LETTERE DA IWO JIMA (USA/JAP, 2006) diretto da CLINT EASTWOOD. Interpretato da KEN WATANABE, KAZUNARI MINONIYA, TSUYOSHI IHARA, RYO KASE, YUKI MATSUKAZI, LUKE EBERL
Complementare al precedente Flags of Our Fathers, è la descrizione della battaglia di Iwo Jima dal punto di vista dell’esercito giapponese. Girato in lingua nipponica, ma di produzione statunitense, in Italia è disponibile nella versione doppiata con le voci italiane in DVD. Scelta saggia quella di mantenere intatte le battute inglesi, quando a parlare sono i soldati americani, come si era già fatto in senso inverso col film di cui sopra. Tratto dal libro memorialistico Picture Letters from Commander in Chief del generale Tadamichi Kuribayashi, interpretato nel film da uno strepitoso, infallibile, efficacissimo Ken Watanabe, che personalizza il massimo esponente del regio esercito con una mimica marmorea, un piglio autoritario e un’intensità drammatica da permeare tutto il contesto filmico intorno a sé. Kuribayashi raggiunge nel dicembre 1944 la spiaggia di Iwo Jima, e dà ordine di smettere l’edificazione delle trincee perché l’esercito statunitense nemico attaccherà dal cielo e dal mare e pertanto è opportuno spostare le linee difensive sulla cima del monte Suribachi. Insieme a lui v’è il tenente colonnello, nonché barone, Nishi, giunto a cavallo in quanto campione delle Olimpiadi di Los Angeles 1932. Nelle prime linee combattono Saigo, ex fornaio sposato, con una bambina in arrivo e compreso delle felicitazioni dei parenti per la sua chiamata alle armi; Nozaki, suo grande amico e compagno di branda; e Shimizu, sospettato di essere una spia, ma invece degradato e punito per aver rifiutato di uccidere un cane disturbatore durante la perlustrazione di un quartiere alla presenza d’un ufficiale. A comandare le truppe vi sono i tenenti Ito e Fujita e il capitano Tanida. Film corale, di ampio respiro bellico, che sfoggia come accade sempre nel genere un antibellicismo proclamato e dichiarato, che qui ha però il pregio di evitare la retorica e l’autocitazione per dipingere un affresco non solo verosimile, ma più vero dell’autentico, sulla barbarie (dis)umana che ha invaso gli animi dei soldati che combatterono una delle peggiori battaglie della Storia in toto, non solo della Seconda Guerra Mondiale, in termini di perdite umane, sangue versato, danni territoriali, paure instillate nei sentimenti fin troppo scossi. Strapieno di pezzi di bravura imperdibili che testimoniano la perizia registica di Eastwood, ormai ben avviato dietro la macchina da presa e, produttore insieme a Steven Spielberg che l’ha finanziato con la sua inseparabile DreamWorks, capacissimo di restituire in immagini audiovisive ciò che accadde nel passato. Un passato più funesto e nefasto che mai, che l’attore-regista descrive con la penna del narratore navigato, compensando la violenza efferata, ma mai fine a sé stessa, con gli effetti speciali che ne permettono un’efficiente raffigurazione e specialmente con le motivazioni interiori che esaminano le psicologie dei personaggi – piccoli uomini prestati al servizio di leva per onorare l’impero nipponico – e ne spiegano le azioni. Costretti a servire la patria per la soddisfazione necessaria e la celebrazione autoreferenziale di gloria della monarchia, i soldati semplici giapponesi che appaiono nella vicenda soffrono la lontananza dalla famiglia, sono obbligati a turni di staffetta massacranti, devono svuotare i propri scarti alimentari, dormono all’addiaccio, guerreggiano con qualsiasi condizione climatica e sperano che il conflitto armato finisca presto, ma ciò che li rende davvero speciali è il rispetto che portano a sé stessi e ai compagni, identificando in un’amicizia viscerale il crisma che li unisce malgrado l’avanzare della brutalità più sanguinaria che si possa immaginare. Una guerra che falcidia e decima gli uomini come granelli di sabbia sollevati da una detonazione od esplosione, ma che non è abbastanza forte da lenire lo spirito di corpo e la sensazione di sacrificio che, pronti come una mina in procinto d’esser scagliata, scaturiscono al minimo tentennamento del coraggio per venire in soccorso a chi è oppresso, o si fa opprimere, dal dolore nella disperazione immediata e deplorevole di ottenere un successo bellico più presto che si può. Fra i frammenti di miglior impatto dapprima nominati, vanno sicuramente annoverati: la cena a base di sakè e superalcolici fra Kuribayashi e il barone appassionato d’equitazione; i dialoghi fra Saigo e Nozaki nel buio della caverna in cui vedono approdare dal nulla il silenzioso Shimizu; l’harakiri del capitano Tanida quando vede che ormai il monte Suribachi non è più difendibile; il trascinamento del corpo quasi esanime del generale da parte di Saigo, dopo la mancata decapitazione da parte del sottufficiale con la spada per via di una disturbante fucilata; la valutazione dei piani d’attacco mediante le mappe geografiche e i contatti radio sempre più complicati e rarefatti; l’avanzamento del tenente Ito presso le selve di cadaveri cui si confonde cercando di tendere un’imboscata agli statunitensi; la poetica ed intensa morte di Shimizu per mano dei marines; la spedizione delle lettere a partire dal dispaccio del fronte e il loro finale recupero durante gli scavi archeologici del 2005. Un film epico che si stende come un panno morbido e serafico sul mondo della guerra, denunciando senza pietà il regime militare, la disciplina soldatesca e la testardaggine di alcuni ufficiali, ma elogiando al contempo la pazienza e la perseveranza di altri che preferiscono attendere il momento ideale per sferrare l’offensiva determinante o, a mali estremi, rimediare con una sconfitta dignitosa che combina la ritirata con la conservazione dell’onore incrollabile, valore della cultura giapponese vecchio come l’arcipelago stesso e radice intoccabile del modo di pensare nell’Estremo Oriente. Eastwood sa anche operare una funzionale commistione di generi, attingendo dal bellico, dal drammatico e dal bio-pic tramite un’estrapolazione che trae da ciascuno gli elementi più vistosi per costruire un’opera che ben si incunea nella tradizione USA del cinema storico. Raccontando una pagina di Storia neanche troppo lontana, diciamo di passato prossimo, che non toglie dignità né ai connazionali né agli stranieri, ma privilegia piuttosto un aspetto obiettivo e neutrale di narrare un episodio focalizzandosi su una lente d’ingrandimento che condanni l’utilitarismo della tecnologia militare d’avanguardia e premi il coraggio, la forza di volontà, l’umiltà e il carisma di chi combatte nelle prime file. Di chi non si fa intortare da un ideale inesistente e fasullo. Di chi segue le proprie opinioni comprendendole e facendole capire a chi gli sta intorno. E infine anche di chi accetta di esser stato battuto, ma non rinuncia comunque a rimontare in sella e ritentare l’impresa con tutto il fiato che ancora riesce a spendere.
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