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evanwill
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lunedì 26 gennaio 2026
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thanks!
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I would like to Thanks to the writer, Director, and importantly to the actors. I just got goosebumps babe.
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umberto
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domenica 25 gennaio 2026
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non solo effetti speciali
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AVATAR: FUOCO E CENERE Il terzo capitolo della saga di Avatar, una delle pi? costose e remunerative della storia del cinema, ? un film che ovviamente lascia il segno. Ma se per il precedente capitolo la valutazione veniva alzata quasi esclusivamente dai meravigliosi effetti speciali, stavolta il punto forte ? a livello narrativo. La trama ? intensa, piena di azione e di colpi di scena con effetti visivi spettacolari (aspetto che ormai possiamo considerare quasi normale) e una regia magistrale di James Cameron che fa scivolare via molto bene le 3 ore e 17 minuti di durata. Film che vale la pena vedere, soprattutto per gli appassionati della saga e della fantascienza. Voto: 9,5
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domenica 18 gennaio 2026
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capolavoro
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Bellissimo nonostante la lunga durata ?poi in 3D ? un vero spettacolo
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rosmersholm
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mercoledì 14 gennaio 2026
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hei br?...
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Minuto 1, prima sequenza, i ragazzotti blu e quello rosa arrivano surfando su delle creature marine: "hei brò, che figata..." e si danno il 5 (anzi il 4 visto che hanno 4 dita). In altre parole, Cameron si inventa un'altra galassia, un'altra epoca con dei lungagnoni azzurri che vivono in tutta un'altra dimensione spirituale e questi si comportano esattamente come i classici adolescenti americani? Il tutto in una sceneggiatura che è l'ennesima variazione dei plot scritti col manuale di Sy Field sulla scrivania. Va bene che si debba guardare agli incassi, ma io rifletterei sugli effetti della colonizzazione culturale di cui siamo vittime e che ci porta ad accettare roba del genere.
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Minuto 1, prima sequenza, i ragazzotti blu e quello rosa arrivano surfando su delle creature marine: "hei brò, che figata..." e si danno il 5 (anzi il 4 visto che hanno 4 dita). In altre parole, Cameron si inventa un'altra galassia, un'altra epoca con dei lungagnoni azzurri che vivono in tutta un'altra dimensione spirituale e questi si comportano esattamente come i classici adolescenti americani? Il tutto in una sceneggiatura che è l'ennesima variazione dei plot scritti col manuale di Sy Field sulla scrivania. Va bene che si debba guardare agli incassi, ma io rifletterei sugli effetti della colonizzazione culturale di cui siamo vittime e che ci porta ad accettare roba del genere. Visto peraltro tra schiere di adolescenti muniti di coca cola e popcorn. Va bene cosi?
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eleonora panzeri
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martedì 13 gennaio 2026
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tra record d?incassi e bisogno di spiritualit
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Buon Cammino è l’ultimo film di Checco Zalone e, come ormai accade spesso, ha fatto parlare di sé più per il record d’incassi che per il film in sé. Normalmente aborro questo tipo di narrazione, ma vista la situazione difficile dei cinema oggi – diventati quasi dei panda da tutelare a causa delle mille e duecento piattaforme streaming che spuntano come funghi – devo ammettere che, in fondo, un po’ mi fa anche piacere.
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Buon Cammino è l’ultimo film di Checco Zalone e, come ormai accade spesso, ha fatto parlare di sé più per il record d’incassi che per il film in sé. Normalmente aborro questo tipo di narrazione, ma vista la situazione difficile dei cinema oggi – diventati quasi dei panda da tutelare a causa delle mille e duecento piattaforme streaming che spuntano come funghi – devo ammettere che, in fondo, un po’ mi fa anche piacere. Quale sia la magia di Zalone, sinceramente, non lo so. Però, a differenza di altri comici – come ad esempio Angelo Duro, che trovo pessimo – Zalone è simpatico e riesce davvero a strappare più di un sorriso. De Sica ha detto che lui gioca sul politicamente scorretto, e questo è vero: Zalone gioca con la retorica buonista dei nostri giorni, dove basta un post sui social per rischiare una querela, perché il tabù su qualsiasi cosa è sempre più diffuso. Nella comicità esiste una sorta di licenza di “sparare a zero”, e questo piace al pubblico: viene detto ciò che molti pensano intimamente ma non hanno il coraggio di esprimere. Poi ci sono quelli che lo pensano e lo dicono apertamente. In questo senso, questa comicità riesce ad arrivare un po’ a tutti. Zalone, del resto, si propone sempre come una figura fortemente ignorante ma fondamentalmente buona: un padre, un amico, qualcuno in cui è facile riconoscersi. Rispetto ai suoi film precedenti, probabilmente questo è meno memorabile. Tuttavia mi è piaciuta molto l’idea di usare il Cammino di Santiago come location. Questo pellegrinaggio sta diventando sempre più di moda e forse dovrebbe far riflettere: per molte persone, come la protagonista del film, avere tutto dal punto di vista materiale non basta più. Si sente il bisogno di qualcosa di più semplice, esperienziale, sociale e persino spirituale. Nel complesso, quindi, l’ho trovato un film carino e divertente, che merita di essere guardato.
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pizzato
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giovedì 8 gennaio 2026
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dove sono il fuoco e la cenere?
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Dopo la via della foresta e la via dell?acqua, il titolo del nuovo capitolo sembrava presagire un ulteriore cambio di scenario; nei primi due film la storia era stata infatti pensata e scritta anche in funzione dell?esplorazione dell?universo di Pandora, dei suoi territori e delle popolazioni che vi abitano. A che cosa potevano alludere, dunque, quel ?fuoco? e quella ?cenere?? Forse ad un ecosistema meno rigoglioso e idilliaco rispetto ai precedenti, pi? aspro e inospitale dei boschi Omatikaya e dei mari Metkayina? Forse ad un popolo pi? ostile, incline alla violenza e alla guerra, che si sottrae alla logica manichea della saga, con un rapporto con la natura meno simbiotico di quello delle trib? finora osservate? O forse profetizzavano, quei due sostantivi, un generale innalzamento del livello di distruzione e di morte all?interno di un percorso narrativo che tende inevitabilmente alla resa dei conti finale tra i due mondi in conflitto fin dal primo capitolo? Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla.
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Dopo la via della foresta e la via dell?acqua, il titolo del nuovo capitolo sembrava presagire un ulteriore cambio di scenario; nei primi due film la storia era stata infatti pensata e scritta anche in funzione dell?esplorazione dell?universo di Pandora, dei suoi territori e delle popolazioni che vi abitano. A che cosa potevano alludere, dunque, quel ?fuoco? e quella ?cenere?? Forse ad un ecosistema meno rigoglioso e idilliaco rispetto ai precedenti, pi? aspro e inospitale dei boschi Omatikaya e dei mari Metkayina? Forse ad un popolo pi? ostile, incline alla violenza e alla guerra, che si sottrae alla logica manichea della saga, con un rapporto con la natura meno simbiotico di quello delle trib? finora osservate? O forse profetizzavano, quei due sostantivi, un generale innalzamento del livello di distruzione e di morte all?interno di un percorso narrativo che tende inevitabilmente alla resa dei conti finale tra i due mondi in conflitto fin dal primo capitolo? Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla. Perch? non bastano pochi secondi d?inquadratura su un vulcano attivo e qualche casupola adagiata su un terreno arido e spoglio per soddisfare l?interesse naturalistico e antropologico dello spettatore sistematicamente alimentato dai trailer e dalle anticipazioni fatti circolare negli ultimi mesi. Perch? non ? sufficiente creare un nuovo popolo se poi non se ne indagano a fondo i costumi, se si relega la sua storia a un paio di enigmatiche battute pronunciate dalla sua leader, se lo si riduce a un manipolo di invasati assetati di sangue il cui scopo ? quello di vendicare un non ben specificato torto che la divinit? Eywa avrebbe commesso nei loro confronti. Perch? non servono a niente gli innumerevoli morti ammazzati, fra uomini, Na?vi e creature di Pandora, le frenetiche scene di inseguimento, combattimento e guerra, la schizofrenia delle inquadrature, dei dialoghi e della trama stessa, se poi lo spettatore, bombardato da granate sonar e frecce infuocate, viene privato della possibilit? stessa di elaborare quel senso di devastazione e impotenza che aveva visceralmente sperimentato nei primi due capitoli. In questo senso ?Avatar - Fuoco e cenere? rappresenta un lungo elenco di idee incompiute e occasioni mancate, a partire del suo nuovo villain, la spietata Varang, zaych del popolo dei predoni Mangkwan. I primi due capitoli avevano avuto il pregio di dedicare ampio spazio alla connessione dei Na?vi con la loro natura; nel terzo, al contrario, eccetto un piccolo gioco di prestigio, un fal? rituale e qualche freccia ardente, questo legame rimane solo accennato. Sarebbe invece stato interessante vedere come i Mangkwan declinano il loro Tsaheylu con l?elemento del fuoco e di come quest?ultimo faccia parte del loro ?cerchio della vita?, magari attribuendo alla cenere non solo il valore fisico di residuo finale della distruzione ma anche quello simbolico di purificazione e rinascita. Visto cos? il fuoco finisce per essere un mero strumento di conquista, adorato e agognato nella misura in cui garantisce superiorit? militare. Il colonnello Quaritch intercetta questa ?ossessione?, arma i Mangkwan coi fucili e sfrutta la loro sete di vendetta contro i propri nemici, dando il via ad una sorta di guerra coloniale per procura in cui la potenziale variabile impazzita, Varang, viene al contrario addomesticata e asservita ad un?altra ossessione, stavolta quella del colonnello, ovvero la distruzione della famiglia Sully. La nuova trib?, in sostanza, apporta poco o niente all?universo di Pandora rimanendo confinata al ruolo di mero espediente narrativo e scenografico per complicare i piani dei protagonisti e conferire una qualche elemento di novit?, anche solo cromatica. Ma ? proprio quel senso di novit? che aveva connotato e reso indimenticabile il secondo capitolo, a mancare quasi del tutto in ?Avatar - Fuoco e cenere?. Si esce di sala con la sensazione di aver visto una sorta di combinazione raffazzonata dei primi due film, specialmente quando si scatena l?azione e infuria la guerra. E allora ecco Jake Sully che raduna nuovamente le trib?, la supertecnologica e superaccessoriata RDA che ricade ingenuamente nella trappola, gli Ikran che planano dal cielo sugli elicotteri, gli Skimwing che attaccano dall?acqua, il contrattacco dei ?mercenari? Mangkwan, l?immancabile arrivo salvifico di Eywa che scatena le sue creature contro ?la gente del cielo? ed infine l?eterno duello fra Sully e Quaritch. In poche e semplici parole, la battaglia di ?Avatar? nello scenario marino di ?Avatar - La via dell?acqua?. Risulta quasi paradossale che la parte pi? interessante del film, comprese e soprattutto le scene d?azione, si svolga nel contesto meno ?pandoriano? di tutti, ovvero la citt?-fortezza degli umani: ? in questo scenario urbano futuristico che ha luogo un memorabile duello aereo che vede Neytiri sfuggire dall?inseguimento di Varang e dei suoi predoni. ? in questo passaggio che si consuma anche la rivincita del biologo Ian Garvin che, come per una sorta di contrappasso, semina il panico alla guida di un ipertrofico bulldozer uguale a quelli con cui nei primi due capitoli le forze mercenarie umane avevano spazzato via ampi segmenti di foresta. La stessa esposizione alla pubblica gogna di Jake Sully nella doppia veste di animale feroce e criminale nel braccio della morte avrebbe potuto innescare tutta una serie di riflessioni sulla spettacolarizzazione della guerra, sulla bestializzazione del nemico e sull?ostentazione dello sconfitto, aspetti storicamente connotativi della bellicosa cultura occidentale. Il tutto viene purtroppo vanificato dalla grottesca apparizione di Quaritch e Varang che uniti per mano si prendono gli applausi di un pubblico di inservienti che secondo rigor logico avrebbe dovuto, al contrario, guardarli con sospetto. Viene meno in ?Avatar - Fuoco e cenere? anche la profondit? del legame tra uomini e animali; eccetto il caso di Neytiri e del suo nuovo ikran Sa?ata, le cavalcature muoiono come mosche nell?indifferenza fisica ed emotiva dei loro ?fratelli? Na?vi; Jake Sully diventa al contempo una sorta di beastmaster dei videogame che pu? scegliere in ogni momento tra un campionario di bestie feroci quella pi? utile al proprio scopo. Parallelamente, quasi in un rapporto di proporzionalit? inversa, i Tulkun vanno progressivamente umanizzandosi: parlano coi sottotitoli, tengono consigli, decorano il proprio corpo con orpelli e manufatti. In questo modo l?animale sembra acquistare un?identit? tanto pi? che si avvicina alla socialit? e al linguaggio umano; lontano da essi, diventa un numero, un mezzo, un?arma. Si viene a perdere tutta quella zona grigia in cui ogni creatura conta in quanto tale e possiede un ruolo specifico e una propria ?bestiale? personalit? e unicit?, autentica nella misura in cui differisce per modi di percepire ed agire dall?essere umano o ?umanoide?. ? come se l?intento ecologista di fondo finisse per contorcersi su s? stesso arrivando ad insidiare, se non a scalfire, i suoi fondamenti teorici. Le stesse rivelazioni su Eywa non fanno altro che impoverire il film; non tanto nella trama, dal momento che l?upgrade genetico e biologico di Spider ad opera di Kiri e della manifestazione fungina della divinit?, innesca comunque tutta una serie di processi che conducono ad alcuni momenti di forte tensione emotiva; ? piuttosto il senso dell?ignoto che viene a mancare, quel senso dell?inaccessibile che nutre la curiosit? dello spettatore e che segna i limiti gnoseologici della condizione umana. E sebbene la parabola di Kiri, tendente ineluttabilmente a una condizione di semi-divinit? panteistica, giustifichi a pieno titolo un progressivo e fisiologico disvelamento dei complessi misteri di Pandora, a lasciare perplessi sono tuttavia alcune scelte stilistiche che accompagnano e guidano il viaggio della ?prescelta? verso la Grande Madre Eywa: la corsa ?virtuale? nel bosco sostenuta dalle proiezioni di Tuk e Spider; il profilo (troppo umano) di Eywa che si rivela; il ricongiungimento finale con la madre-clone Grace Augustine all?interno del grande cloud degli antenati; il tutto all?insegna della fretta, dalla necessit? impellente del dover per forza mostrare, spiegare, assecondare lo spettatore, al costo di precipitare nella banalit?, di rinnegare lo spirito stesso della saga. E forse ? proprio questa la cifra di ?Avatar - Fuoco e cenere? un filmone da pi? di tre ore che non sa gestire i tempi, che nella prima parte rimane impantanato su tematiche che pareva gi? aver risolto sul finale del secondo capitolo, per poi accelerare in maniera convulsa come se avvertisse la pressione di dover chiudere un cerchio. Un film che sacrifica la contemplazione e l?attesa sull?altare dell?immediatezza e della frenesia e che forse segna il declino di una saga la cui traiettoria sembra un po? la triste metafora della modernit? e lo specchio dei suoi gusti.
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mercoledì 7 gennaio 2026
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dove sono il fuoco e la cenere?
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Dopo la via della foresta e la via dell?acqua, il titolo del nuovo capitolo sembrava presagire un ulteriore cambio di scenario; nei primi due film la storia era stata infatti pensata e scritta anche in funzione dell?esplorazione dell?universo di Pandora, dei suoi territori e delle popolazioni che vi abitano. A che cosa potevano alludere, dunque, quel ?fuoco? e quella ?cenere?? Forse ad un ecosistema meno rigoglioso e idilliaco rispetto ai precedenti, pi? aspro e inospitale dei boschi Omatikaya e dei mari Metkayina? Forse ad un popolo pi? ostile, incline alla violenza e alla guerra, che si sottrae alla logica manichea della saga, con un rapporto con la natura meno simbiotico di quello delle trib? finora osservate? O forse profetizzavano, quei due sostantivi, un generale innalzamento del livello di distruzione e di morte all?interno di un percorso narrativo che tende inevitabilmente alla resa dei conti finale tra i due mondi in conflitto fin dal primo capitolo? Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla.
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Dopo la via della foresta e la via dell?acqua, il titolo del nuovo capitolo sembrava presagire un ulteriore cambio di scenario; nei primi due film la storia era stata infatti pensata e scritta anche in funzione dell?esplorazione dell?universo di Pandora, dei suoi territori e delle popolazioni che vi abitano. A che cosa potevano alludere, dunque, quel ?fuoco? e quella ?cenere?? Forse ad un ecosistema meno rigoglioso e idilliaco rispetto ai precedenti, pi? aspro e inospitale dei boschi Omatikaya e dei mari Metkayina? Forse ad un popolo pi? ostile, incline alla violenza e alla guerra, che si sottrae alla logica manichea della saga, con un rapporto con la natura meno simbiotico di quello delle trib? finora osservate? O forse profetizzavano, quei due sostantivi, un generale innalzamento del livello di distruzione e di morte all?interno di un percorso narrativo che tende inevitabilmente alla resa dei conti finale tra i due mondi in conflitto fin dal primo capitolo? Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla. Perch? non bastano pochi secondi d?inquadratura su un vulcano attivo e qualche casupola adagiata su un terreno arido e spoglio per soddisfare l?interesse naturalistico e antropologico dello spettatore sistematicamente alimentato dai trailer e dalle anticipazioni fatti circolare negli ultimi mesi. Perch? non ? sufficiente creare un nuovo popolo se poi non se ne indagano a fondo i costumi, se si relega la sua storia a un paio di enigmatiche battute pronunciate dalla sua leader, se lo si riduce a un manipolo di invasati assetati di sangue il cui scopo ? quello di vendicare un non ben specificato torto che la divinit? Eywa avrebbe commesso nei loro confronti. Perch? non servono a niente gli innumerevoli morti ammazzati, fra uomini, Na?vi e creature di Pandora, le frenetiche scene di inseguimento, combattimento e guerra, la schizofrenia delle inquadrature, dei dialoghi e della trama stessa, se poi lo spettatore, bombardato da granate sonar e frecce infuocate, viene privato della possibilit? stessa di elaborare quel senso di devastazione e impotenza che aveva visceralmente sperimentato nei primi due capitoli. In questo senso ?Avatar - Fuoco e cenere? rappresenta un lungo elenco di idee incompiute e occasioni mancate, a partire del suo nuovo villain, la spietata Varang, zaych del popolo dei predoni Mangkwan. I primi due capitoli avevano avuto il pregio di dedicare ampio spazio alla connessione dei Na?vi con la loro natura; nel terzo, al contrario, eccetto un piccolo gioco di prestigio, un fal? rituale e qualche freccia ardente, questo legame rimane solo accennato. Sarebbe invece stato interessante vedere come i Mangkwan declinano il loro Tsaheylu con l?elemento del fuoco e di come quest?ultimo faccia parte del loro ?cerchio della vita?, magari attribuendo alla cenere non solo il valore fisico di residuo finale della distruzione ma anche quello simbolico di purificazione e rinascita. Visto cos? il fuoco finisce per essere un mero strumento di conquista, adorato e agognato nella misura in cui garantisce superiorit? militare. Il colonnello Quaritch intercetta questa ?ossessione?, arma i Mangkwan coi fucili e sfrutta la loro sete di vendetta contro i propri nemici, dando il via ad una sorta di guerra coloniale per procura in cui la potenziale variabile impazzita, Varang, viene al contrario addomesticata e asservita ad un?altra ossessione, stavolta quella del colonnello, ovvero la distruzione della famiglia Sully. La nuova trib?, in sostanza, apporta poco o niente all?universo di Pandora rimanendo confinata al ruolo di mero espediente narrativo e scenografico per complicare i piani dei protagonisti e conferire una qualche elemento di novit?, anche solo cromatica. Ma ? proprio quel senso di novit? che aveva connotato e reso indimenticabile il secondo capitolo, a mancare quasi del tutto in ?Avatar - Fuoco e cenere?. Si esce di sala con la sensazione di aver visto una sorta di combinazione raffazzonata dei primi due film, specialmente quando si scatena l?azione e infuria la guerra. E allora ecco Jake Sully che raduna nuovamente le trib?, la supertecnologica e superaccessoriata RDA che ricade ingenuamente nella trappola, gli Ikran che planano dal cielo sugli elicotteri, gli Skimwing che attaccano dall?acqua, il contrattacco dei ?mercenari? Mangkwan, l?immancabile arrivo salvifico di Eywa che scatena le sue creature contro ?la gente del cielo? ed infine l?eterno duello fra Sully e Quaritch. In poche e semplici parole, la battaglia di ?Avatar? nello scenario marino di ?Avatar - La via dell?acqua?. Risulta quasi paradossale che la parte pi? interessante del film, comprese e soprattutto le scene d?azione, si svolga nel contesto meno ?pandoriano? di tutti, ovvero la citt?-fortezza degli umani: ? in questo scenario urbano futuristico che ha luogo un memorabile duello aereo che vede Neytiri sfuggire dall?inseguimento di Varang e dei suoi predoni. ? in questo passaggio che si consuma anche la rivincita del biologo Ian Garvin che, come per una sorta di contrappasso, semina il panico alla guida di un ipertrofico bulldozer uguale a quelli con cui nei primi due capitoli le forze mercenarie umane avevano spazzato via ampi segmenti di foresta. La stessa esposizione alla pubblica gogna di Jake Sully nella doppia veste di animale feroce e criminale nel braccio della morte avrebbe potuto innescare tutta una serie di riflessioni sulla spettacolarizzazione della guerra, sulla bestializzazione del nemico e sull?ostentazione dello sconfitto, aspetti storicamente connotativi della bellicosa cultura occidentale. Il tutto viene purtroppo vanificato dalla grottesca apparizione di Quaritch e Varang che uniti per mano si prendono gli applausi di un pubblico di inservienti che secondo rigor logico avrebbe dovuto, al contrario, guardarli con sospetto. Viene meno in ?Avatar - Fuoco e cenere? anche la profondit? del legame tra uomini e animali; eccetto il caso di Neytiri e del suo nuovo ikran Sa?ata, le cavalcature muoiono come mosche nell?indifferenza fisica ed emotiva dei loro ?fratelli? Na?vi; Jake Sully diventa al contempo una sorta di beastmaster dei videogame che pu? scegliere in ogni momento tra un campionario di bestie feroci quella pi? utile al proprio scopo. Parallelamente, quasi in un rapporto di proporzionalit? inversa, i Tulkun vanno progressivamente umanizzandosi: parlano coi sottotitoli, tengono consigli, decorano il proprio corpo con orpelli e manufatti. In questo modo l?animale sembra acquistare un?identit? tanto pi? che si avvicina alla socialit? e al linguaggio umano; lontano da essi, diventa un numero, un mezzo, un?arma. Si viene a perdere tutta quella zona grigia in cui ogni creatura conta in quanto tale e possiede un ruolo specifico e una propria ?bestiale? personalit? e unicit?, autentica nella misura in cui differisce per modi di percepire ed agire dall?essere umano o ?umanoide?. ? come se l?intento ecologista di fondo finisse per contorcersi su s? stesso arrivando ad insidiare, se non a scalfire, i suoi fondamenti teorici. Le stesse rivelazioni su Eywa non fanno altro che impoverire il film; non tanto nella trama, dal momento che l?upgrade genetico e biologico di Spider ad opera di Kiri e della manifestazione fungina della divinit?, innesca comunque tutta una serie di processi che conducono ad alcuni momenti di forte tensione emotiva; ? piuttosto il senso dell?ignoto che viene a mancare, quel senso dell?inaccessibile che nutre la curiosit? dello spettatore e che segna i limiti gnoseologici della condizione umana. E sebbene la parabola di Kiri, tendente ineluttabilmente a una condizione di semi-divinit? panteistica, giustifichi a pieno titolo un progressivo e fisiologico disvelamento dei complessi misteri di Pandora, a lasciare perplessi sono tuttavia alcune scelte stilistiche che accompagnano e guidano il viaggio della ?prescelta? verso la Grande Madre Eywa: la corsa ?virtuale? nel bosco sostenuta dalle proiezioni di Tuk e Spider; il profilo (troppo umano) di Eywa che si rivela; il ricongiungimento finale con la madre-clone Grace Augustine all?interno del grande cloud degli antenati; il tutto all?insegna della fretta, dalla necessit? impellente del dover per forza mostrare, spiegare, assecondare lo spettatore, al costo di precipitare nella banalit?, di rinnegare lo spirito stesso della saga. E forse ? proprio questa la cifra di ?Avatar - Fuoco e cenere? un filmone da pi? di tre ore che non sa gestire i tempi, che nella prima parte rimane impantanato su tematiche che pareva gi? aver risolto sul finale del secondo capitolo, per poi accelerare in maniera convulsa come se avvertisse la pressione di dover chiudere un cerchio. Un film che sacrifica la contemplazione e l?attesa sull?altare dell?immediatezza e della frenesia e che forse segna il declino di una saga la cui traiettoria sembra un po? la triste metafora della modernit? e lo specchio dei suoi gusti.
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Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla. Perch? non bastano pochi secondi d?inquadratura su un vulcano attivo e qualche casupola adagiata su un terreno arido e spoglio per soddisfare l?interesse naturalistico e antropologico dello spettatore sistematicamente alimentato dai trailer e dalle anticipazioni fatti circolare negli ultimi mesi. Perch? non ? sufficiente creare un nuovo popolo se poi non se ne indagano a fondo i costumi, se si relega la sua storia a un paio di enigmatiche battute pronunciate dalla sua leader, se lo si riduce a un manipolo di invasati assetati di sangue il cui scopo ? quello di vendicare un non ben specificato torto che la divinit? Eywa avrebbe commesso nei loro confronti. Perch? non servono a niente gli innumerevoli morti ammazzati, fra uomini, Na?vi e creature di Pandora, le frenetiche scene di inseguimento, combattimento e guerra, la schizofrenia delle inquadrature, dei dialoghi e della trama stessa, se poi lo spettatore, bombardato da granate sonar e frecce infuocate, viene privato della possibilit? stessa di elaborare quel senso di devastazione e impotenza che aveva visceralmente sperimentato nei primi due capitoli. In questo senso ?Avatar - Fuoco e cenere? rappresenta un lungo elenco di idee incompiute e occasioni mancate, a partire del suo nuovo villain, la spietata Varang, zaych del popolo dei predoni Mangkwan. I primi due capitoli avevano avuto il pregio di dedicare ampio spazio alla connessione dei Na?vi con la loro natura; nel terzo, al contrario, eccetto un piccolo gioco di prestigio, un fal? rituale e qualche freccia ardente, questo legame rimane solo accennato. Sarebbe invece stato interessante vedere come i Mangkwan declinano il loro Tsaheylu con l?elemento del fuoco e di come quest?ultimo faccia parte del loro ?cerchio della vita?, magari attribuendo alla cenere non solo il valore fisico di residuo finale della distruzione ma anche quello simbolico di purificazione e rinascita. Visto cos? il fuoco finisce per essere un mero strumento di conquista, adorato e agognato nella misura in cui garantisce superiorit? militare. Il colonnello Quaritch intercetta questa ?ossessione?, arma i Mangkwan coi fucili e sfrutta la loro sete di vendetta contro i propri nemici, dando il via ad una sorta di guerra coloniale per procura in cui la potenziale variabile impazzita, Varang, viene al contrario addomesticata e asservita ad un?altra ossessione, stavolta quella del colonnello, ovvero la distruzione della famiglia Sully. La nuova trib?, in sostanza, apporta poco o niente all?universo di Pandora rimanendo confinata al ruolo di mero espediente narrativo e scenografico per complicare i piani dei protagonisti e conferire una qualche elemento di novit?, anche solo cromatica. Ma ? proprio quel senso di novit? che aveva connotato e reso indimenticabile il secondo capitolo, a mancare quasi del tutto in ?Avatar - Fuoco e cenere?. Si esce di sala con la sensazione di aver visto una sorta di combinazione raffazzonata dei primi due film, specialmente quando si scatena l?azione e infuria la guerra. E allora ecco Jake Sully che raduna nuovamente le trib?, la supertecnologica e superaccessoriata RDA che ricade ingenuamente nella trappola, gli Ikran che planano dal cielo sugli elicotteri, gli Skimwing che attaccano dall?acqua, il contrattacco dei ?mercenari? Mangkwan, l?immancabile arrivo salvifico di Eywa che scatena le sue creature contro ?la gente del cielo? ed infine l?eterno duello fra Sully e Quaritch. In poche e semplici parole, la battaglia di ?Avatar? nello scenario marino di ?Avatar - La via dell?acqua?. Risulta quasi paradossale che la parte pi? interessante del film, comprese e soprattutto le scene d?azione, si svolga nel contesto meno ?pandoriano? di tutti, ovvero la citt?-fortezza degli umani: ? in questo scenario urbano futuristico che ha luogo un memorabile duello aereo che vede Neytiri sfuggire dall?inseguimento di Varang e dei suoi predoni. ? in questo passaggio che si consuma anche la rivincita del biologo Ian Garvin che, come per una sorta di contrappasso, semina il panico alla guida di un ipertrofico bulldozer uguale a quelli con cui nei primi due capitoli le forze mercenarie umane avevano spazzato via ampi segmenti di foresta. La stessa esposizione alla pubblica gogna di Jake Sully nella doppia veste di animale feroce e criminale nel braccio della morte avrebbe potuto innescare tutta una serie di riflessioni sulla spettacolarizzazione della guerra, sulla bestializzazione del nemico e sull?ostentazione dello sconfitto, aspetti storicamente connotativi della bellicosa cultura occidentale. Il tutto viene purtroppo vanificato dalla grottesca apparizione di Quaritch e Varang che uniti per mano si prendono gli applausi di un pubblico di inservienti che secondo rigor logico avrebbe dovuto, al contrario, guardarli con sospetto. Viene meno in ?Avatar - Fuoco e cenere? anche la profondit? del legame tra uomini e animali; eccetto il caso di Neytiri e del suo nuovo ikran Sa?ata, le cavalcature muoiono come mosche nell?indifferenza fisica ed emotiva dei loro ?fratelli? Na?vi; Jake Sully diventa al contempo una sorta di beastmaster dei videogame che pu? scegliere in ogni momento tra un campionario di bestie feroci quella pi? utile al proprio scopo. Parallelamente, quasi in un rapporto di proporzionalit? inversa, i Tulkun vanno progressivamente umanizzandosi: parlano coi sottotitoli, tengono consigli, decorano il proprio corpo con orpelli e manufatti. In questo modo l?animale sembra acquistare un?identit? tanto pi? che si avvicina alla socialit? e al linguaggio umano; lontano da essi, diventa un numero, un mezzo, un?arma. Si viene a perdere tutta quella zona grigia in cui ogni creatura conta in quanto tale e possiede un ruolo specifico e una propria ?bestiale? personalit? e unicit?, autentica nella misura in cui differisce per modi di percepire ed agire dall?essere umano o ?umanoide?. ? come se l?intento ecologista di fondo finisse per contorcersi su s? stesso arrivando ad insidiare, se non a scalfire, i suoi fondamenti teorici. Le stesse rivelazioni su Eywa non fanno altro che impoverire il film; non tanto nella trama, dal momento che l?upgrade genetico e biologico di Spider ad opera di Kiri e della manifestazione fungina della divinit?, innesca comunque tutta una serie di processi che conducono ad alcuni momenti di forte tensione emotiva; ? piuttosto il senso dell?ignoto che viene a mancare, quel senso dell?inaccessibile che nutre la curiosit? dello spettatore e che segna i limiti gnoseologici della condizione umana. E sebbene la parabola di Kiri, tendente ineluttabilmente a una condizione di semi-divinit? panteistica, giustifichi a pieno titolo un progressivo e fisiologico disvelamento dei complessi misteri di Pandora, a lasciare perplessi sono tuttavia alcune scelte stilistiche che accompagnano e guidano il viaggio della ?prescelta? verso la Grande Madre Eywa: la corsa ?virtuale? nel bosco sostenuta dalle proiezioni di Tuk e Spider; il profilo (troppo umano) di Eywa che si rivela; il ricongiungimento finale con la madre-clone Grace Augustine all?interno del grande cloud degli antenati; il tutto all?insegna della fretta, dalla necessit? impellente del dover per forza mostrare, spiegare, assecondare lo spettatore, al costo di precipitare nella banalit?, di rinnegare lo spirito stesso della saga. E forse ? proprio questa la cifra di ?Avatar - Fuoco e cenere? un filmone da pi? di tre ore che non sa gestire i tempi, che nella prima parte rimane impantanato su tematiche che pareva gi? aver risolto sul finale del secondo capitolo, per poi accelerare in maniera convulsa come se avvertisse la pressione di dover chiudere un cerchio. Un film che sacrifica la contemplazione e l?attesa sull?altare dell?immediatezza e della frenesia e che forse segna il declino di una saga la cui traiettoria sembra un po? la triste metafora della modernit? e lo specchio dei suoi gusti.
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fabri
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mercoledì 7 gennaio 2026
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esperienza indimenticabile.
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Così come una cena in un ristorante pluristellato è un pasto che va oltre il semplice nutrimento, offrendo un'immersione sensoriale, interattiva e tematica, così anche questo lungometraggio va oltre la semplice visione un filmato che racconta una storia e offre allo spettatore la possibilità di effettuare un tuffo nella sconfinata fantasia del regista che racconta con genialità e ritmo narrativo impareggiabili una storia avvincente, emozionate, ricca di significati allegorici e di suspense, senza mai cadere nelle banalità della cinematografia "di cassetta". Cameron ci racconta il suio mondo, i suoi personaggi, le sfaccettature di conflitti tra il bene e il male con una potenza tecnologica e una speattacolarità che a volte ci fa credere che sia tutto vero, reale, di essere li.
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Così come una cena in un ristorante pluristellato è un pasto che va oltre il semplice nutrimento, offrendo un'immersione sensoriale, interattiva e tematica, così anche questo lungometraggio va oltre la semplice visione un filmato che racconta una storia e offre allo spettatore la possibilità di effettuare un tuffo nella sconfinata fantasia del regista che racconta con genialità e ritmo narrativo impareggiabili una storia avvincente, emozionate, ricca di significati allegorici e di suspense, senza mai cadere nelle banalità della cinematografia "di cassetta". Cameron ci racconta il suio mondo, i suoi personaggi, le sfaccettature di conflitti tra il bene e il male con una potenza tecnologica e una speattacolarità che a volte ci fa credere che sia tutto vero, reale, di essere li. Per poter godera appieno di questa esperienza consiglio la visione in una multisala ben attrezzata e in tecnologia 3d.
Cameron è un genio.
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modo98
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martedì 6 gennaio 2026
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pandora: una fiaba per codardi
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La saga di Avatar di James Cameron rappresenta uno dei più grandi paradossi della storia del cinema: un miracolo di ingegneria visiva che poggia su fondamenta narrative di fango.
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La saga di Avatar di James Cameron rappresenta uno dei più grandi paradossi della storia del cinema: un miracolo di ingegneria visiva che poggia su fondamenta narrative di fango. Mentre Cameron spende decenni a perfezionare il rendering di ogni singola goccia d'acqua, la sua sceneggiatura rimane ferma a una visione infantile e manichea del conflitto, ignorando deliberatamente le leggi della fisica, della tecnologia e della strategia militare.
Siamo nel 22° secolo. L'umanità ha padroneggiato il viaggio interstellare e la manipolazione genetica, ma sul campo di battaglia si comporta come se fosse ancora nel 1967 in Vietnam. È offensivo per l'intelligenza dello spettatore vedere una civiltà capace di attraversare anni luce che non sa costruire un vetro antiproiettile capace di fermare una freccia di legno.
Nel mondo reale (e nella vera fantascienza), una forza militare disperata che rischia l'estinzione non manderebbe piloti a morire in goffi mech con finestre trasparenti. Manderebbe sciami di droni autonomi, nanotecnologie estrattive e armi a energia diretta. La RDA di Cameron non è un esercito: è una parata di incompetenza funzionale solo a far vincere i "buoni".
Il realismo muore definitivamente quando la "spiritualità" di Pandora diventa un'arma tattica imbattibile. Cameron sostituisce la logica con il misticismo: ogni volta che gli umani sono sul punto di vincere grazie alla loro schiacciante superiorità tecnologica, interviene un deus ex machina naturale. Animali che si caricano contro mitragliatrici pesanti vincendo per "volontà divina" di Eywa.
Questa non è fantascienza; è una fiaba della buonanotte che aliena il pubblico dalla realtà della forza. Se la Terra è al collasso e Pandora possiede le risorse per salvarla, il conflitto non durerebbe tre ore di film, ma tre minuti di bombardamento cinetico orbitale.
Il marchio Disney ha anestetizzato la saga. Invece di esplorare il tragico dilemma morale di una specie (la nostra) che deve scegliere tra il proprio genocidio e quello di un'altra razza, ci viene somministrata la solita pappa politica e "green".
Perché non vediamo la sofferenza sulla Terra? Perché non vediamo i miliardi di bambini umani che moriranno se l'Unobtanium non arriva? Semplice: perché se lo vedessimo, non potremmo più fare il tifo per Jake Sully. Cameron nasconde la verità per mantenere il film "facile", trasformando un potenziale capolavoro esistenziale in un prodotto commerciale politicamente corretto, dove il cattivo è un cartone animato e il tradimento della propria specie viene celebrato come eroismo.
Continuare a raccontare ai bambini che le frecce battono i laser e che la natura "magica" risolve i conflitti è un atto di disonestà intellettuale. In un'epoca di crescenti tensioni globali, il cinema dovrebbe avere il coraggio di mostrare la freddezza chirurgica della guerra moderna.
Un finale realistico — con la distruzione metodica della biosfera di Pandora e la sostituzione con una biosfera terrestre modificata — non sarebbe sadismo, ma un'ammonizione necessaria. Insegnerebbe che la sopravvivenza non è un gioco e che la tecnologia, una volta scatenata dalla disperazione, non lascia spazio a canti, connessioni spirituali o lieto fine.
Avatar è un guscio vuoto. È la celebrazione della forma che nasconde l'assenza totale di sostanza. Finché Cameron e la Disney continueranno a proteggere i loro protagonisti con scudi invisibili fatti di moralismo stucchevole, la saga rimarrà un'opera minore: bellissima da vedere, ma totalmente inutile per capire il mondo in cui viviamo e il futuro che ci aspetta. Il cinema ha bisogno della "pioggia di fuoco" orbitale; ha bisogno del silenzio della cenere. Solo allora tornerà a essere un'arte onesta.
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[+] allora i sequel non sarebbero dovuti esistere
(di finmat92)
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