Lietta Tornabuoni
La Stampa
Bellissimo film sulle tensioni razziali a New York. Bellissimo esempio di nuovo cinema militante: non predica, racconta con grande stile cinematografico; non separa il tema sociale dalla natura delle persone né dall’incidenza del caso; non ha bisogno di eroi morali e irreprensibili né di strutturati aneddoti esemplari; non insegue una coerenza di genere, anzi mescola comicità e tragedia, divertimento, sangue e musica. Il regista Spike Lee, 32 anni, autore di She’s Gotta Have It e di School Daze, viene considerato un simbolo della rinascita della giovane cultura nera newyorkese, un leader del nuovo movimento dei cineasti americani trentenni: e senza troppo esagerare.
Il film, ambientato nella zona Bedford-Stuyvesant di Brooklyn abitata da neri, italo americani e asiatici, è la cronaca d’un giorno speciale, la giornata estiva più calda dell’anno. Si rifà all’Howard Beach Incident accaduto nel 1986: una banda di ragazzi bianchi aggredì tre ragazzi neri davanti a una pizzeria, e uno dei neri ci rimise la vita. Il luogo della storia è infatti la pizzeria italiana dove il nero Spike Lee, ragazzo caotico e risentito, lavora come fattorino; dove il padrone Danny Aiello, patriota che ostenta alle pareti le fotografie degli italoamericani celebri (Frank Sinatra, ma anche Sophia Loren), è sempre andato d’accordo coi neri, mentre i figli che lavorano con lui sono più intolleranti; dove esplode il dramma.
All’inizio, pare una commedia: caldo folgorante, sudore, neri pigri che stanno distesi all’ombra sfottendo chi lavora, storie d’amore bisbetico, macchiette di vecchi neri saggi oppure matti, informazioni sulla temperatura rovente trasmesse dalla radio, musica. Ma ingiustizia e rivolta stanno sullo sfondo. Quando un ragazzo nero viene ucciso dalla polizia in un tumulto, l’onda della violenza non colpisce i destinatari reali, i bianchi anglosassoni della cultura dominante, ma le altre minoranze etniche: e distrugge la pizzeria italoamericana, la drogheria coreana.
Alla fine, citazioni dei due leader neri americani morti assassinati, il non-violento Martin Luther King e Malcolm X. Spike Lee li ammirava tutti e due ma oggi, dice, sceglierebbe Malcolm X.
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