Bianca

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Bianca...o il mal di vivere Valutazione 4 stelle su cinque

di Howlingfantod


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venerdý 11 agosto 2017

 Qualcuno diceva che la vita o la si vive o la si osserva, questo vale senz’ altro per Bianca, forse il film più triste, sconsolato, pessimista di Moretti  che arrivato con tutte e due le gambe negli  anni 80, quando il riflusso del decennio precedente, quello del sociale, del collettivo è arrivato a compimento, dinamiche che era andato a scandagliare sia con “Io sono un autarchico” che con “Ecce bombo” , pur sempre con la sua tinteggiatura  rivolta ai tic e alle nevrosi individuali. Con Bianca si sposta   decisamente sull’ indagine privata  ed esistenziale sull’ essere umano, enfatizzandone le strampalate, grottesche e dolorose caratteristiche. Lo fa in particolare applicando la sua indagine alla vita di coppia, ai suoi guasti che sono in senso lato i guasti dell’umano vivere, che porterà  il protagonista Michele nel suo ripudio, al gesto estremo che connoterà lo svolgimento del film. L’alter ego di Moretti, Michele Apicella è  qui il professore di  matematica di un scuola alternativa (la Marylin Monroe) dove i professori si ritrovano ad esempio nella loro sala per giocare con le automobiline telecomandate o alle slot machine. Michele osserva,  come fa  dal balcone della sua nuova casa la vita degli altri e con una specie di sindrome autistica e ansia igienista (la scena iniziale dove da fuoco al bagno per disinfettarlo) non si vuole contaminare, ma unicamente giudica “scelgo, decido cosa è bene cosa è male, e quando scelgo è per sempre” perché dice ancora “ mi devo difendere”.
Questo fino a che nella stessa scuola non incontra Bianca, sua collega professoressa e tutto il suo moralismo integralista sembra vacillare. Sembra,  perché la sua mania di assoluto  “la felicità è una cosa seria,  ecco allora se ci deve essere deve essere assoluta” e ancora “le cose bisogna prevederle almeno poi non si fanno errori”, crea lo smacco e lo scarto comico reso nel film con le solite esilaranti invenzioni morettiane, vedi il celeberrimo barattolo di nutella gigante dove Michele annega la sua crisi d’ansia per le scelte da compiere.  
L’attivismo, il  movimentismo moralista morettiano   che fa domandare a Michele se non siano  più pazzi  coloro che accettano tutto declinato al cosiddetto sociale sembra restituire il Moretti più “impegnato”, quando in questo caso in realtà parla delle dinamiche di coppia e dell’amara constatazione della loro vacuità con le stesse che  tradiscono le promesse, rompono i legami, non sanno amare, così come fa la coppia che Michele osserva dal balcone di casa,  o la coppia di amici che si separa per obbedire ai loro vuoti egoismi, coppie che dovranno soccombere alla furia purificatrice del “buono” Michele. Così lo definisce Bianca un “buono” nel senso pieno, “greco” del termine, salvo dirle sorridendo all’epilogo della loro storia impossibile ”tu sei veramente pazzo” come purtroppo viene definito in una qualsiasi società chi non  è disposto a scendere a compromessi ed è destinato ad essere stigmatizzato e isolato per questo. Michele stesso lo confessa. “il mio problema è che non mi piacciono gli altri”. La chiusura è totale, la solita sfilata  di maschere morettiane che l’autore con la sua tipica e sardonica ironia si diverte a distruggere, in questo caso la scuola, l’ipocrisia dei rapporti di coppia,  lo yuppismo anni 80 che ha portato a non fare più figli (tema già riproposto in un episodio di “Caro diario”), si aggiunge alle sue altrettanto tipiche madeleine  sui bei tempi andati,  l’infanzia come età dell’oro e il  suo ricordo che può affiorare anche solo alla visione di vecchi sandali da bambino.
L’esito del film è drammaticamente sconsolante e ci  parla con ironia e crudezza  del dramma esistenziale  dato dall’eterna lotta tra il desiderare e i guasti dell’umano vivere  o non saper vivere come il protagonista stesso, con il suo rimpianto, come se le cose in fondo potrebbero essere andate anche in un altro modo, con Michele che prima di essere condotto in carcere per il triplice omicidio commesso confessa al poliziotto che “E’  triste morire senza figli”.
 

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