Nella complessità dell’essere umano, in assenza di un dispositivo che comprenda la nostra espressività, il cinema ha la qualità di dare al regista la possibilità di creare dei personaggi da lui conosciuti profondamente. Permette loro di mostrarsi e scoprirsi nel corpo dell’attore, e farci esplorare le origini di un carattere, e il suo modo di relazionarsi. Su cosa ci basiamo quando diamo peso a una relazione?
Quando si tratta di quella familiare, sulla carta, dovrebbe essere la più facile di tutte, perché un legame così stretto ci dice che non c’è motivo per non essere vicini, e invece sappiamo tutti che sia quella più complicata.
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Nella complessità dell’essere umano, in assenza di un dispositivo che comprenda la nostra espressività, il cinema ha la qualità di dare al regista la possibilità di creare dei personaggi da lui conosciuti profondamente. Permette loro di mostrarsi e scoprirsi nel corpo dell’attore, e farci esplorare le origini di un carattere, e il suo modo di relazionarsi. Su cosa ci basiamo quando diamo peso a una relazione?
Quando si tratta di quella familiare, sulla carta, dovrebbe essere la più facile di tutte, perché un legame così stretto ci dice che non c’è motivo per non essere vicini, e invece sappiamo tutti che sia quella più complicata. E crescendo, qualunque sia il tipo di rapporto, si inizia ad avvicinarsi all’età del genitore, quando ci stava crescendo, e ci si chiede se, a quel rapporto, si sia dato il giusto valore. Sentimental Value esplora proprio questa tematica. Un padre, regista di professione, ha cresciuto due bambine in una splendida casa. Questa casa però, così come ogni relazione, non vive della sola estetica, ma di ciò che vi succede al suo interno, e tra un litigio e l’altro, il padre lascerà le bambine sole con la madre, per dedicarsi alla sua carriera cinematografica. La più grande, diventerà un’attrice di teatro, la più piccola ha messo su famiglia. In seguito alla morte della madre, il padre proverà a riavvicinarglisi, ormai adulte, ma senza fare dei passi indietro sul suo modo di dimostrare la sua affettività. Proverà a far capire loro come il suo mondo sia l’arte, senza mai usare le parole. Nonostante i suoi figli siano la cosa più bella che gli sia capitata, in qualche modo per lui vivono in ciò che fa, e nonostante non li conosca tanto bene, una serie di coincidenze lo portano a scrivere un film dove immagina sua figlia maggiore come protagonista, e dove indovina il suo stato emotivo. Il regista riesce con delle pennellate della macchina da presa, a districarsi dolcemente nei drammi irrisolti di questa famiglia, e a ricordarci l’importanza di quello che solo il cinema sa fare: l’attenzione ai dettagli. Lancia la sfida allo spettatore, lo sfida ad entrare nell’anima degli attori da uno schermo televisivo, nella fruizione televisiva. Perché ogni inquadratura è ricca di espressioni, dagli occhi dei protagonisti, alle crepe sui muri, contenuti in cornici di verde e di spiagge spoglie, assimilabili in potenza, solo nel grande schermo. Vi è una scena dove, durante una retrospettiva del padre e regista, Gustav (interpretato ineluttabilmente da Stellan Skarsgård), vediamo un suo vecchio film, in cui una bambina scappa verso un treno dai nazisti insieme ad un ragazzino, lei riesce a salire ma lui viene catturato. Si precipita in carrozza e si siede, ma mentre inizia a muoversi, vede dal finestrino il ragazzo che si divincola tra le guardie. La macchina da presa inizia ad avvicinarsi, a soffermarsi sulla lentezza dell’arrivo delle lacrime, non ha bisogno della frenesia, perché pensata per chi si trova davanti a un grande schermo, nel silenzio e nella condivisione umana della sala, ad osservare con la lente d’ingrandimento la nascita di una storia. Il film indaga proprio questa lentezza delle esplosioni, che solo l’arte drammatica, riesce a donare. E se il teatro è vita, il cinema è riflessione, e durante questi centotrentatré minuti i personaggi riflettono, agiscono sbagliano e ritentano, poi capiscono che stavano cercando la risposta nel luogo sbagliato, e imparano a vedere le cose in un altro modo. Uno dei più grandi doni che abbiamo è proprio il punto di vista, questo film ci ricorda di non perdere la nostra capacità di osservare, la nostra capacità di capire, e di vedere oltre la casa in cui abbiamo abitato, che sia di mattoni o fatta di vene pulsanti che arrivano alla loro origine. Le interpretazioni sono magistrali, non ve ne è una che brilli di meno. La sceneggiatura è profonda e tocca gli argomenti di cui voleva trattare. Ha forse l’unica pecca di non toccarli tutti con un’equa intensità e di dilungarsi in alcuni tratti.
La fotografia è avvolgente e ci racconta questa storia variando nel suo corso, così come variano i colori dei ricordi. Va raffreddandosi nel proseguire del film, ma rimane morbida e profonda come la sensibilità dei protagonisti. La regia è scorrevole e decide di suddividere il film in capitoli con degli stacchi netti. Spazia da inquadrature in movimento a quelle fisse, con una piccola parte dove è puramente alleniana, e dove quindi indaga con leggerezza ciò che vuole mostrarci. Così come fa la musica, che non suona mai ridondante e attinge a vari generi. Tutti i comparti del film esprimono la complessità dei rapporti e dei loro valori, grazie a queste continue variazioni nella forma. Di conseguenza fanno variare anche la nostra comprensione, che ci permette di viaggiare in lungo e in largo dentro di noi. Il regista trova che l’arte come mezzo, abbia la stupenda qualità di trainarci verso i nostri sentimenti. Con la regola fondamentale di dare a essi il giusto peso, e il giusto spazio di librarsi all’esterno di noi, nel giusto equilibrio, per affermare il loro valore.
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