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maxan
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domenica 8 marzo 2026
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imperdibile
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Stupenda sceneggiatura e una definizione dei personaggi al pari di un romanzo.
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riccardo sorrentino
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venerdì 27 febbraio 2026
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belle sorelle, padre assente, finale in ritardo
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Il dialogo bellissimo tra le sorelle, con quella frase memorabile – «la nostra infanzia non è stata uguale perché io avevo te» – arriva troppo tardi, quando il film già sta finendo.
È un peccato, perché quel momento è pura luce: Renate Reinsve (Nora, l’attrice tormentata, fragile, che porta il peso del fallimento paterno come un costume di scena troppo stretto) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes, la sorella stabile, quella che ha costruito una famiglia nonostante tutto) sono sorelle completamente diverse nel fisico (bellissime entrambe per motivi diversi), nel portamento, nella voce, eppure in quell’istante si specchiano con una verità disarmante.
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Il dialogo bellissimo tra le sorelle, con quella frase memorabile – «la nostra infanzia non è stata uguale perché io avevo te» – arriva troppo tardi, quando il film già sta finendo.
È un peccato, perché quel momento è pura luce: Renate Reinsve (Nora, l’attrice tormentata, fragile, che porta il peso del fallimento paterno come un costume di scena troppo stretto) e Inga Ibsdotter Lilleaas (Agnes, la sorella stabile, quella che ha costruito una famiglia nonostante tutto) sono sorelle completamente diverse nel fisico (bellissime entrambe per motivi diversi), nel portamento, nella voce, eppure in quell’istante si specchiano con una verità disarmante. Agnes dice a Nora che è sopravvissuta proprio grazie a lei – ai capelli lavati, alla scuola perché accompagnata, al senso di sicurezza che Nora le dava quando la madre era assente e il padre già svanito. È un rovesciamento struggente: la sorella “rovinata”, quella che si sente incapace di amare, è stata in realtà il salvagente dell’altra. Le due attrici lo rendono con una naturalezza che fa male: non recitano dolore, lo incarnano. È il picco emotivo del film, il nodo che scioglie il groviglio di rimpianti, abbandoni e sensi di colpa. Peccato che arrivi quando lo spettatore ha perso le speranze in un film tanto osannato.
Trier, dopo l’eccellenza di The Worst Person in the World, qui torna al dramma familiare con la consueta eleganza scandinava: inquadrature pulite, luce naturale che filtra dalle finestre della vecchia casa di Oslo (personaggio a sé), dialoghi che sembrano rubati alla vita reale. Gustav (Stellan Skarsgård, monumentale nel suo egoismo gentile) è un regista in disarmo che torna dopo anni di assenza per la morte della ex moglie. Propone a Nora, la figlia maggiore, il ruolo principale nel suo film-testamento: una storia che mescola il suicidio della nonna materna con il trauma familiare. Nora rifiuta; Gustav passa a una star hollywoodiana (Elle Fanning). Le sorelle si ritrovano ad abitare il ritorno del padre, tra rabbia repressa, tentativi di riconciliazione e il peso di un’infanzia sbilanciata.
Il problema strutturale è evidente: Trier spende troppi minuti a costruire l’ambientazione, la casa come metafora del passato ingombrante, le carriere artistiche come schermi contro il dolore. La prima ora è un lento avvicinamento, quasi contemplativo, con inserti sul set del film-nel-film che servono a specchiare il tema arte contro vita. Funziona a tratti – c’è una satira leggera sul cinema contemporaneo, sul ritorno del regista anziano, sul casting come atto di riparazione narcisistica – ma accumula distanza invece di prossimità. Quando finalmente le sorelle si parlano davvero, non da figlie di un padre assente, ma da sorelle che si sono salvate a vicenda, il tempo è scaduto. Il film termina senza dare il giusto spazio a quella rivelazione: è come se Trier avesse paura della catarsi, preferendo lasciare tutto in sospeso, in quel registro di malinconia nordica.
Funziona a metà perché le performance salvano il film dal suo stesso schema. Reinsve è straordinaria: porta Nora con una vulnerabilità che non diventa mai manierismo, un misto di rabbia e desiderio di essere vista. Skarsgård è il padre che tutti temiamo di diventare – carismatico, intellettuale, incapace di chiedere scusa se non attraverso un copione. Lilleaas, meno nota, ruba la scena nel dialogo clou: la sua Agnes è quieta, solida, ma quando parla trema appena, e quel tremore dice tutto.
Trier qui è indulgente, quasi consolatorio, e il finale (che non spoilero) lascia un sapore di riconciliazione troppo soft, come se il cinema bastasse a guarire le ferite.
In sintesi: un film nobile, ben recitato, culturalmente denso, ma zoppicante nella struttura. Parte in punta di piedi e arriva al cuore quando ormai è ora di uscire dalla sala. Due stelle e mezzo perché le sorelle, in quel dialogo finale, meritano di più – e il cinema, quando tocca corde così vere, dovrebbe dar loro il tempo di risuonare. Trier sa farlo, lo ha dimostrato altrove. Qui, per una volta, arriva in ritardo.
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mattia
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mercoledì 25 febbraio 2026
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noia totale
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Riconosco il significato del film.. ma c'è modo e modo di raccontarlo.
Lento.. impacciato... insulso.. occasione persa.
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temat825
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giovedì 19 febbraio 2026
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la magia dell?arte
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Un film sulla magia dell'arte, che opera non solo per gli artisti e i loro familiari ma per qualunque lettore, spettatore, ascoltatore riesca, anche solo per un minuto e illusoriamente, ad esserne curato. Ed è questa magia la grandezza e il mistero dell'arte e degli artisti, giustificandone il ruolo sociale, che come individui spesso non meriterebbero. Il film riesce a trasmettere tutto questo, alla fine di una trama che talvolta sembra portare altrove se non addirittura a nulla. Proprio come la vita.
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alex2044
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lunedì 16 febbraio 2026
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uno dei migliori film di questa stagione
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Uno dei migliori film di questa stagione . Si vede con trasporto e ci si immedesima per comunanza . Il rapporto padre figli , nella società moderna è un problema che non sempre ha degli esiti positivi . Se poi il padre è stato assente per un periodo lungo le cose si complicano .Il succo del film è questo quà . Joachim Trier è riuscito con notevole maestria registica a trattare l'argomento con precisione ma anche con lerggerezza . Gli scontri , anche i più accesi fra le parti , sono naturali e mai plumbei e negativi . Ciascuno tiene ferma la sua posizione ma la ricerca di un accordo è sempre dietro l'angolo . Gli attori sono tutti bravi e credibili anche quelli di contorno.
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Uno dei migliori film di questa stagione . Si vede con trasporto e ci si immedesima per comunanza . Il rapporto padre figli , nella società moderna è un problema che non sempre ha degli esiti positivi . Se poi il padre è stato assente per un periodo lungo le cose si complicano .Il succo del film è questo quà . Joachim Trier è riuscito con notevole maestria registica a trattare l'argomento con precisione ma anche con lerggerezza . Gli scontri , anche i più accesi fra le parti , sono naturali e mai plumbei e negativi . Ciascuno tiene ferma la sua posizione ma la ricerca di un accordo è sempre dietro l'angolo . Gli attori sono tutti bravi e credibili anche quelli di contorno. . I protagonisti Renate Reinsve e Stellan Skarsgard sono più che bravi , intensi , empatici per le loro sofferenze che coinvolgono sentimentalmente anche lo spettatore più restio .Fra le scene più iconiche mi piace ricordare quella che si svolge al tramonto sulla spiaggia di Deauville che è sede di un celebre festival cinematografico e che ha risvegliatio in me il ricordo di un viaggio su questa splendida costa . Con un di più che a pochi chilometri vi è la altrettanto meravigliosa Cabourg con il suo Grand Hotel e la sua terrazza sul mare . Dove ha soggiornato Marcel Proust e dove vi ha scritto parti del suo capolavoro ," Alla ricerca del tempo perduto" . A questo punto , dato che in questo libro si parla di famiglia e dei rapporti all'interno della stessa mi è venuta un' idea forse bislacca , il regista ha sentito l'influsso di questo capolavoro ?
Per teminare sono uscito dal cinema contento , bene molto bene , il cinema continua ad essere un' ottima idea per passare due ore intelligenti e piacevoli .
Aggiungo,: auguro a Trier ed ai suoi attori di ricevere qualche premio importante se lo meritano !
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keope
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lunedì 16 febbraio 2026
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noioso
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Che noia! La storia ? carina, ma c'? mezz'ora di troppo e ritmo zero. Fatevi 3 caff
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nino pellino
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lunedì 9 febbraio 2026
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l''arte vista come specchio della vita
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Gustav, un anziano regista che da circa 15 anni ha perso l'ispirazione nel dirigere un nuovo film, ritorna nella casa dove abitano le sue due figlie, Nora e Agnes, in occasione della celebrazione del funerale della sua ex moglie dalla quale aveva divorziato anni addietro a causa di contrasti caratteriali e diverbi vari. Le due figlie però da anni nutrono un forte senso di rimorso nei confronti del loro padre causato dal fatto che egli, andandosene via, le ha abbandonate quando erano ancora delle ragazzine e le ha costrette pertanto a crescere sotto la tutela della sola madre e senza un autorevole appoggio familiare.
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Gustav, un anziano regista che da circa 15 anni ha perso l'ispirazione nel dirigere un nuovo film, ritorna nella casa dove abitano le sue due figlie, Nora e Agnes, in occasione della celebrazione del funerale della sua ex moglie dalla quale aveva divorziato anni addietro a causa di contrasti caratteriali e diverbi vari. Le due figlie però da anni nutrono un forte senso di rimorso nei confronti del loro padre causato dal fatto che egli, andandosene via, le ha abbandonate quando erano ancora delle ragazzine e le ha costrette pertanto a crescere sotto la tutela della sola madre e senza un autorevole appoggio familiare. Nora è un'attrice di teatro che soffre di un particolare senso di insicurezza e di emotività, determinato sicuramente dalla sua non facile situazione familiare vissuta. Nora inoltre vive una storia d'amore con un uomo già sposato che però non la fa sentire veramente realizzata da un punto di vista affettivo; in lei aleggia sempre un sottile senso di vuoto e il ritorno del padre costituisce un ulteriore motivo di rammarico e di disagio in quanto non si è mai sentita veramente capita da quest'ultimo. Agnes invece è una donna sposata e con un figlio che dimostra invece di avere un carattere più risoluto ma non per questo meno riflessivo della sorella. Ad un certo punto Gustav propone alla figlia Nora di partecipare alla stesura del suo nuovo film come protagonista principale in quanto si tratta di una pellicola alla quale il regista ci tiene tantissimo in considerazione del fatto che una parte della trama riflette la storia della propria madre, morta suicida ancora in giovane età. Nora ovviamente rifiuta categoricamente e costringe pertanto il regista a chiamare per la parte principale una nota attrice di successo. Ma dopo vari provini, la famosa attrice Rachel Kemp si rende conto che, nonostante la sua particolare bravura nella recitazione, non si sente adeguata a coprire un ruolo così importante per una storia che riflette in maniera evidente il vissuto pesonale del regista. Successivamente Agnes legge quasi per caso il copione del film e, capendone il valore, spinge sua sorella a fare altrettanto. Ed è solo così che Nora immedesimandosi ed accettando finalmente il ruolo offertole dal padre, riconosce nella sofferente protagonista della storia non solo la madre di Gustav ma anche se stessa, i suoi pensieri più intimi e le sue paure più costanti e comprenderà che, attraverso la potenza dell'arte, il padre in realtà non è mai stato così lontano da lei come invece ha sempre creduto che fosse. Film molto bello ed introspettivo.
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cardclau
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domenica 8 febbraio 2026
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il mosaico della solitudine
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Il film Sentimental value di Joachim Trier affronta un tema del quale gli scandinavi sembrano un po’ carenti: da quanto, nei rapporti umani di tipo affettivo, riescono a sentirsi, a percepirsi, nella testa dell’altro, e di conseguenza alieni da una visione depressiva (perfino suicidaria) della vita. Ma la linea che unisce libertà individuale alla condivisione con l’altro non riesce a trovare un punto ragionevole di equilibrio, mostrandosi invece pericolosamente spostato verso la prima. Si tratta, nella sua essenza, di una elaborazione di un lutto che mi fa venire in mente il film Mr. Ove (En man som heter Ove) diretto da Hannes Holm dove la redenzione avviene mediante l’intima relazione con l’iraniana Parvaneh e delle due figlie, Sepideh e Nasanin, ma non con la psicologa.
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Il film Sentimental value di Joachim Trier affronta un tema del quale gli scandinavi sembrano un po’ carenti: da quanto, nei rapporti umani di tipo affettivo, riescono a sentirsi, a percepirsi, nella testa dell’altro, e di conseguenza alieni da una visione depressiva (perfino suicidaria) della vita. Ma la linea che unisce libertà individuale alla condivisione con l’altro non riesce a trovare un punto ragionevole di equilibrio, mostrandosi invece pericolosamente spostato verso la prima. Si tratta, nella sua essenza, di una elaborazione di un lutto che mi fa venire in mente il film Mr. Ove (En man som heter Ove) diretto da Hannes Holm dove la redenzione avviene mediante l’intima relazione con l’iraniana Parvaneh e delle due figlie, Sepideh e Nasanin, ma non con la psicologa. Come il regista cerca di affrontare l’argomento? Similmente ai sogni che vengono vissuti come lo svolgimento di una storia, ma che in realtà sono una sequenza, apparentemente disordinata, di tasselli di un mosaico che hanno solo un punto in comune, la manifestazione dell’inconscio. Così il film si presenta come la sequenza di quadri in cui gli affetti sembrano inclusi all’interno di una cornice, forse rigida, non mitigata dall’iraniana (lo staniero), tasselli di un mosaico scanditi da pause, che hanno la solitudine come punto in comune, gli uni con gli altri. Finale un po’ sdolcinato alla “voemose bene”, ma dove l’opulenza non riesce a sostituire l’amore.
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elfriede prinnegg
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giovedì 5 febbraio 2026
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sentimentale value
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Film troppo lento e pesante. Non si vede l?ora che finisca,
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gabriella
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martedì 3 febbraio 2026
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contrasti visivi ed emotivi in una luce nordica
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Ultimamente il cinema sembra ossessionato dalla figura di padri assenti, difficili, " Paternal leave" " Jay Kelly", o il recente " father mother, sister and brother", però c’è una cultura nel Nord Europa , forse legata al clima, alla solitudine, che favorisce una certa introspezione, l’ attenzione si concentra sulla parola, sullo sguardo, sul silenzio, dove il cinema rappresenta l’unico spazio in cui far esplodere il sottobosco emotivo che viene tenuto nascosto. I film di Joachin Trier, ricordate “La persona peggiore del mondo”? vibrano sempre di un’energia nervosa e malinconica di chi deve trovare il suo posto nel mondo, ma in “Sentimental value” affronta e accetta una verità più difficile, che noi siamo esattamente il risultato delle storie con relativi fallimenti di chi ci ha preceduto.
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Ultimamente il cinema sembra ossessionato dalla figura di padri assenti, difficili, " Paternal leave" " Jay Kelly", o il recente " father mother, sister and brother", però c’è una cultura nel Nord Europa , forse legata al clima, alla solitudine, che favorisce una certa introspezione, l’ attenzione si concentra sulla parola, sullo sguardo, sul silenzio, dove il cinema rappresenta l’unico spazio in cui far esplodere il sottobosco emotivo che viene tenuto nascosto. I film di Joachin Trier, ricordate “La persona peggiore del mondo”? vibrano sempre di un’energia nervosa e malinconica di chi deve trovare il suo posto nel mondo, ma in “Sentimental value” affronta e accetta una verità più difficile, che noi siamo esattamente il risultato delle storie con relativi fallimenti di chi ci ha preceduto. Nora e Agnes sono due sorelle, si ritrovano nella casa in cui sono nate ( la casa , protagonista silenziosa), per il funerale della madre, al quale partecipa anche Gustav, il padre, dopo avere abbandonato la famiglia molti anni prima. Gustav è stato un famoso regista, assente dallo schermo da 15 anni e adesso riappare sulla scena con una sceneggiatura e vorrebbe affidare la parte principale alla figlia Nora ( strepitosa Renate Reinsve), famosa attrice di teatro, che però rifiuta. Quello che appare come un maldestro tentativo di riconciliazione, riapre invece il rapporto padre figli sull’ambiguità del perdono e la difficoltà di risanare legami spezzati da anni di egocentrismo. Ma se per Gustav l’offerta rappresenta l’unico modo per essere di nuovo padre, per Nora accettare il ruolo significherebbe permettere al padre di dirigerla, confondendo il confine professionale con il trauma privato, Padre e figlia sono entrambi artisti, ma mentre Nora è attrice di teatro, nonostante soffra di una forma paralizzante di ansia da palcoscenico ( potente la scena iniziale), luogo dove il rischio è vivo , presente, recitare per lei è una forma di sopravvivenza, il padre non ama il teatro, per lui l’arte è luce, ombre catturate in pellicola, ha bisogno di una distanza di sicurezza, il cinema non richiede una presenza immediata , dalla quale lui come marito e padre è sempre fuggito. L’arrivo di Rachel giovane promessa del cinema americano, ( Elle Fanning), sembra la sostituta perfetta, lei ammira Gustav come regista, ne ammira il genio senza conoscerne le colpe private, cerca il ruolo che la consacri come attrice, non possiede il risentimento di Nora, ma nemmeno le sue cicatrici, e capisce di trovarsi non su un set, ma su un territorio privato. Sarà Agnes, la sorella minore a convincere Nora ad accettare il ruolo, comprendendo che se non lo farà quel dolore rimarrà sempre tossico, l’unica via per la riconciliazione sarà attraverso l’arte. Agnes è quella che ha vissuto il dolore, il lutto in modo più umano e meno artistico e sente che è arrivato il momento di chiudere il cerchio, l’unico modo per congedarsi dalla madre e forse anche dal padre è il film di Gustav con Nora prtagonista, sceglie la strada della riconciliazione possibile, anziché il conflitto eterno, una fragile riconnessione, così finalmente quel vuoto diventa spazio vuoto da abitare. C’è una forma di accettazione che non è rinuncia, ma scelta consapevole di esistere nonostante. Il regista norvegese è un chirurgo dell’anima, riesce a farci sentire connessi ai personaggi attraverso la complessità e la vulnerabilità di essi, non ci sentiamo i soli di fronte al vuoto, ma accompagnati con quella lentezza che è il respiro della storia.
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