fatti è in discussione un film come Minimata ha un senso. La storia è drammaticamente vera, l’ennesimo sversamento di rifiuti tossici in mare da parte di una grande multinazionale e l’ennesimo caso di morti e gravi malattie. Siamo in un Paese civile, il Giappone, ma il caso degli sversamenti illegali della Chisso, un gigante dell’industria chimica giapponese rimaneva sottotraccia. Un fotografo abituato a fare del proprio lavoro una missione, Eugene Smith, discretamente interpretato da Johnny Deep sottopone il caso al direttore della rivista per cui lavorava, Life, e va in Giappone. E documenta quanto accaduto con un reportage fotografico che entra nella storia del giornalismo d’inchiesta e che, soprattutto, riesce a far emergere la verità. La storia c’è sicuramente tutta, ma la regia di Andrew Levitas appare inutilmente lenta, non riesce a dare continuità alla narrazione, sovrappone in maniera quasi causale fatti, musica e dialoghi. Il risultato è un film che aveva ottime premesse ma che riesce a diventare quasi scontato e spesso noioso.
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