Frammenti. Sono i frammenti a comporre un affresco autobiografico della lunga esasperata e ispirata carriera di uno degli esponenti maggiori del Cinema del Cinismo, Franco Maresco.
Un film sbalorditivo anti-cinematografico, anti-intellettuale, anti-convenzionale. È la triste storia della fine del cinema, l’inevitabile riflessione di un artista che si dichiara pentito, stanco dal dare voce alle oniriche atmosfere di un panorama sempre più depredato dall’avidità dell’avere e dall’onnipresente potere unilaterale che si traveste da cultura.
Diventa così un forma di protesta proclamata dal suo peculiare fervore in quelle scenette preziose e pungenti alla Cinico Tv caratterizzate da una dinamica di sottomissione artistico-satirica con i suoi attori che definirà Cani. I latrati ed i guaiti di loro si aggiungono come coro greco al suo rabbioso grido di disapprovazione. Così Franco Maresco non si esime dall’essere ferocemente nostalgico, garbatamente depresso, forsennatamente caustico. No, non mette veti o divieti anzi li infrange, infrange quelli dei suoi attori in special modo quelli di Francesco Puma che dopo essere stato strapazzato e bullizzato su questo set fatto di complici sberleffi, ha semplicemente bisogno “di stare 20 minuti da solo in bagno per evacuare”. Forse con questa metafora Franco delibera ciò che negli anfratti più putridi del corpo umano regna e vige, la liberazione, il totale svuotamento da tutti i canoni estetici.
E si ritorna alla TV a quei programmi che fanno di un omuncolo qualunque audience, fenomeno.
ParaNormali questi fenomeni momentanei che pure nella loro essenza paradossale, ai confini del teatro dell’assurdo, diventano sguardo sul contemporaneo.
Fenomeni sacri sconsacrati dalla vista di quegli adepti che scelgono la via del peccato, il peccato di non riuscire a restare nei tempi, appunto, per dire ciò che non si può più dire. Eppure con il costante intercalare “Porco Mondo” che il regista usa come rafforzativo, un po’ perché è tipico del palermitano verace, un po’ perché è la lingua diretta e feroce che svela e rivela ciò che fu detto e poi realizzato in un taglia e cuci vertiginoso, in un montaggio apocalittico proprio come tutto il suo cinema è e sempre sarà.
Disegna, dirige, ritaglia e stupisce con la sua lucida e feroce voce quanto più di poetico vi sia nel fallimento.
Pellicola chilometri di pellicola questa è la protagonista di un documentario che è Meta Film o meglio dire un film a metà che narra di mete irraggiungibili dove passano le diverse maschere di tutto il suo cinema che sono i volti di ogni giorni. I volti dimenticati, deturpati da una vita affranta, sfinita, violentata. Una vita di stenti che si sviluppa sulla strada contorta e desolata fino a trasfigurarsi in una visione grottesca. Franco si affranca dai dettami di un cinema contemporaneo, niente mezzi termini, nessun compromesso ma solo sincerità. Una sincerità sconcertante, ruggente, disturbante nella sua tragica visionarietà.
Attraverso uno sguardo su Carmelo Bene, Franco lo attraversa e con l’occasione si mette a nudo fino a scomparire e perfino incarnare i panni di Godot. I suoi colleghi, il suo staff, i suoi “attori cani” il suo co-sceneggiatore si interrogano di dove sia andato a finire Franco e l’unico custode di ogni suo segreto, di ogni più piccola mania che lo agita da sempre, è il bizzarro e fedele tassista tutto fare, lo psicagogo che rivelerà sul finale che fine abbia mai fatto Franco Maresco o meglio la sua volontà.
Struggente, emozionante, rivelatore, viscerale, cinema verità nient’altro che la verità potrebbe narrare questo poeta della pellicola, dove si mette in gioco e si prende gioco dei protagonisti, su quella scacchiera bergmaniana, diventando con loro una pedina mai mossa per sfuggire all’inevitabile, mentre la Morte, interpretata magistralmente da Antonio Rezza, si annoia nell’attesa del nulla.
Iolanda La Carrubba
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