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angelo umana
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sabato 15 novembre 2025
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a caccia di bacari e bevute
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Non è detto che un film al cinema debba essere necessariamente istruttivo o educativo per grandi, piccini o chicchessia, e questo Le città di pianura, udite udite, citato tra i film di “un certain regard” e da qualche “critico” cinematografico come miglior film italiano a Cannes 2025, fa pensare a quanto peggiori possano essere stati gli altri lavori italiani. Altri scrivani di film lo definiscono una piacevole stranezza, esilarante, caos narrativo irresistibile, ma quando mai? Il sospetto viene: è possibile o addirittura probabile che i cosiddetti esperti scrivano bene a volte di qualche film per spingere chi legge a vederlo e … una mano lava l'altra.
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Non è detto che un film al cinema debba essere necessariamente istruttivo o educativo per grandi, piccini o chicchessia, e questo Le città di pianura, udite udite, citato tra i film di “un certain regard” e da qualche “critico” cinematografico come miglior film italiano a Cannes 2025, fa pensare a quanto peggiori possano essere stati gli altri lavori italiani. Altri scrivani di film lo definiscono una piacevole stranezza, esilarante, caos narrativo irresistibile, ma quando mai? Il sospetto viene: è possibile o addirittura probabile che i cosiddetti esperti scrivano bene a volte di qualche film per spingere chi legge a vederlo e … una mano lava l'altra.
Ci fa' vedere i giorni perduti di due perdigiorno veneti già in età – eppure ne esistono di molto migliori sul Veneto, che forniscano emozioni e sentimenti o perfino di denuncia sociale: vengono in mente Pane e Tulipani ed anche Piccola Patria. La vita di questi due è volta a procurarsi un bicchiere di qualcosa, purché alcolico, celebrano bacari insomma, in ogni dove e con qualunque scusa. Dormono dove capita ma più spesso nell'auto di uno dei due, un'auto di qualche valore procurata con qualche furbo stratagemma nel passato. C'è perfino una corsa notturna con quell'auto filmata in modo che corra velocissima, non se ne intende la ragione, forse un divertissement della regia. Non si vedono amicizie o relazioni se non occasionali: cosi conoscono e “rimorchiano” uno studente di architettura che sta festeggiando la laurea di un'amica con un gruppo di universitari. Non si capisce davvero perché questo ragazzo cominci ad accompagnarsi a questi due, non è spiegato o fatto sentire allo spettatore dalla regia che tipo d'interesse ci possa trovare. Li porta perfino a visitare la tomba del famoso architetto Carlo Scarpa, ma visti i due accompagnatori è “come dare perle ai porci”.Non sento niente no, non c'è tensione, non c'è emozione, nessun dolore (da Battisti-Mogol).
Eppure sembrava essere iniziato in modo interessante, con il sempre gradevole Roberto Citran che nella veste di un piccolo Gianni Agnelli di campagna scendeva in elicottero in uno dei suoi possedimenti per premiare con un Rolex un dipendente che andava in pensione: rivedremo costui col suo Rolex nel corso del film giocare meccanicamente, come uno zombie, ad una macchinetta mangiasoldi quando i nostri due lo reincontrano. Sarà vero quanto detto nel bellissimo film di Andrea Segre, Io sono Lì (e Lì è una barista cinese a Chioggia), che andare in pensione per tanti significhi non avere più un c.... da fare. Archiviamo!
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la criticadora de pelicula
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sabato 30 maggio 2026
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in un modo o nell'' alcol
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Il titolo le città di pianura è fuorviante rispetto alla trama e all' andamento del film. Evoca atmosfere sonnolente e monotone, invece si rivela un film on the road e di formazione, originale e ironico. GlI attori sono un' accoppiata vincente: due "pinocchi" cinquantenni che non hanno bisogno di Lucignolo per le proprie avventure balorde, anzi, lungo la via incontreranno proprio il suo opposto: un timido studente alle prime delusioni amorose che cercheranno, in un modo o nell' alcol, di consolare e strappare alla tristezza. Lo spassoso e insolito terzetto condivide un viaggio a piccole tappe, che è soprattutto un viaggio nel tempo e nell' anima, nelle proprie illusioni e disillusioni, dove il non prendersi troppo sul serio, l' autoironia e la capacità di reagire la fanno da padrone.
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Il titolo le città di pianura è fuorviante rispetto alla trama e all' andamento del film. Evoca atmosfere sonnolente e monotone, invece si rivela un film on the road e di formazione, originale e ironico. GlI attori sono un' accoppiata vincente: due "pinocchi" cinquantenni che non hanno bisogno di Lucignolo per le proprie avventure balorde, anzi, lungo la via incontreranno proprio il suo opposto: un timido studente alle prime delusioni amorose che cercheranno, in un modo o nell' alcol, di consolare e strappare alla tristezza. Lo spassoso e insolito terzetto condivide un viaggio a piccole tappe, che è soprattutto un viaggio nel tempo e nell' anima, nelle proprie illusioni e disillusioni, dove il non prendersi troppo sul serio, l' autoironia e la capacità di reagire la fanno da padrone.
Il gelato è uno strepitoso finale aperto ma facilmente intuibile: come la birra analcolica, d'inizio film, sarà un nuovo pretesto per avventurarsi in chissà quale altra storia.
Meritatissimi i David di Donatello soprattutto per attori e per la regia, un po' meno per alcuni brani della colonna sonora ammorbanti e sbiascicati; evidentemente risentono dell' alta gradazione alcolica, il vero "tappeto musicale" del film.
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nino pell.
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domenica 31 maggio 2026
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un road movie fuori da ogni logica programmatica
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Un road movie fuori da ogni logica programmatica che o lo si apprezza o lo si detesta. Due vecchi amici alcoolizzati intraprendono un viaggio senza tempo e senza meta nel bel mezzo della pianura padana per il semplice piacere di estraniarsi dalla realtà razionale della vita coinvolgendo, nel corso delle loro stravaganti uscite soprattutto notturne, un giovane e timido architetto napoletano. A dire il vero un mezzo scopo i due amici ce l'hanno, vale a dire la speranza di rivedere una loro cara conoscenza del passato soprannominata il Genio, un tizio che anni addietro era stato costretto a trasferirsi in Argentina per sfuggire alla cattura della polizia italiana a causa di una frode commessa dalla vendita illegale di occhiali da sole.
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Un road movie fuori da ogni logica programmatica che o lo si apprezza o lo si detesta. Due vecchi amici alcoolizzati intraprendono un viaggio senza tempo e senza meta nel bel mezzo della pianura padana per il semplice piacere di estraniarsi dalla realtà razionale della vita coinvolgendo, nel corso delle loro stravaganti uscite soprattutto notturne, un giovane e timido architetto napoletano. A dire il vero un mezzo scopo i due amici ce l'hanno, vale a dire la speranza di rivedere una loro cara conoscenza del passato soprannominata il Genio, un tizio che anni addietro era stato costretto a trasferirsi in Argentina per sfuggire alla cattura della polizia italiana a causa di una frode commessa dalla vendita illegale di occhiali da sole. E in tale occasione questo tizio aveva accumulato così tanta ricchezza in denaro che, prima di scappare dall'Italia, l'aveva sotterrata all'interno di un grosso baule in un posto segreto, noto solamente a lui. Tra le stravaganze di questo film ad esempio il piacevole episodio caratterizzato dalla furbizia dei tre personaggi nel riuscire ad entrare dentro un ricco casato di proprietà di un conte, spacciandosi per degli ingegneri chiamati a risolvere il problema di come contrastare la costruzione di una strada pubblica che demolirebbe una vasta zona del casato occupata da bellissimi alberi dall'importante valore storico. Ed intanto con la scusa di fingersi ingegneri, i tre amici bevono a sbafo un gustosissimo cocktail di alcolici preparato dal conte. Il film lo si deve vedere come una libidinosa parentesi di libertà e di estraneità dalla realtà da parte dei personaggi protagonisti di questo film dove una volta tanto nella vita appare quasi necessario allontanarsi da un'esistenza fatta, appunto, di logica e di freddi calcoli per cercare un pò di refrigerio anche in cose inutili e frivole. Un pò forse come accadeva nella celebre pellicola "La dolce vita". Ma, preciso subito con il dire, purché si tratti di una parentesi momentanea e quindi passeggera.
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la criticadora de pelicula
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sabato 30 maggio 2026
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in un modo o nell'' alcol
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Il titolo le città di pianura è fuorviante rispetto alla trama e all' andamento del film. Evoca atmosfere sonnolente e monotone, invece si rivela un film on the road e di formazione, originale e ironico. GlI attori sono un' accoppiata vincente: due "pinocchi" cinquantenni che non hanno bisogno di Lucignolo per le proprie avventure balorde, anzi, lungo la via incontreranno proprio il suo opposto: un timido studente alle prime delusioni amorose che cercheranno, in un modo o nell' alcol, di consolare e strappare alla tristezza. Lo spassoso e insolito terzetto condivide un viaggio a piccole tappe, che è soprattutto un viaggio nel tempo e nell' anima, nelle proprie illusioni e disillusioni, dove il non prendersi troppo sul serio, l' autoironia e la capacità di reagire la fanno da padrone.
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Il titolo le città di pianura è fuorviante rispetto alla trama e all' andamento del film. Evoca atmosfere sonnolente e monotone, invece si rivela un film on the road e di formazione, originale e ironico. GlI attori sono un' accoppiata vincente: due "pinocchi" cinquantenni che non hanno bisogno di Lucignolo per le proprie avventure balorde, anzi, lungo la via incontreranno proprio il suo opposto: un timido studente alle prime delusioni amorose che cercheranno, in un modo o nell' alcol, di consolare e strappare alla tristezza. Lo spassoso e insolito terzetto condivide un viaggio a piccole tappe, che è soprattutto un viaggio nel tempo e nell' anima, nelle proprie illusioni e disillusioni, dove il non prendersi troppo sul serio, l' autoironia e la capacità di reagire la fanno da padrone.
Il gelato è uno strepitoso finale aperto ma facilmente intuibile: come la birra analcolica, d'inizio film, sarà un nuovo pretesto per avventurarsi in chissà quale altra storia.
Meritatissimi i David di Donatello soprattutto per attori e per la regia, un po' meno per alcuni brani della colonna sonora ammorbanti e sbiascicati; evidentemente risentono dell' alta gradazione alcolica, il vero "tappeto musicale" del film.
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mauridal
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domenica 31 maggio 2026
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una ultima ombrina
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Quando un film esprime l’anima antropologica di una terra e ne fa un racconto controverso
In Veneto, anzi a Venezia, una bevuta alcolica viene detta “un’ombra”. Nel film i protagonisti sono infatti due “ombre”, sia nel senso di due beoni incalliti, sia in senso umano e morale: due uomini ormai ridotti a ombre di sé stessi, anziani senza occupazione, truffaldini e perdigiorno, che vivono nella pianura del Triveneto spostandosi su una vecchia auto tra bar, locande e locali notturni.
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Quando un film esprime l’anima antropologica di una terra e ne fa un racconto controverso
In Veneto, anzi a Venezia, una bevuta alcolica viene detta “un’ombra”. Nel film i protagonisti sono infatti due “ombre”, sia nel senso di due beoni incalliti, sia in senso umano e morale: due uomini ormai ridotti a ombre di sé stessi, anziani senza occupazione, truffaldini e perdigiorno, che vivono nella pianura del Triveneto spostandosi su una vecchia auto tra bar, locande e locali notturni. Vivono alla deriva, tra una bevuta e l’altra, ricordando gli amici operai di una fabbrica di occhiali e un intero territorio di pianure e paesi rurali, con tradizioni e persone ormai scomparsi o profondamente cambiati. Il territorio rappresentato nel film è una vasta zona del Triveneto, fatta di pianure e città desolate. Una rappresentazione che forse non rende pienamente giustizia alla presenza di tanta gente laboriosa e onesta; ma, come è accaduto anche in molte zone del Meridione italiano, spesso pochi cattivi personaggi finiscono per segnare nell’immaginario il carattere di un’intera comunità. Il regista, originario del Veneto, conosce bene la storia della regione e della sua gente e ha voluto raccontare le vicende di questi due compari che sopravvivono grazie alle ombre, ai cicchetti e ai ricordi, siano essi tristi o allegri. Una vicenda dunque radicata in un dialetto e in un territorio di pianura. A rendere però la storia più interessante, in un discorso su un Paese che cerca di essere unito pur nella diversità delle sue culture, interviene un terzo personaggio: il giovane Giulio, studente di Architettura, napoletano, in visita a Verona per la festa di laurea di un’amica e poi a Venezia per motivi di studio. Notato dai due compari, che lo vedono timido e fuori luogo, Giulio viene quasi costretto a seguirli nelle loro bevute e nei loro giri per tutta la provincia, con lo scopo di distrarlo dalla ragazza che lo aveva salutato con un ambiguo: “Ci vediamo un’altra volta”. Alla sua risposta — “Non esiste un’altra volta” — segue l’accettazione di questa nuova esperienza di vita, quasi una ricerca imprevista di libertà.Il film assume così la forma del road movie, con i tre personaggi che, parlando e scherzando, attraversano di giorno e di notte le strade della provincia veneta, fermandosi per bere e consumare cibo in una sorta di viaggio senza meta. Intanto Giulio non è disposto a seguire i due ovunque e comunque. A differenza loro, è colto, conosce le opere d’arte e i luoghi più significativi del Veneto, e li conduce a visitare ville, monumenti e siti che i due, immersi nella sola dimensione conviviale delle bevute, ignoravano del tutto.Uno di questi luoghi è la Tomba Brion, capolavoro di Carlo Scarpa. Giulio, giovane studioso, ne conosce la storia e, spiegandola ai due compagni di viaggio, mostra loro un altro volto della loro terra veneta e insieme la distanza culturale che può esistere tra persone dello stesso territorio.I due, tuttavia, sono animati da tutt’altro obiettivo: incontrare un loro vecchio compare, detto Genio, rientrato in Italia dopo una fuga in Argentina dovuta a vicende di truffa. Ed è proprio nel tentativo di andarlo a prendere all’aeroporto che, sbagliando strada, si trovano a Venezia, dove incontrano Giulio e danno inizio al viaggio. La storia prosegue con l’incontro casuale con Genio, che cerca invano dei soldi nascosti sotto casa sua prima della fuga. Non trovandoli, si separa dagli altri con un saluto che ha il sapore dell’ennesima occasione perduta.Il viaggio dei tre prosegue finché Giulio, esaurita questa parentesi come esperienza alternativa di vita, decide di tornare ai suoi studi e contatta nuovamente l’amica di Verona, di cui è innamorato, per raggiungerla.Il finale mostra, prima dell’ultima bevuta, l’ultimo viaggio in macchina dei due compari che accompagnano Giulio alla stazione, salutandolo con l’affetto malinconico riservato a chi, pur per poco, è diventato parte della propria esistenza. Nell’ultima scena Giulio parte in treno, mentre i due, in auto, seguono il convoglio per un tratto, salutandolo con urla e gesti verso il finestrino. Un film che racconta i luoghi del Veneto usando come pretesto le vicende umane di due personaggi eccentrici e marginali, affiancati da Giulio che, pur essendo un giovane studioso napoletano, appare pienamente consapevole di sé e dei luoghi che attraversa. Una scelta originale e insolita da parte del bellunese Sossai per raccontare persone e territori. Ottime le interpretazioni di Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla nei ruoli dei due compari beoni; particolarmente bravo Filippo Scotti nel ruolo di Giulio. Da segnalare anche il cameo di Andrea Pennacchi nei panni di Genio. (Mauridal)
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marina grasso
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domenica 31 maggio 2026
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un viaggio di iniziazione e redenzione
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Un incontro fortuito tra due vecchi amici alcolizzati del profondo Nord-est italiano, il Veneto della pianura Padana del titolo, sempre alla ricerca dell'ultimo bicchiere, e un brillante studente di architettura inesperto di vita e d'amore, porta all'iniziazione di quest'ultimo alla Vita adulta dei "maschi", ma alla fine, si trasforma in un viaggio di redenzione dei due uomini più grandi e ormai persi, grazie all'intelligenza, cultura, preparazione e gusto dell'inesperto studente che fa scoprire ai suoi compagni di viaggio, il senso dello studio (la soluzione al problema del Conte dello scempiodi un parco cinquecentesco per costruire un'autostrada che non porta da nessuna parte nella), la forza dell'educazione (la donna che li accoglie grazie alla gentilezza del ragazzo), la bellezza e la spiritualità mediante la Tomba di Brion di Carlo Scarpa e la semplice bontà di un gelato.
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Un incontro fortuito tra due vecchi amici alcolizzati del profondo Nord-est italiano, il Veneto della pianura Padana del titolo, sempre alla ricerca dell'ultimo bicchiere, e un brillante studente di architettura inesperto di vita e d'amore, porta all'iniziazione di quest'ultimo alla Vita adulta dei "maschi", ma alla fine, si trasforma in un viaggio di redenzione dei due uomini più grandi e ormai persi, grazie all'intelligenza, cultura, preparazione e gusto dell'inesperto studente che fa scoprire ai suoi compagni di viaggio, il senso dello studio (la soluzione al problema del Conte dello scempiodi un parco cinquecentesco per costruire un'autostrada che non porta da nessuna parte nella), la forza dell'educazione (la donna che li accoglie grazie alla gentilezza del ragazzo), la bellezza e la spiritualità mediante la Tomba di Brion di Carlo Scarpa e la semplice bontà di un gelato.
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felicity
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domenica 14 giugno 2026
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in giro per il veneto senza una meta
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Le città di pianura non è una commedia in senso tradizionale, ma si ride.
Non è il classico film italiano in cui i personaggi si spostano dal nord al sud, ma si viaggia molto. Non è un film d’autore, ma è anche chiaro che c'è un’idea di cosa possa essere un film italiano che non corrisponde a niente di quello che solitamente si vede.
Le città di pianura è una piacevole stranezza, un film moderatamente fuori dai canoni che fa cinema come pare a lui e racconta qualcosa che evidentemente conosce benissimo: il nord-est italiano come mood e stile di vita.
La forza di Le città di pianura è che, mentre fa il lavoro tipico del cinema italiano (agitare dei personaggi in primo piano per raccontare lo sfondo), apre continuamente trame nuove e storie che non saranno mai chiuse né andranno da alcuna parte.
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Le città di pianura non è una commedia in senso tradizionale, ma si ride.
Non è il classico film italiano in cui i personaggi si spostano dal nord al sud, ma si viaggia molto. Non è un film d’autore, ma è anche chiaro che c'è un’idea di cosa possa essere un film italiano che non corrisponde a niente di quello che solitamente si vede.
Le città di pianura è una piacevole stranezza, un film moderatamente fuori dai canoni che fa cinema come pare a lui e racconta qualcosa che evidentemente conosce benissimo: il nord-est italiano come mood e stile di vita.
La forza di Le città di pianura è che, mentre fa il lavoro tipico del cinema italiano (agitare dei personaggi in primo piano per raccontare lo sfondo), apre continuamente trame nuove e storie che non saranno mai chiuse né andranno da alcuna parte. Sempre più esilaranti.
È un caos narrativo bellissimo e mai fastidioso, alimentato dall’alcol non per stordirsi, ma per tenere uno stile di vita piacevolmente alterato, leggero e soffice. Il tanto che basta per non tornare mai sobri.
Certo, sono stereotipi, anzi sono l’estremizzazione di quello che tutta l’Italia immagina essere il Veneto profondo, ma non importa, perché sono così paradigmatici di un modo di intendere la vita e i rapporti che va bene. Anche perché Sossai ha l’intelligenza di non farci ridere solo di loro, ma farci ridere di loro con loro. Non siamo spettatori che stanno fuori dalla storia, siamo semmai noi coinvolti in questo giretto, contagiati dai protagonisti.
Ce ne accorgiamo quando, alla fine, un saluto fatto seguendo con l’auto un treno che per un tratto passa accanto alla strada è al tempo stesso stupidissimo e ridicolo, ma anche emotivamente sincerissimo. Abbiamo smesso di guardarli con diffidenza e abbiamo cominciato a capirli.
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zeldafitzgerald72@gmail.com
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martedì 2 giugno 2026
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architetture interiori.
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C'è chi è deluso, chi non ha capitoo come può un film del genere vincere tutti questi premi, chi addirittura disgustato.
Non dobbiamo parteggiare necessariamente con i protagonisti, al cinema. Ci possono risultare pure sgradevoli, anticapitici, repellenti o come ho letto spesso, inutili. Non dobbiamo obbligarci ad immedesimarci, tantomeno il regista deve addomesticare la sua visione per compiacere. Poi, definire dei personaggi Innutili solo perché perditempo ed ubriaconi? Suvvia, nella vita non esistono solo i supereroi perfetti ed invincibili e in questo Carlobianchi e Dori ci aiutano a capire. La nostra società ci vuole ultraperformanti, con poco spazio per l'immaginazione, e da dove può venire mai l'immaginazione? Dal tempo che non utilizziamo nel dover fare.
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C'è chi è deluso, chi non ha capitoo come può un film del genere vincere tutti questi premi, chi addirittura disgustato.
Non dobbiamo parteggiare necessariamente con i protagonisti, al cinema. Ci possono risultare pure sgradevoli, anticapitici, repellenti o come ho letto spesso, inutili. Non dobbiamo obbligarci ad immedesimarci, tantomeno il regista deve addomesticare la sua visione per compiacere. Poi, definire dei personaggi Innutili solo perché perditempo ed ubriaconi? Suvvia, nella vita non esistono solo i supereroi perfetti ed invincibili e in questo Carlobianchi e Dori ci aiutano a capire. La nostra società ci vuole ultraperformanti, con poco spazio per l'immaginazione, e da dove può venire mai l'immaginazione? Dal tempo che non utilizziamo nel dover fare. Gli psicologi sono allamarti, l'uso dell'immaginazione è sempre meno e di minore qualità, Questa società ci allena ad essere macchine produttive perfette, senza troppi grilli per la testa e alienati. L' alienazione dell'operaio davanti alla slot machine, con addosso il suo ipocrita regalo da parte del patron della fabbrica, dove ha buttato il suo tempo migliore è uno dei fulcri del film. Il tempo, l'alleato più prezioso, gli è sfuggito di mano e il simbolo dello scorrere del tempo è un nutile e costosissimo regalo. Quel tempo non potrà mai essere ricmomprato. Capobianchi e Dori questo lo sanno e ne fanno un uso e un abuso, cosi come delle sostanze alcooliche. Rincorrono una giovinezza picaresca, di cui sono testimoni delle ardite imprese di un erore di provincia, loro amico, Genio. I riferimenti alla commedia alta italiana sono tanti, tra cui Amici Miei e il Sorpasso, e ccme questi capolavori ci mostra il nervo scoperto della nostra realtà, devastata da un capitalismo che ha sembrato la provinca e sembra non volersi fermare, con la costruzione di una ipotetica autostrada che parte da Lisbona e arriva a Budapest, passando per Treviso. Filippo Scotti è come sempre accorto, timido, profondo e offre un po' di gioventù ai due amici, creando un improbabile, ma riuscitissimo trio. A fare da scenografia, c'è l'architettura rincorosa per tutto il film del geniale Carlo Scarpa, che fa da palscoscenico a una storia scanzonata, coraggiosa, malinconica e profonda.
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jonnylogan
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giovedì 15 gennaio 2026
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da bere di un fiato
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Film inizialmente presentato al Festival di Cannes 2025, nella sezione Un Certain Regarde, e successivamente e inizialmente disponibile in sala negli stessi luoghi che fanno da cornice viva alle peregrinazioni dei tre protagonisti e girovaghi. Ovvero quell'operoso nord-est motore del paese, osservato da una prospettiva diversa, quella dell'emarginazione e della solitudine, ancor meglio se notturna. Un’emarginazione di chi ha deciso di fuggire: in primis “Il Genio” dipinto dal solito ottimo Andrea Pennacchi, è rappresentativo di coloro che hanno preferito migrare per evitare ulteriori spiacevoli sorprese, cercando di lasciarsi alle spalle una vita che velocemente ha transitato dalla ruralità alla vita di fabbrica e dalla crisi economica.
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Film inizialmente presentato al Festival di Cannes 2025, nella sezione Un Certain Regarde, e successivamente e inizialmente disponibile in sala negli stessi luoghi che fanno da cornice viva alle peregrinazioni dei tre protagonisti e girovaghi. Ovvero quell'operoso nord-est motore del paese, osservato da una prospettiva diversa, quella dell'emarginazione e della solitudine, ancor meglio se notturna. Un’emarginazione di chi ha deciso di fuggire: in primis “Il Genio” dipinto dal solito ottimo Andrea Pennacchi, è rappresentativo di coloro che hanno preferito migrare per evitare ulteriori spiacevoli sorprese, cercando di lasciarsi alle spalle una vita che velocemente ha transitato dalla ruralità alla vita di fabbrica e dalla crisi economica. Successivamente quella tratteggiata dalle zone agricole trasformate in aree industriali che hanno reso celebre, e celebrato, il Veneto visto attraverso le narrazioni di due amici, due sconfitti dalla vita che, al contrario del Genio, hanno preferito rimanere e rovinarsi vivendo di espedienti saltuari con l’aggiunta di troppo alcool. La loro storia personale è progressivamente narrata a un giovane studente di architettura incontrato lungo la strada; il ventiseienne e irriconoscibile Filippo Scotti, noto al pubblico come co-protagonista di È stata la mano di Dio (id.; 2021) di Paolo Sorrentino, per il quale vinse il premio Marcello Mastroianni al Festival di Venezia 2021; con il quale i due amici cinquantenni hanno un legame favorito dalla ricerca del bicchiere della staffa definitivo. Un bicchiere che ovviamente non arriva mai, portando i tre a muoversi in un territorio noto a CarloBianchi, scritto e pronunciato tutto attaccato, interpretato dal Bresciano Sergio Romano; e da Doriano, il cantautore e bassista Pierpaolo Capovilla, alla sua seconda incursione sul grande schermo dopo I Primi della Lista (id.; 2011) di Roan Johnson. Ideali per dare voce a un nord più marginale, sgangherato, e anche tristemente più vero.
A tutti gli effetti l’opera prima del regista Francesco Sossai, il suo esordio del 2021, Altri Cannibali (id.; 2021), rappresentava il compito di fine corso presso la Deutsche Film- und Fernsehakademie di Berlino, ovvero l’accademia del cinema che produsse la pellicola; diventa uno spaccato crudo e convincente di cosa significhi l’emarginazione in luoghi operosi. Attraverso un road movie alcolico pieno di disincanto e incontri con personaggi altrettanto surreali, esattamente come i tre protagonisti. Incontri sottolineati dalle esperienze di ognuno dei tre. Attraversando una regione che così non si era probabilmente mai vista e osservata. Vero fiore all’occhiello della scorsa stagione cinematografica, perfetto anche per i non avvinazzati.
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marcodirani
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sabato 18 ottobre 2025
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l''ultimo bicchiere nell''architettura dell''oblio
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film di rara e necessaria malinconia che si solleva dal 99% della produzione nazionale, imponendosi come un saggio cinematografico sulla condizione esistenziale contemporanea.
Il film è costruito su una stratificazione magistrale di tre sguardi, che tessono la vera e complessa grammatica del racconto:Lo Sguardo ebbro ma del Disincanto (Carlobianchi e Doriano): L'ebbrezza dei due compari non è mai cialtroneria scanzonata, ma la lucida, dolente consapevolezza di chi abita le macerie di un tempo finito. La loro deriva girovaga è una forma di resistenza nichilista. Il dialogo con il turista tedesco, che vorrebbe vedere l'Italia prima che gli italiani la distruggono interrotto dal lapidario "È tardi," ne è l'epitaffio: dietro la sbronza si cela la tragica accettazione del collasso.
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film di rara e necessaria malinconia che si solleva dal 99% della produzione nazionale, imponendosi come un saggio cinematografico sulla condizione esistenziale contemporanea.
Il film è costruito su una stratificazione magistrale di tre sguardi, che tessono la vera e complessa grammatica del racconto:Lo Sguardo ebbro ma del Disincanto (Carlobianchi e Doriano): L'ebbrezza dei due compari non è mai cialtroneria scanzonata, ma la lucida, dolente consapevolezza di chi abita le macerie di un tempo finito. La loro deriva girovaga è una forma di resistenza nichilista. Il dialogo con il turista tedesco, che vorrebbe vedere l'Italia prima che gli italiani la distruggono interrotto dal lapidario "È tardi," ne è l'epitaffio: dietro la sbronza si cela la tragica accettazione del collasso.Lo Sguardo Ermetico della Ricerca (Giulio): Lo studente di architettura è l'elemento "lucido" ma ritroso, che inizialmente osserva l'abbandono senza aderirvi. Il suo progressivo cedere all'ebbrezza – intesa come abbandono all'esistenza fluida – non è una resa, ma la ricerca di una bellezza residuale. L'eco della grande arte, in particolare il rigore formale di Carlo Scarpa, emerge come unica possibile via di fuga estetica in un mondo che ha rinunciato alla forma. Lo Sguardo Crudo del Territorio (Il Protagonista Silente): La vera e inesorabile soggettività del film è il paesaggio stesso. Sossai ci espone alla cruda realtà di un territorio divenuto alieno e irriconoscibile: la pianura veneta, ma ormai tutta la Padania è qui un palinsesto devastato da infrastrutture, capannoni e villette a schiera. Non è più luogo da "abitare" o "risiedere," ma una superficie da attraversare, da percorrere come nomadi girovaghi.Le città di pianura si rivela così un complesso e amaro road-movie esistenziale, in cui il viaggio non è ricerca, ma constatazione della nostra condizione di esuli in un ambiente che abbiamo irrimediabilmente imbruttito. Un film essenziale.
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