Moebius

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Un film di Kim Ki-Duk. Con Cho Jae-hyun, Young Ju Seo, Lee Eun-woo Drammatico, durata 90 min. - Corea del sud 2013. - Movies Inspired uscita giovedì 5 settembre 2013. MYMONETRO Moebius * * - - - valutazione media: 2,48 su 11 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Moebius Valutazione 4 stelle su cinque

di MiroForti


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lunedì 9 settembre 2013

Film ostico. Da guardare ma anche da raccontare, per le suggestioni estremamente personali che una rappresentazione del genere può provocare in ognuno di noi. Fuori concorso alla 70. Mostra del Cinema di Venezia, tutti aspettavano il ritorno di Kim Ki-duk, che l’anno prima era stato meritevole del leone d’oro con Pietà. Tutti si aspettavano anche qualcosa di sconvolgente e in linea con i temi scomodi e crudi cari al regista. A Ki-duk accontentare il pubblico non sarà sembrato sufficiente e opta quindi per un tour de force cinematografico che definire controverso sarebbe un eufemismo. Moebius è scarno e asciuttissimo, è violento e morboso, intriso di immagini inaccettabili ma potenti. L’estremismo di certe sequenze è ciò che porta al grottesco di altre, in un continuum di dolore umano che a tratti costringe alla risata, un atto di liberazione e di difesa di chi osserva lo smantellamento di una famiglia operato nelle più radicali e profonde fondamenta. Un aiuto dal regista per diluire la sofferenza dell’osservatore che ridendo allontana da se i personaggi dell’opera, ma si sente colpevole verso di loro e verso se stesso. Il processo di colpa-espiazione è centrale anche all’interno del racconto, e l’opera radicalizza – ma anche gioca con – temi freudiani accostandoli ai meccanismi di Edipo re. L’imbarazzo provocato da Moebius non è tanto in ciò che mostra ma in come ciò che mostra agisce sull’animo di chi assiste. Nessun personaggio può fare da ponte tra lo spettatore e la rappresentazione, non c’è nessuno con cui identificarsi a cuor leggero, e per buona parte del film non si sa quale atteggiamento assumere. La distanza umana si concretizza anche nell’assenza di dialoghi e per estensione nell’assenza del linguaggio verbale, sostituito da sguardi e movimenti; vero è che qualsiasi parola sarebbe stata di troppo, ma avrebbe portato umanità nel film. La famiglia – apparente comunità di amore e rifugio – diventa in Moebius un luogo di annullamento e, tra castrazioni subite e autoimposte, di annichilimento delle possibilità e delle gioie. Il rapporto tra padre, madre e figlio è marcio ma complesso e le psicologie dei tre si sovrappongono e si scambiano, ciò che deve stare diviso si unisce mentre ciò che è unito viene reciso nella maniera più brutale. Da questa indistinguibilità dei vari volti (l’attrice Eun-woo Lee, madre del figlio, che si fa amante del padre) deriva il titolo, richiamo appunto al nastro di Möbius, matematico tedesco del XIX secolo. Un parziale sfogo nella disperazione di Kim Ki-duk si ha nei pochi minuti in cui degli accenni di colonna sonora suggeriscono la finzione cinematografica e soprattutto nelle due scene di preghiera che, a detta dello stesso regista, sono state inserite come momenti catartici, nei quali potersi raccogliere e metabolizzare, perché «nel buddismo la preghiera è liberazione totale dai pensieri e dalle ansie contingenti» (Kim Ki-duk su Repubblica.it).
Habitué di rapporti umani al limite e maestro nel metterli in scena, con quest’ultima prova il regista sudcoreano si spinge ancora un po’ più in là e prende a schiaffi tutti quanti, compiaciuto del proprio operato. Moebius vuole shockare senza paure o limiti imposti da chicchessia, vuole provocare e schizzarci di fango senza nascondere il proprio intento. Uno schiaffo di norma non porta che umiliazione o vendetta, ma in sala, davanti al silenzioso sorriso di Kim Ki-duk non resta che sorridere di rimando e ringraziare. Al coraggio e al genio.

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