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ultimoboyscout
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giovedì 20 dicembre 2012
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il nostro paese sotto le luce della televisione.
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Dopo "Gomorra" Matteo Garrone torna al cinema con un altro film ambientato in Campania e affronta con estrema amarezza (falsi) miti, riti e illusioni della società contemporanea. E' la storia di un pescivendolo napoletano, convinto dai figli e quasi a forza a partecipare alle selezioni per entrare nella casa più famosa d'Italia. Ma quello che era un gioco si tramuta in passione prima e ossessione poi e l'uomo comincerà a comportarsi come fosse spiato dalla televisione, ad annientare la propria vita e quella della sua famiglia. C'è lotta e competizione ma soprattutto il confronto fra la vita e la sua trasfigurazione televisiva, è una fiaba che diventa incubo che oltre ad un'indubbia bellezza stilistica non offre molto di più.
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Dopo "Gomorra" Matteo Garrone torna al cinema con un altro film ambientato in Campania e affronta con estrema amarezza (falsi) miti, riti e illusioni della società contemporanea. E' la storia di un pescivendolo napoletano, convinto dai figli e quasi a forza a partecipare alle selezioni per entrare nella casa più famosa d'Italia. Ma quello che era un gioco si tramuta in passione prima e ossessione poi e l'uomo comincerà a comportarsi come fosse spiato dalla televisione, ad annientare la propria vita e quella della sua famiglia. C'è lotta e competizione ma soprattutto il confronto fra la vita e la sua trasfigurazione televisiva, è una fiaba che diventa incubo che oltre ad un'indubbia bellezza stilistica non offre molto di più. Vitale e controverso, non è un film sul famoso reality show e nemmeno sull'effimero mondo dorato della televisione ma sulle conseguenze che proprio quel mondo produce e riversa sulla popolazione. E' l'irreale che entra nel reale, è un viaggio complesso e al tempo stesso affascinante che irretisce e ammalia Luciano, uno splendido Aniello Arena, detenuto con ergastolo da scontare presso il carcere di Volterra, piuttosto che lo spettatore che ha spesso l'impressione di trovarsi di fronte ad un bellissimo quanto inutile esercizio di stile. L'italiano medio viene messo a nudo da Garrone in maniera poetica e mai cinica, sono le immagini e le espressioni a fare il film col loro fluire avvolgente e col mutare di forma e colore. Cinema soave e leggero, capace di far sognare e meravigliare e poi bruscamente far risvegliare e quasi spaventare quando si alza il velo e si manifesta il vero. E la fiaba diventa nera. Lo spicchietto di contemporaneità è quindi visto attraverso la lente deformante dei reality show che trasforma in completa decadenza i sogni ma non si capisce dove finisca l'empatia e l'umanità e dove inizi la predica, dove finisca la commedia e inizi il dramma per salire su piedistalli autoeretti da eccessi di carinerie e francesismi registici. E'il trionfo del neorealismo ai tempi dei reality e del facilissimo moraleggiare sul cattivo gusto: ma c'è da scomemttere che piacerà a molti, anzi a moltissimi, a tutti quelli che, quei piedistalli di cui sopra, amano erigerli e salirci sopra, trionfanti e tronfi (e sono tanti, anzi tantissimi, per l'appunto).
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gabriella
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venerdì 14 dicembre 2012
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tragedia del ridicolo
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Sicuramente si poteva fare di meglio e di più e onestamente devo ammettere che il film mi ha delusa , non tanto per l’idea che era buona e poteva essere trattata con una forma più fluida, quanto per l’eccessiva lunghezza e una noiosa quanto prolissa messa in scena e se in “Gomorra” i sottotitoli erano d’obbligo, qui francamente li avrei evitati, situazioni al limite dell’assurdo come in questo caso si possono riscontrare ovunque, non solo nel napoletano. Siamo consapevoli che la febbre dei reality può far andare fuori di testa tanto da confondere le idee e non distinguere più la finzione con la realtà, ma qui la storia è dilatata allo spasimo, si finisce in overdose di sovraesposizione a una napoletanità che diventa irritante e urticante, nonché indigesta, si pensi alla scena in chiesa tra Luciano e l’anziana signora che finge di non aver ricevuto il robottino, tra un intercalare di litanie e discussioni.
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Sicuramente si poteva fare di meglio e di più e onestamente devo ammettere che il film mi ha delusa , non tanto per l’idea che era buona e poteva essere trattata con una forma più fluida, quanto per l’eccessiva lunghezza e una noiosa quanto prolissa messa in scena e se in “Gomorra” i sottotitoli erano d’obbligo, qui francamente li avrei evitati, situazioni al limite dell’assurdo come in questo caso si possono riscontrare ovunque, non solo nel napoletano. Siamo consapevoli che la febbre dei reality può far andare fuori di testa tanto da confondere le idee e non distinguere più la finzione con la realtà, ma qui la storia è dilatata allo spasimo, si finisce in overdose di sovraesposizione a una napoletanità che diventa irritante e urticante, nonché indigesta, si pensi alla scena in chiesa tra Luciano e l’anziana signora che finge di non aver ricevuto il robottino, tra un intercalare di litanie e discussioni. Non capisco come si possa definire capolavoro un film di questo genere, forse non sono riuscita a calarmi nel racconto fino in fondo ( ma come avrei potuto, i miei vicini di poltrona dormivano, e non sto scherzando), forse di Grandi fratelli e affini se ne hanno le scatole piene, anche per chi non li ha mai guardati e trova sconvolgente e incomprensibile il dilagare di questo fenomeno. Capisco l’intento del regista, avrei preferito una maggiore onestà, invece si perde in un surrealismo esagerato e grottesco, insistente, rincorre Fellini ma senza possederne l’anima, l’illusione, il sogno, l’effimera speranza di una vita sotto i riflettori, il desiderio di cambiare la propria esistenza tuffandosi in una spirale di vuoto e follia, Garrone arriva in ritardo, impiega troppo tempo, non si accorge che il sipario è calato e forse gli Italiani hanno altri problemi in questo momento.
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jobbo9942
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martedì 20 novembre 2012
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reality: aspettative deluse
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Sono andato a vedere il film ieri sera (fortunatamente gratuitamente) e quando sono tornato ero talmente confuso per quello che avevo visto che a momenti non riuscivo a guidare. Ora, Reality nasce come un film di per se con buoni intenti: moralizzare la gente sul culto del Grande Fratello, raccontando la storia di una pazzia legata a questo. Una buona premessa che se, sviluppata decentemente, poteva portare ad un capolavoro. Così evidentemente non è stato.Adesso (in modo molto yotobi) vi dirò i 5 punti per cui secondo me Reality merita le 2 stelle
1) Partiamo dalla parte iniziale del film: una spataffiata di un ora quasi che ci mostra la vita del protagonista, Luciano, prima del provino per entrare nella casa.
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Sono andato a vedere il film ieri sera (fortunatamente gratuitamente) e quando sono tornato ero talmente confuso per quello che avevo visto che a momenti non riuscivo a guidare. Ora, Reality nasce come un film di per se con buoni intenti: moralizzare la gente sul culto del Grande Fratello, raccontando la storia di una pazzia legata a questo. Una buona premessa che se, sviluppata decentemente, poteva portare ad un capolavoro. Così evidentemente non è stato.Adesso (in modo molto yotobi) vi dirò i 5 punti per cui secondo me Reality merita le 2 stelle
1) Partiamo dalla parte iniziale del film: una spataffiata di un ora quasi che ci mostra la vita del protagonista, Luciano, prima del provino per entrare nella casa. La personalità e la vita di questi viene qui indagata in modo impeccabile, anche troppo, tanto che ad un certo punto mi son chiesto perchè il film si chiamasse Reality, quando, di Reality, si erano visti solo accenni qua e là. Le scene qui sono molto lente e altrettanto inutili: ricordo una scena durata circa 30-40 secondi in cui tutta la famiglia di Luciano si toglie i vestiti del matrimonio e si mette in pigiama, scena completamente inutile ai fini della trama e soprattutto lenta da far paura;
2) In secondo luogo è da notare alcune piccole imprecisioni a livello tecnico, come i rilfessi qua e là di cameraman o microfoni e attrezzature sceniche nei vetri o di inquadrature angolari delle quali non capisco il significato e soprattutto l'utilità (porto ad esempio l'inquadratura alla scritta CINECITTA', nella quale viene tagliata leggermente la C iniziale, sembrerebbe una cavoltata, ma perchè mandare in onda una cosa del genere quando in 5 minuti puoi fare un altra ripresa e sistemare tutto?);
3) Per terzo vorrei insistere sull'aspetto del linguaggio: sebbene io sia di Milano un po' di accenti e dialetti del sud li mastico. Il film aveva parecchie scene in Napoletano, cosa pregevole, visto che la pellicola è ambientata a Napoli e, come sopra citato il regista ha voluto, a mio parere, calcare molto sulla società. Il problema di queste scene è che in alcune vengono proposti sottotitoli al fine di aiutare lo spettatore nella comprensione, in altre no senza alcun senso logico. Capitavano momenti in cui, dopo una frase che, presumibilmente poteva sembrare una battuta, ridevano 3 persone in tutto il cinema. Questa cosa mi ha fatto particolarmente arrabbiare, innanzitutto perchè non può essere una "scelta stilistica" ma è una evidente disattenzione della regia, in secondo luogo penso che possa essere deleterio ai fini della comprensione della trama;
4) Nel quarto punto vorrei soffermarmi su un particolare "il robottino". Questo apparecchio (che sembra un elettrodomestico) appare con insistenza in tutta la prima parte del film, infatti il protagonista come "secondo lavoro " vende o compra o "compra e rivende" o "non ho capito cosa fa" con questo coso, mentre nella seconda (dopo il provino) sparisce quasi completamente, facendomi chiedere: "Ma perchè diavolo ci hanno messo nella prima parte minuti e minuti di scene nelle quali si approfondisce il ruolo di questo strumento, se poi ai fini della trama non serve a niente!?". Tutto questo senza contarne il dubbio funzionamento durante una scena (anch'essa completamente inutile) in cui un tizio a caso, probabilmente con dei problemi, ( che appare per una frazione di secondo) tenta di usarlo...
5) Come ciliegina sulla torta dello squallore ci sono le scene finali. In queste (tra l'altro le più importanti e durate OVVIAMENTE una frazone delle "scene senza senso" ) il protagonista riesce a "sfuggire" (non si sa come) dal bel mezzo di una celebrazione, non so di che tipo, nei pressi del Colosseo e raggiunge Cinecittà. Tralasciando il fatto che i due luoghi distano 12 km e questo ci arriva nella scena dopo, Luciano riesce ad intrufolarsi a Cinecittà, ad entrare nel Grande Fratello, a ridere di fianco ai cameraman e a sdraiarsi beato su una sdraio senza che nessuno si accorga di lui. Una teoria potrebe essere che tutto ciò sia frutto della sua mente impazzita o che sia un sogno, teoria anche supportata dal finale abiguo in cui c'è uno zoom indietro fino alla visone di Roma da google maps. Un finale che lascia un amaro in bocca, non tanto per figura del povero Luciano impazzito, ma per l'aspettativa che si aveva di questo film, del quale mi aspettavo ben di più..Essì, il film finisce in modo ambiguo e senza un evidente senso, facendomi pensare che, di per se, il film, tagliando molte scene, poteva funzionare molto meglio in una mezz'oretta
Ho deciso comunque di dare le 2 stelle perchè ho apprezzato la recitazione e dopotutto l'idea era buona. Un'ultima cosa è il fatto che questo film ho visto essere etichettato come COMMEDIA/DRAMMATICO, quando io, di commedia, non ho visto neanche l'ombra...
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nikipi
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martedì 13 novembre 2012
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tv: maneggiare con prudenza
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Tra gli invitati al ricevimento di nozze nel napoletano, c’è Luciano, giovane che ama riamato moglie e figli. Proprietario di una pescheria, che gestisce insieme all'amico Michele, col quale ha anche avviato una rete di piccole illegalità, possiede una inclinazione naturale al travestimento e alla buffoneria: nelle feste, si veste e trucca in modo grottesco per far divertire col suo repertorio di battute e personaggi.
Camuffato da drag queen, sta festeggiando gli sposi quando irrompe Enzo che viene invitato, acclamato, fotografato (anche ben ricompensato) soltanto perché partecipò al programma tv Grande Fratello.
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Tra gli invitati al ricevimento di nozze nel napoletano, c’è Luciano, giovane che ama riamato moglie e figli. Proprietario di una pescheria, che gestisce insieme all'amico Michele, col quale ha anche avviato una rete di piccole illegalità, possiede una inclinazione naturale al travestimento e alla buffoneria: nelle feste, si veste e trucca in modo grottesco per far divertire col suo repertorio di battute e personaggi.
Camuffato da drag queen, sta festeggiando gli sposi quando irrompe Enzo che viene invitato, acclamato, fotografato (anche ben ricompensato) soltanto perché partecipò al programma tv Grande Fratello. Enzo arriva con un elicottero personale, passa da un abbraccio all'altro ostentando una familiarità inesistente, firma autografi e riparte, incalzato da assillanti impegni, cioè smerciare la propria immagine altrove.
Il modo di vivere spavaldo e lussuoso di Enzo, l’entusiasmo che suscita stregheranno Luciano che vorrà diventare come lui, pressato dai figli che spasimano di vederlo in tv.
In un lungo e doloroso percorso, Luciano perde il contatto con la realtà: si convince che la Televisione, assurta a Ente supremo ubiquo e onnisciente, lo sottoponga a prove per testarne le virtù. Nell’ansia di redenzione, si prodigherà verso bisognosi e diseredati, venderà la pescheria e, in una specie di neo-francescanesimo, si spoglierà di tutto. La moglie, non potendo arginare una dissipazione tanto radicale e insensata, è costretta a lasciarlo.
Su consiglio di Michele, animato da una coscienza evangelica, Luciano si avvicina alla Chiesa, sperando di accumulare meriti, come accumulerebbe punti, per accedere alla Casa.
Non lo chiameranno mai. Prendere atto del rifiuto lo schianterebbe, tanto forte è l' investimento psichico: Luciano deforma la realtà e la piega ad inglobare la sua ossessione.
Con sguardo acuto e integro, Garrone descrive una certa Napoli e alcuni ambienti della tv commerciale senza sociologismi, senza estremizzare o infierire. Insieme alla maestria con cui costruisce personaggi, padroneggia la narrazione con misura e grazia, evitando sarcasmo o adesione a priori. Al massimo scalda il racconto con un’ironia affabile e un'empatia consapevole verso gli umani, siano i poveri diavoli dei quartieri napoletani come gli spigliati dipendenti della società produttrice del Grande Fratello: tutti meritevoli di considerazione senza alterigia moraleggiante né commiserazione.
Luciano, superbo Arena, sempre più perso nel suo mondo paranoico, immagina che ogni sconosciuto sia una spia del Grande Fratello, che si trova ad aderire nella vita quotidiana, ancor prima che nella finzione televisiva cui anela partecipare, al modello di società immaginata da Orwell.
Durante una processione notturna, Luciano riesce ad allontanarsi ed approdare finalmente al set dove avvengono le riprese del GF; giovani di entrambi i sessi, semisvestiti, si strisciano addosso, si urtano, abbracciano, scambiano gridolini, gorgoglii, come creature regredite a uno stadio anteriore al formarsi del linguaggio.
Qui Luciano si abbandona a un fou rire, appagato per aver realizzato il sogno e corrisposto all'esortazione di Enzo “Never give up” (versione aggiornata e glamour del vecchio e cupo Boia-chi-molla), che Luciano ripeteva senza capire.
Anche Luciano arretra a uno stato primordiale, assecondato dalla cinepresa che, nel progressivo indietreggiare, inverso a quello di inizio film, lo riduce a pulviscolo nel cosmo incommensurabile...
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donni romani
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lunedì 12 novembre 2012
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parabola triste di un sogno vuoto
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Se non fosse una amara realtà che purtroppo contagia con la sua folle malia milioni di giovani la parabola triste che Garrone racconta con la sua maestria e poesia metropolitana potrebbe essere una favola surreale, la cronaca fantascientifica di un mondo parallelo in cui i valori si ribaltano, le regole sfuggono, il caos trionfa. Ma non è così. Perchè sia pur estremizzandola Garrone, attraverso la storia di Luciano Ciotola, pescivendolo napoletano ipnotizzato dal desiderio di partecipare al Grande Fratello, racconta una realtà personale e sociale che inquieta e fa riflettere.
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Se non fosse una amara realtà che purtroppo contagia con la sua folle malia milioni di giovani la parabola triste che Garrone racconta con la sua maestria e poesia metropolitana potrebbe essere una favola surreale, la cronaca fantascientifica di un mondo parallelo in cui i valori si ribaltano, le regole sfuggono, il caos trionfa. Ma non è così. Perchè sia pur estremizzandola Garrone, attraverso la storia di Luciano Ciotola, pescivendolo napoletano ipnotizzato dal desiderio di partecipare al Grande Fratello, racconta una realtà personale e sociale che inquieta e fa riflettere. Venuto per caso a conoscenza dei provini che la produzione del Grande Fratello sta svolgendo a Napoli, Luciano, istrionico e simpatico, decide di partecipare, spinto anche dai figli, per tentare di cambiare vita. Ma quello che succede subito dopo aver registrato il provino va ben oltre i limiti di una normale aspettativa, Luciano comincia ad immaginare che qualunque cliente della pescheria sia un emissario della produzione, si comporta in modo palesemente falso per sembrare migliore di quello che è - la scena in cui offre da mangiare ad un mendicante che giorni prima aveva scacciato è agghiacciante nella sua finta bontà - regala i mobili di casa per dimostrarsi generoso e arriva a vendere la pescheria per riarredare casa in attesa che una troupe venga a filmarla. La sorta di follia che lo coglie non ha limiti e a ben poco può il tentativo della moglie di riportarlo ad una misura e ad un buon senso perso dietro un sogno indefinito di fama e denaro. Reality sta a Bellissima come Garrone sta a Visconti? Non proprio perchè la dolcezza sperduta della Magnani qui è persa in una presunzione nevrotica che è figlia di una società dove Luciano Ciotola non è una mosca bianca, bensì la punta di un iceberg di giovani alla deriva, fascinati da se stessi e dall'idea di sè che possono proiettare, indipendentemente da ciò che sono. L'ambientazione nei bassi di Napoli colora da storia di un velo di pietas ma resta la crudele verità di un uomo, di un paese, di una società, che non sa più sognare in grande, ma solo in Grande Fratello.
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barone di firenze
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lunedì 29 ottobre 2012
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vero
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Garrone ha colpito ancora, prima la camorra piaga del napoletano, poi il sottoproletariato preda di sogni di ricchezza che sconvolgono la mente. Il finale a mio parere oltre che inverosimile non fa capire cosa garrone voleva dire. La scuola Napoletana di questi attori sconosciuti porta da una riflessione, noi siamo propensi ad osannare certi personaggi del cinema che francamente la recitazione l'hanno vista da lontano (vedi Gerini) dando molto valore alla bellezza esteriore sia negli uomini che nelle donne, mentre guesti guitti questi istrioni bravissimi una volta che il fim è uscito dalle sale vengono pressochè dimenticati. Il film è da vedere, ma bisogna avere un idem sentire con queste problematiche altrimenti diventa lento e noioso.
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paskmark
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domenica 28 ottobre 2012
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pretesti, citazioni e scatole cinesi
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Pretesti, citazioni e scatole cinesi ben incastrate fra loro per raccontare la frustrazione dei nostri tempi con una partecipazione e un disincanto così tanto italiani da essere universali...una Napoli inconsistente e un pò Concetta Mobili e Figli (per chi la ricorda), il teatro eduardiano (il cortile della casa...già visto?), la tragedia greca (il coro familiare), il grillo parlante e l'ossessione kafkiana raccontano l'attesa paranoica di un riscatto da una realtà che di per se non è già reale ma illusione consumistica di centri commerciali e ristoranti rococò...ma il riscatto è solo una risata un pò folle che nella totale indifferenza di chi produce il sogno oscilla fra il dubbio di un'amara presa di coscienza e di una ariostesca perdita del senno elimina ogni sospetto di moralismo e didascalia.
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Pretesti, citazioni e scatole cinesi ben incastrate fra loro per raccontare la frustrazione dei nostri tempi con una partecipazione e un disincanto così tanto italiani da essere universali...una Napoli inconsistente e un pò Concetta Mobili e Figli (per chi la ricorda), il teatro eduardiano (il cortile della casa...già visto?), la tragedia greca (il coro familiare), il grillo parlante e l'ossessione kafkiana raccontano l'attesa paranoica di un riscatto da una realtà che di per se non è già reale ma illusione consumistica di centri commerciali e ristoranti rococò...ma il riscatto è solo una risata un pò folle che nella totale indifferenza di chi produce il sogno oscilla fra il dubbio di un'amara presa di coscienza e di una ariostesca perdita del senno elimina ogni sospetto di moralismo e didascalia. Se fosse stato ambientato nella Milano borghese, sarebbe stato lo stesso film...il finale inconclusivo la vera perla di questo film!
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mchicapp
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giovedì 25 ottobre 2012
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il kitsch nell'epoca dei reality
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fin dalle prime sequenze il film rivela il suo intento: raccontare la genesi, la catarsi e anche la nemesi del kitsch dei nostri tempi. cosa è il kitsch, da dove nasce, cosa produce e da chi è prodotto, questo in sostanza il nocciolo del film. il kitsch delle prime immagini è quasi surreale: una vistosissima carrozza, trainata da cavalli vistosamente bardati, percorre una normalissima strada provinciale, con le macchine, i cartelli, le segnalazioni che si possono trovare in ogni strada provinciale. quel che sembra una decontestualizzazione, neanche troppo ben riuscita, si rivela ben presto per quello che è: una descrizione fedele di una realtà di sottoploretariato urbano. la carrozza è, infatti, una carrozza adibita ad accompagnare novelli sposini nella sede del loro rinfresco nuziale e quel che sembrava strano, bizzarro, curioso trova una sua spiegazione e una sua collocazione.
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fin dalle prime sequenze il film rivela il suo intento: raccontare la genesi, la catarsi e anche la nemesi del kitsch dei nostri tempi. cosa è il kitsch, da dove nasce, cosa produce e da chi è prodotto, questo in sostanza il nocciolo del film. il kitsch delle prime immagini è quasi surreale: una vistosissima carrozza, trainata da cavalli vistosamente bardati, percorre una normalissima strada provinciale, con le macchine, i cartelli, le segnalazioni che si possono trovare in ogni strada provinciale. quel che sembra una decontestualizzazione, neanche troppo ben riuscita, si rivela ben presto per quello che è: una descrizione fedele di una realtà di sottoploretariato urbano. la carrozza è, infatti, una carrozza adibita ad accompagnare novelli sposini nella sede del loro rinfresco nuziale e quel che sembrava strano, bizzarro, curioso trova una sua spiegazione e una sua collocazione. è tutto esagerato, tutto sopra le righe, tutto finto, come la parrucca che, ad un certo punto, il nostro protagonista indossa per animare la festa e divertire gli invitati. una volta in qualche matrimonio si usava leggere una lettera con cui il papa augurava lunga vita e prosperità agli sposi. non capitava in tutti i matrimoni e, quando accadeva, faceva sempre un certo effetto, ma la lettera papale non era nulla rispetto all'effetto della comparsa nella sala del rinfresco di un personaggio culto, come solo un vincitore del grande fratello riesce ad essere,materializzatosi all'improvviso per fare i suoi auguri agli sposi. il personaggio culto sorride, ripete il tormentone del suo motto, si fa fotografare in mezzo agli sposi, poi scappa via di corsa. in un'altra zona della sede del rinfresco c'è un altro matrimonio, con diversi sposi e diversi invitati, totalmente indistinguibili da quelli del primo. ed è lì che il personaggio culto si dirige velocemente: stessi auguri agli sposi, stesso tormentone, stesso sorriso, stessa posa nelle fotografie. e così scopriamo un altro tassello del kitsch: la stereotipia e l'inconsistenza di certi personaggi culto sono irrimediabilmente kitsch, certi personaggi culto sono kitsch, tanto da far sospettare che, se non fossero kitsch, non diventerebbero mai personaggi culto.
la condizione di vita di un personaggio appare invidiabile agli occhi di un qualsiasi povero diavolo e, se il povero diavolo viene spesso elogiato per le sue qualità di intrattenitore, poytrebbe iniziare ad affacciarsi un sogno: quello di diventare un personaggio culto. in fondo cosa ci vuole? basta partecipare a un reality. si diventa famosi, si guadagnano tanti soldi. che sogno! basta vita grama, basta piccole truffe perché i proventi di una pescheria, di cui si è proprietari, non sono sufficienti. sembra al protagonista facilissimo poter realizzare questo sogno. allo spettatore sembra solo un sogno ridicolo. ridicolo e kitsch. il pescivendolo di napoli, protagonista del film, non è forest gump e andrà incontro a delusioni e sconfitte. ecco un altro aspetto del kitsch: esistono dei sogni che sono veri, sono sogni belli, sono sogni che spingono in avanti e poi ci sono i sogni kitsch. i sogni kitsch sono fasulli, portano alla pazzia e alla rovina. sono sogni a cui sarebbe meglio rinunciare, ma certe lusinghe sono peggiori delle sirene di ulisse. chissàse il canto delle sirene possa essere considerato kitsch, il pescivendolo è comunque, a suo modo, una specie di eroe. e, come tutti gli eroi che si rispettino, un eroe vittorioso.
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sirio
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sabato 20 ottobre 2012
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fisiognomica dell'idolo
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Cosa è l'idolo? E'un qualcosa che ti entra nel cervello e che progressivamente si sostituisce alla tua persona, che ti seduce con il miraggio del successo, della sicurezza economica o della fama imperitura per mostrarti, una volta che ne sei diventato succube, la tua impotenza e la tua incapacità.
Questo è quello che capita a Luciano, di imbattersi suo malgrado in un idolo che per nostra fortuna da poco è svanito, il Grande Fratello, un programma televisivo che, da scuola di aspiranti volti-per-lo-schermo (vedi Pietro Taricone o Flavio Montrucchio) è progressivamente scivolato nel più terribile trash, in una rassegna totalmente autoreferenziale di corpi statuari nullafacenti, di personaggi sempre più anonimi alla spasmodica ricerca di un attimo di notorietà, di un nulla che si alimenta del suo essere nulla e che non può che generare il nulla.
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Cosa è l'idolo? E'un qualcosa che ti entra nel cervello e che progressivamente si sostituisce alla tua persona, che ti seduce con il miraggio del successo, della sicurezza economica o della fama imperitura per mostrarti, una volta che ne sei diventato succube, la tua impotenza e la tua incapacità.
Questo è quello che capita a Luciano, di imbattersi suo malgrado in un idolo che per nostra fortuna da poco è svanito, il Grande Fratello, un programma televisivo che, da scuola di aspiranti volti-per-lo-schermo (vedi Pietro Taricone o Flavio Montrucchio) è progressivamente scivolato nel più terribile trash, in una rassegna totalmente autoreferenziale di corpi statuari nullafacenti, di personaggi sempre più anonimi alla spasmodica ricerca di un attimo di notorietà, di un nulla che si alimenta del suo essere nulla e che non può che generare il nulla.
Ma per Luciano questo diventa una ragione di vita, un tarlo che prima lo spinge a vendere il suo negozio, quindi gradatamente lo pervade fino all'idea delirante che gli sceneggiatori del programma spiino i suoi movimenti.
Il delirio di Luciano sfocia prestissimo nell'assurdo: arriva ad infilarsi nei condotti di areazione per raggiungere l'ex-concorrente, con la speranza che la sua vicinanza gli infonda la sicurezza; arriva a interrogare due vecchiette al cimitero convinto che siano emissarie del programma che lo spiano, e nel segreto della sua casa ricostruisce un finto confessionale nel quale si esercita a quello che secondo lui dovrà dire.
Arriva perfino a configurare il programma televisivo come un dio giudice che premia i suoi eletti accogliendoli nel paradiso di plastica e lustrini di Cinecittà e che punisce i malvagi che non aiutano i poveri che chiedono l'elemosina: avallato da un'inconsapevolmente mefistofelica Claudia Gerini (impegnata in un delizioso cameo) giunge al disperato tentativo di redimersi ed entrare quindi a far parte degli Ammessi-Alla-Casa attraverso il dono ai poveri dei mobili di casa, per sprofondare nell'abisso dell'annuncio della separazione dalla moglie.
E la moglie sembra aver la meglio: lo aiuta, gli sta vicino nel lungo e difficile percorso di distacco dalla sua religione televisiva, e sembra che tutto vada per il meglio: Luciano si converte ad una vera religione, il Cristianesimo, sorride mentre serve il cibo alla mensa dei poveri, arriva alla Via Crucis papale al Colosseo.
Ma tutto è solo una finta, è una subdola strategia del pressante idolo: scappa dalla celebrazione religiosa, si infila in una onirica Cinecittà e, preda di un delirio nel quale non ci comprende più dove sia la realtà e dove la fantasia, entra finalmente nella Casa. Vede gli schermi dai quali la gente viene sorvegliata, assiste alle scenette idiote ed all'esibizione di corpi statuari immersi in un nulla, poi entra nella casa, ma nessuno si accorge di lui.
E alla fine, in una risata tanto schizofrenica quanto irreale, entra a far parte del suo stesso paradiso, senza telecamere che lo riprendano.
Fisiognomica dell'idolo.
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francesco2
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sabato 20 ottobre 2012
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ancora sul mio disaccordo
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Volevo aggiungere come anche certi momenti della seconda parte, che possono apparire più deboli (Ed a volte lo sono) non vadano sottovalutati. Quando la moglie del protagonista gli rinfaccia le sue ossessioni, tali sequenze potrebbero avere una doppia valenza: comica ma anche tragica, datop che ormai la nostra realtà è un piccolo teatro -Appunto- dell'assurdo, a tal punto che i ruoli sono interscambiabili. Ad esempio: chi dei due, tra il protagonista e la moglie, finisce per avere le reazioni più assurde?
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d'accordo? |
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