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imperior max
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lunedì 23 febbraio 2026
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l''autenticit? che scavalca la realt
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RENTAL FAMILY – NELLE VITE DEGLI ALTRI.
Dedicato alla memoria di Federico Frusciante.
Il cinema in rosa torna a colpire e stavolta con petali di ciliegio e bacchette nipponiche (date in regalo all’entrata in sala) grazie alla seconda opera della regista Hikari, dopo il buono 37 Seconds.
Giappone. Phillip Vandarploeug, attore americano ormai da sette anni a Tokyo, sbarca il lunario con lavori saltuari e a chiamata coprendo diversi ruoli da mascotte, travestimenti per bambini, corsi di recitazione e in altri eventi. Nutre anche un senso di incompiutezza e solitudine, soprattutto guardando dalla finestra di casa sua i vicini nel palazzo di fronte vivere spensierati i loro piccoli momenti.
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RENTAL FAMILY – NELLE VITE DEGLI ALTRI.
Dedicato alla memoria di Federico Frusciante.
Il cinema in rosa torna a colpire e stavolta con petali di ciliegio e bacchette nipponiche (date in regalo all’entrata in sala) grazie alla seconda opera della regista Hikari, dopo il buono 37 Seconds.
Giappone. Phillip Vandarploeug, attore americano ormai da sette anni a Tokyo, sbarca il lunario con lavori saltuari e a chiamata coprendo diversi ruoli da mascotte, travestimenti per bambini, corsi di recitazione e in altri eventi. Nutre anche un senso di incompiutezza e solitudine, soprattutto guardando dalla finestra di casa sua i vicini nel palazzo di fronte vivere spensierati i loro piccoli momenti. Dopo aver fatto la parte dell’americano triste ad un funerale particolare e grazie alla sua interpretazione remota in una famosa pubblicità di dentifrici, viene avvicinato da Shinji, titolare dell’agenzia Rental Family che si occupa di “persone in affitto” con gli agenti che recitano una parte fittizia in base alla richiesta dei loro clienti.
Dopo un incarico da finto sposo dove Phillip manda quasi tutto a coppe per una sua esitazione si convince dell’utilità benevola del suo nuovo lavoro.
Con i ruoli di amico di un otaku, ma soprattutto del padre di Mia (che non ha mai conosciuto) per farla ammettere alla scuola media specializzata e un giornalista per intervistare Kikuo Hasegawa, un attore in pensione e prossimo alla demenza senile, Phillip scoprirà di poter andare oltre il semplice incarico e di ritrovare un lato umano e affettivo che aveva perso negli anni.
Una cosa che colpisce è senz’altro una regia semplice, leggera, una fotografia soffice e con il classico andamento fluido ormai marchio di fabbrica del cinema orientale. La nostra Hikari ci aggiunge dei primi piani di paesaggi urbani, forestali, campagnoli e di persone di società varie, ma senza distogliersi dai personaggi e in maniera quantomeno invisibile. Una durata ben contenuta e con un buon montaggio senza riempitivi e un ritmo sostenuto. Delle musiche di atmosfera solitamente dolci e che nel complesso accompagnano le situazioni raccontate. A sorpresa delle trovate comiche eccezionali come nella scena del funerale, la pubblicità del dentifricio di Phillip e con Kikuo. E come piatto forte ci sono le interpretazioni con un Brendan Fraser ottimo, pacato, uno sguardo immenso e bello in parte come uomo grosso occidentale. Buonissimo Takehiro Hira nel ruolo di un Shinji intrigante, una meravigliosissima Mari Yamamoto che è una Aiko convincente, la piccola Mia è ben interpretata da Shannon Mahina Gorman e infine un fantastico Kikuo ormai nel dolce tramonto della sua vita e interpretato da un magistrale Akira Emoto, memore dai film di Takashi Miike.
Al di là di un contesto ben delineato che mostra una società giapponese dove l’individuo è un po’ lasciato indietro, soprattutto a livello sentimentale ed emotivo tanto che la figura dello psicologo per terapie mentali non è tanto ben vista e dove agenzie di persone in affitto sono ben prolifere. Senza contare che il futuro di tale individuo è di consuetudine doverla decidere già in tenerissima età, il che renderebbe il rapporto genitore/figlio meno solido. La storia punta molto su un concetto tanto semplice quanto efficace. Quand’è che la finzione finisce ed inizia l’autenticità? A rispondere sono i finti ruoli che portano a significati e supporti emotivi veri, sia per i clienti che per le persone ignare. Come se una bugia bianca fosse meglio di cento verità. Ancora meglio le immagini come nella scena dell’acquario, null’altro che proiezioni di luce alle pareti senz’acqua e pesci, ma che mettono bene in scena la percezione degli stessi.
Oppure i personaggi come Phillip che riesce, anche grazie alla sua figura attoriale dove ci mette del suo con i suoi trascorsi di vita ed esperienze, ad andare oltre il suo ruolo e ad entrare genuinamente nelle vite degli altri. Anche se diventare una figura paterna forte per Mia e un buon amico per Kikuo per poi dover troncare perché fa parte dell’ingaggio lascerebbe inevitabilmente delle ferite emotive profonde. Gli stessi Shinji e Aiko mostreranno delle controversie sia lavorative che personali intrecciate alla loro attività e che si legano fortemente al rapporto realtà/finzione. Il tutto con delle decisioni di cuore del nostro Phillip nei confronti di Mia e in particolare di Kikuo dove anche i suoi colleghi mostreranno un’umanità nei loro personaggi fittizi per aiutarlo, fino a conseguenze ed un finale rincuoranti, commoventi e molto appaganti.
Non è proprio originale come film in quanto il soggetto è simile a Family Romance di Werner Herzog, anch’esso giapponese, e il fatto che a coprire ruoli sempre diversi e con più persone è palese che prima o poi qualche vecchio cliente possa mangiare la foglia, soprattutto se nella stessa città. Però si può soprassedere e per una volta che si fa’ una commedia sentimentale non si scade nella retorica e nelle sdolcinate melassate.
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riccardo sorrentino
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venerdì 27 febbraio 2026
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la vita prima della vita
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«La vita prima della vita» – frase, singhiozzata, di un vecchio regista giapponese (Akira Emoto, in una prova di commovente essenzialità) – rimane impressa come uno slogan che il film non urla mai, ma incide con discrezione. È il fotogramma chiave: un omone occidentale, Phillip (Brendan Fraser), in una foresta incantata di ricordi che sta per svanire, diventa testimone involontario dell’ultimo atto di memoria di un uomo prima che il passato si dissolva. Quel pianto non è solo lacrima: è il punto in cui il finto familiare si scopre autentico, e lo sguardo goffo da outsider si fa finalmente intimo.
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«La vita prima della vita» – frase, singhiozzata, di un vecchio regista giapponese (Akira Emoto, in una prova di commovente essenzialità) – rimane impressa come uno slogan che il film non urla mai, ma incide con discrezione. È il fotogramma chiave: un omone occidentale, Phillip (Brendan Fraser), in una foresta incantata di ricordi che sta per svanire, diventa testimone involontario dell’ultimo atto di memoria di un uomo prima che il passato si dissolva. Quel pianto non è solo lacrima: è il punto in cui il finto familiare si scopre autentico, e lo sguardo goffo da outsider si fa finalmente intimo.
Hikari (pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki) costruisce un dramedy delicato, quasi capriano nel suo ottimismo dichiarato, ma mai sdolcinato. Phillip, attore fallito trapiantato a Tokyo da sette anni, accetta lavori per un’agenzia di “famiglie a noleggio”: figlio, marito, nonno, papà (bellissima l’interpretazione della bambina MIA) da recitare per clienti che non possono o non vogliono più contare sui legami reali. Il rischio era cadere nel consolatorio, invece il film funziona perché non giudica, né il servizio, né chi lo usa. Mostra piuttosto come la performance, quando è sincera, possa diventare cura. Fraser – qui in versione morbida, vulnerabile, quasi proustiana – porta con sé tutto il peso dei suoi ruoli passati (da The Whale alla rinascita post-Whale) e lo trasforma in un’arma di tenerezza: il suo corpo ingombrante, il suo americano misto ad un giapponese faticoso, la sua goffaggine, diventano metafora perfetta dello spaesamento culturale ed esistenziale, ma anche di tanta gentilezza e sensibilità.
Il valore narrativo sta nel rovesciamento: all’inizio Phillip recita per guadagnare, poi recita per non sentirsi solo, infine smette di recitare. La regia di Hikari è sobria, fatta di piani medi e silenzi che pesano, di colori tenui (il verde foresta, il grigio metropolitano, i neon discreti) e di un montaggio che lascia respirare le emozioni invece di forzarle. Ci sono echi di Lost in Translation (l’americano spaesato a Tokyo), ma senza citazionismo: Rental Family è più luminoso, meno nichilista, più fiducioso nel potere del gesto condiviso.
Simbolicamente, il film parla di un’epoca in cui la connessione è merce (app, social, servizi a pagamento) eppure resta disperatamente necessaria. Non moraleggia: mostra che fingere di appartenere a qualcuno può, paradossalmente, insegnarci a farlo davvero.
Funziona perché Fraser non interpreta “l’americano buono”: indossa i panni di un uomo che impara ad ascoltare prima di parlare, a stare prima di fare. E perché Hikari sa che il cinema, come la famiglia a noleggio, è finzione che – se onesta – può produrre verità. Un comfort movie colto, che alla fine ti lascia con la stessa frase del vecchio regista malato di Alzheimer: la vita prima della vita merita di essere ricordata, anche se per farlo dobbiamo noleggiare qualcuno che ci tenga la mano.
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mauridal
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sabato 7 marzo 2026
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gli affetti in affitto
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Quando gli affetti sono in affitto
In una società multietnica, avanzata per benessere e tecnologia, relativamente pacifica e senza grandi conflitti sociali come quella giapponese contemporanea, possono sorgere invece profondi problemi individuali che toccano gli animi e i pensieri più intimi: gli affetti, gli amori, la serenità psicologica e mentale di uomini, donne, anziani e bambini.
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Quando gli affetti sono in affitto
In una società multietnica, avanzata per benessere e tecnologia, relativamente pacifica e senza grandi conflitti sociali come quella giapponese contemporanea, possono sorgere invece profondi problemi individuali che toccano gli animi e i pensieri più intimi: gli affetti, gli amori, la serenità psicologica e mentale di uomini, donne, anziani e bambini. Spesso, dunque, bisogna provvedere individualmente alla gestione di difficoltà legate ai rapporti familiari e alla condizione di solitudine. Il film della regista Hikari affronta molto bene questa questione, in maniera delicata e gentile, senza mai alzare i toni o i gesti; anzi, con il personaggio di Philip tocca la profondità dei migliori sentimenti, senza retorica né facile buonismo. La storia si svolge a Tokyo. Philip, attore americano ormai in declino, vive in Giappone da alcuni anni e cerca di sopravvivere da single accettando piccoli ruoli da comparsa e lavori occasionali. Durante uno di questi eventi conosce il responsabile di un’agenzia chiamata Rental Family, che si occupa di trovare attori e controfigure per impersonare persone reali: individui assenti che, per vari motivi, devono essere temporaneamente sostituiti. A Philip viene offerta la possibilità di lavorare per questa agenzia interpretando diversi ruoli richiesti dai clienti. Inizialmente accetta con qualche dubbio: l’espressione incredula del volto del bravissimo Brendan Fraser trasmette perfettamente tutta l’incertezza del personaggio. Tuttavia, quando si trova a sostituire persone in diverse situazioni — uno sposo, un assistente per un malato di Alzheimer (un vecchio attore giapponese), oppure il padre di una bambina che una madre single vuole iscrivere in una scuola che richiede famiglie perfette e benestanti — Philip capisce che, in quel modo, forse può davvero aiutare persone in difficoltà e migliorare la loro vita. Il problema nasce quando la persona che Philip sostituisce a pagamento, e solo per un periodo limitato, non rimane più un semplice personaggio da interpretare, ma diventa un sentimento reale nell’animo dell’uomo. Philip si immedesima nel ruolo e finisce per viverlo davvero. Questo accade soprattutto nel caso della bambina Mia, il cui padre è assente. Nel rapporto con lei, Philip diventa un vero padre: la incoraggia, le dà forza per superare l’esame d’ammissione alla scuola e si presenta insieme alla madre davanti alla commissione, offrendo l’immagine di una famiglia perfetta. Mia, una volta ammessa alla scuola e ignara della verità, si affeziona a Philip come a un vero padre; e lui ricambia con un affetto altrettanto autentico. Tra i due si crea così una relazione normale tra padre e figlia. Questo, però, non viene accettato dalla madre, che voleva soltanto una persona da “affittare” per un lavoro temporaneo. Nascono così dei conflitti tra lei e Philip, che con grande sofferenza è costretto a dire a Mia che deve tornare in America, lasciandola in Giappone. Nel frattempo Philip si è affezionato anche al vecchio Kikuo, che la figlia gli aveva affidato come compagnia con la scusa di farsi raccontare la sua vita, interpretando il ruolo di un giornalista. Anche in questo caso Kikuo considera Philip un vero amico, a cui consegnare i ricordi del suo passato di attore e uomo spirituale. Come ultimo desiderio gli chiede di tornare a vedere la casa della sua infanzia, ormai immersa nella vegetazione della campagna. Anche qui la figlia si oppone e protesta con l’agenzia. Ma Philip, mettendosi a rischio, sceglie di accontentare Kikuo e lo accompagna fino alla vecchia casa. Lì Kikuo scava e ritrova una scatola di ferro che aveva sepolto da bambino, piena di fotografie e oggetti. Scoppiando in lacrime, ringrazia Philip per aver ritrovato «la vita prima della vita».
Philip ha ottenuto ciò che il suo animo e il suo affetto per Kikuo gli chiedevano. Ma quando l’uomo si sente male e viene portato in ospedale, Philip viene arrestato con l’accusa di averlo rapito, portandolo in campagna senza avvisare la figlia. A questo punto cade definitivamente la barriera tra finzione e verità: Philip agisce ormai come una persona reale, non più come un semplice figurante. Accetta delusioni e rischi, ma risponde ai sentimenti e agli affetti. Il film si conclude con la liberazione di Philip grazie alla testimonianza di Kikuo e all’intervento dei colleghi dell’agenzia, che dimostrano la sua innocenza. Successivamente Philip rincontra Mia, che lo aveva riconosciuto in televisione in un film: tra i due rimane un affetto sincero, anche se solo come amici. Le ultime immagini mostrano Philip in un tempio mentre rende omaggio alla memoria di Kikuo. Un film della regista giapponese Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki (Osaka), regista, sceneggiatrice e fotografa. L’opera è molto ben realizzata, sia nella storia — commovente e delicata — sia nelle immagini, curate con dolcezza e talvolta con ironia. Non vi è mai violenza né cattiveria; personaggi come Philip e Mia ne sono un esempio. Ottime le interpretazioni di Brendan Fraser nel ruolo di Philip, della giovane Shannon Gorman nel ruolo di Mia e di Akira Emoto nel ruolo di Kikuo. (mauridal)
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annelise
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venerdì 13 marzo 2026
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la vita in affitto
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In una città come Tokyo ,dove i fiori di ciliegio si alternano ad abitazioni tristi e spoglie,dove l'umanità corre,si sviluppa una sorta di esperimento sociologico.
Si consegnano in dono,per poco tampo,a pagamento ,parenti o amici o ammiratori a chi ne è sprovvisto,si colmano vuoti che si ritengono necessari per il benessere ,momentaneo ,di alcuni soggetti.
L'attore che recita,per lavoro, finge di essere padre,parenteo ammiratore , nelle vite degli altri e finisce per sentirsi realmente parte integrante di quelle vite . Sviluppa una meravigliosa empatia che trasforma il lavoro in un'azione di solidarietà,in un rapporto umano profondo.
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In una città come Tokyo ,dove i fiori di ciliegio si alternano ad abitazioni tristi e spoglie,dove l'umanità corre,si sviluppa una sorta di esperimento sociologico.
Si consegnano in dono,per poco tampo,a pagamento ,parenti o amici o ammiratori a chi ne è sprovvisto,si colmano vuoti che si ritengono necessari per il benessere ,momentaneo ,di alcuni soggetti.
L'attore che recita,per lavoro, finge di essere padre,parenteo ammiratore , nelle vite degli altri e finisce per sentirsi realmente parte integrante di quelle vite . Sviluppa una meravigliosa empatia che trasforma il lavoro in un'azione di solidarietà,in un rapporto umano profondo. Scopre che la necessità di chi riceve è pari alla sua necessità di esistere per loro come elemento importante e salvifico.Il dono diventa importante per chi lo riceve ma anche per chi lo consegna e finisce per capire di aver dato un senso nuovo alla propria esistenza ,che era ormai triste e vuota di affetti.
Film dalla sceneggiatura originale ,con bella fotografia ed con ottima interpretazione del protagonista
Si partecipa alla visione con commozione.
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