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pizzato
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giovedì 8 gennaio 2026
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dove sono il fuoco e la cenere?
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Dopo la via della foresta e la via dell?acqua, il titolo del nuovo capitolo sembrava presagire un ulteriore cambio di scenario; nei primi due film la storia era stata infatti pensata e scritta anche in funzione dell?esplorazione dell?universo di Pandora, dei suoi territori e delle popolazioni che vi abitano. A che cosa potevano alludere, dunque, quel ?fuoco? e quella ?cenere?? Forse ad un ecosistema meno rigoglioso e idilliaco rispetto ai precedenti, pi? aspro e inospitale dei boschi Omatikaya e dei mari Metkayina? Forse ad un popolo pi? ostile, incline alla violenza e alla guerra, che si sottrae alla logica manichea della saga, con un rapporto con la natura meno simbiotico di quello delle trib? finora osservate? O forse profetizzavano, quei due sostantivi, un generale innalzamento del livello di distruzione e di morte all?interno di un percorso narrativo che tende inevitabilmente alla resa dei conti finale tra i due mondi in conflitto fin dal primo capitolo? Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla.
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Dopo la via della foresta e la via dell?acqua, il titolo del nuovo capitolo sembrava presagire un ulteriore cambio di scenario; nei primi due film la storia era stata infatti pensata e scritta anche in funzione dell?esplorazione dell?universo di Pandora, dei suoi territori e delle popolazioni che vi abitano. A che cosa potevano alludere, dunque, quel ?fuoco? e quella ?cenere?? Forse ad un ecosistema meno rigoglioso e idilliaco rispetto ai precedenti, pi? aspro e inospitale dei boschi Omatikaya e dei mari Metkayina? Forse ad un popolo pi? ostile, incline alla violenza e alla guerra, che si sottrae alla logica manichea della saga, con un rapporto con la natura meno simbiotico di quello delle trib? finora osservate? O forse profetizzavano, quei due sostantivi, un generale innalzamento del livello di distruzione e di morte all?interno di un percorso narrativo che tende inevitabilmente alla resa dei conti finale tra i due mondi in conflitto fin dal primo capitolo? Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla. Perch? non bastano pochi secondi d?inquadratura su un vulcano attivo e qualche casupola adagiata su un terreno arido e spoglio per soddisfare l?interesse naturalistico e antropologico dello spettatore sistematicamente alimentato dai trailer e dalle anticipazioni fatti circolare negli ultimi mesi. Perch? non ? sufficiente creare un nuovo popolo se poi non se ne indagano a fondo i costumi, se si relega la sua storia a un paio di enigmatiche battute pronunciate dalla sua leader, se lo si riduce a un manipolo di invasati assetati di sangue il cui scopo ? quello di vendicare un non ben specificato torto che la divinit? Eywa avrebbe commesso nei loro confronti. Perch? non servono a niente gli innumerevoli morti ammazzati, fra uomini, Na?vi e creature di Pandora, le frenetiche scene di inseguimento, combattimento e guerra, la schizofrenia delle inquadrature, dei dialoghi e della trama stessa, se poi lo spettatore, bombardato da granate sonar e frecce infuocate, viene privato della possibilit? stessa di elaborare quel senso di devastazione e impotenza che aveva visceralmente sperimentato nei primi due capitoli. In questo senso ?Avatar - Fuoco e cenere? rappresenta un lungo elenco di idee incompiute e occasioni mancate, a partire del suo nuovo villain, la spietata Varang, zaych del popolo dei predoni Mangkwan. I primi due capitoli avevano avuto il pregio di dedicare ampio spazio alla connessione dei Na?vi con la loro natura; nel terzo, al contrario, eccetto un piccolo gioco di prestigio, un fal? rituale e qualche freccia ardente, questo legame rimane solo accennato. Sarebbe invece stato interessante vedere come i Mangkwan declinano il loro Tsaheylu con l?elemento del fuoco e di come quest?ultimo faccia parte del loro ?cerchio della vita?, magari attribuendo alla cenere non solo il valore fisico di residuo finale della distruzione ma anche quello simbolico di purificazione e rinascita. Visto cos? il fuoco finisce per essere un mero strumento di conquista, adorato e agognato nella misura in cui garantisce superiorit? militare. Il colonnello Quaritch intercetta questa ?ossessione?, arma i Mangkwan coi fucili e sfrutta la loro sete di vendetta contro i propri nemici, dando il via ad una sorta di guerra coloniale per procura in cui la potenziale variabile impazzita, Varang, viene al contrario addomesticata e asservita ad un?altra ossessione, stavolta quella del colonnello, ovvero la distruzione della famiglia Sully. La nuova trib?, in sostanza, apporta poco o niente all?universo di Pandora rimanendo confinata al ruolo di mero espediente narrativo e scenografico per complicare i piani dei protagonisti e conferire una qualche elemento di novit?, anche solo cromatica. Ma ? proprio quel senso di novit? che aveva connotato e reso indimenticabile il secondo capitolo, a mancare quasi del tutto in ?Avatar - Fuoco e cenere?. Si esce di sala con la sensazione di aver visto una sorta di combinazione raffazzonata dei primi due film, specialmente quando si scatena l?azione e infuria la guerra. E allora ecco Jake Sully che raduna nuovamente le trib?, la supertecnologica e superaccessoriata RDA che ricade ingenuamente nella trappola, gli Ikran che planano dal cielo sugli elicotteri, gli Skimwing che attaccano dall?acqua, il contrattacco dei ?mercenari? Mangkwan, l?immancabile arrivo salvifico di Eywa che scatena le sue creature contro ?la gente del cielo? ed infine l?eterno duello fra Sully e Quaritch. In poche e semplici parole, la battaglia di ?Avatar? nello scenario marino di ?Avatar - La via dell?acqua?. Risulta quasi paradossale che la parte pi? interessante del film, comprese e soprattutto le scene d?azione, si svolga nel contesto meno ?pandoriano? di tutti, ovvero la citt?-fortezza degli umani: ? in questo scenario urbano futuristico che ha luogo un memorabile duello aereo che vede Neytiri sfuggire dall?inseguimento di Varang e dei suoi predoni. ? in questo passaggio che si consuma anche la rivincita del biologo Ian Garvin che, come per una sorta di contrappasso, semina il panico alla guida di un ipertrofico bulldozer uguale a quelli con cui nei primi due capitoli le forze mercenarie umane avevano spazzato via ampi segmenti di foresta. La stessa esposizione alla pubblica gogna di Jake Sully nella doppia veste di animale feroce e criminale nel braccio della morte avrebbe potuto innescare tutta una serie di riflessioni sulla spettacolarizzazione della guerra, sulla bestializzazione del nemico e sull?ostentazione dello sconfitto, aspetti storicamente connotativi della bellicosa cultura occidentale. Il tutto viene purtroppo vanificato dalla grottesca apparizione di Quaritch e Varang che uniti per mano si prendono gli applausi di un pubblico di inservienti che secondo rigor logico avrebbe dovuto, al contrario, guardarli con sospetto. Viene meno in ?Avatar - Fuoco e cenere? anche la profondit? del legame tra uomini e animali; eccetto il caso di Neytiri e del suo nuovo ikran Sa?ata, le cavalcature muoiono come mosche nell?indifferenza fisica ed emotiva dei loro ?fratelli? Na?vi; Jake Sully diventa al contempo una sorta di beastmaster dei videogame che pu? scegliere in ogni momento tra un campionario di bestie feroci quella pi? utile al proprio scopo. Parallelamente, quasi in un rapporto di proporzionalit? inversa, i Tulkun vanno progressivamente umanizzandosi: parlano coi sottotitoli, tengono consigli, decorano il proprio corpo con orpelli e manufatti. In questo modo l?animale sembra acquistare un?identit? tanto pi? che si avvicina alla socialit? e al linguaggio umano; lontano da essi, diventa un numero, un mezzo, un?arma. Si viene a perdere tutta quella zona grigia in cui ogni creatura conta in quanto tale e possiede un ruolo specifico e una propria ?bestiale? personalit? e unicit?, autentica nella misura in cui differisce per modi di percepire ed agire dall?essere umano o ?umanoide?. ? come se l?intento ecologista di fondo finisse per contorcersi su s? stesso arrivando ad insidiare, se non a scalfire, i suoi fondamenti teorici. Le stesse rivelazioni su Eywa non fanno altro che impoverire il film; non tanto nella trama, dal momento che l?upgrade genetico e biologico di Spider ad opera di Kiri e della manifestazione fungina della divinit?, innesca comunque tutta una serie di processi che conducono ad alcuni momenti di forte tensione emotiva; ? piuttosto il senso dell?ignoto che viene a mancare, quel senso dell?inaccessibile che nutre la curiosit? dello spettatore e che segna i limiti gnoseologici della condizione umana. E sebbene la parabola di Kiri, tendente ineluttabilmente a una condizione di semi-divinit? panteistica, giustifichi a pieno titolo un progressivo e fisiologico disvelamento dei complessi misteri di Pandora, a lasciare perplessi sono tuttavia alcune scelte stilistiche che accompagnano e guidano il viaggio della ?prescelta? verso la Grande Madre Eywa: la corsa ?virtuale? nel bosco sostenuta dalle proiezioni di Tuk e Spider; il profilo (troppo umano) di Eywa che si rivela; il ricongiungimento finale con la madre-clone Grace Augustine all?interno del grande cloud degli antenati; il tutto all?insegna della fretta, dalla necessit? impellente del dover per forza mostrare, spiegare, assecondare lo spettatore, al costo di precipitare nella banalit?, di rinnegare lo spirito stesso della saga. E forse ? proprio questa la cifra di ?Avatar - Fuoco e cenere? un filmone da pi? di tre ore che non sa gestire i tempi, che nella prima parte rimane impantanato su tematiche che pareva gi? aver risolto sul finale del secondo capitolo, per poi accelerare in maniera convulsa come se avvertisse la pressione di dover chiudere un cerchio. Un film che sacrifica la contemplazione e l?attesa sull?altare dell?immediatezza e della frenesia e che forse segna il declino di una saga la cui traiettoria sembra un po? la triste metafora della modernit? e lo specchio dei suoi gusti.
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Dopo la via della foresta e la via dell?acqua, il titolo del nuovo capitolo sembrava presagire un ulteriore cambio di scenario; nei primi due film la storia era stata infatti pensata e scritta anche in funzione dell?esplorazione dell?universo di Pandora, dei suoi territori e delle popolazioni che vi abitano. A che cosa potevano alludere, dunque, quel ?fuoco? e quella ?cenere?? Forse ad un ecosistema meno rigoglioso e idilliaco rispetto ai precedenti, pi? aspro e inospitale dei boschi Omatikaya e dei mari Metkayina? Forse ad un popolo pi? ostile, incline alla violenza e alla guerra, che si sottrae alla logica manichea della saga, con un rapporto con la natura meno simbiotico di quello delle trib? finora osservate? O forse profetizzavano, quei due sostantivi, un generale innalzamento del livello di distruzione e di morte all?interno di un percorso narrativo che tende inevitabilmente alla resa dei conti finale tra i due mondi in conflitto fin dal primo capitolo? Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla. Perch? non bastano pochi secondi d?inquadratura su un vulcano attivo e qualche casupola adagiata su un terreno arido e spoglio per soddisfare l?interesse naturalistico e antropologico dello spettatore sistematicamente alimentato dai trailer e dalle anticipazioni fatti circolare negli ultimi mesi. Perch? non ? sufficiente creare un nuovo popolo se poi non se ne indagano a fondo i costumi, se si relega la sua storia a un paio di enigmatiche battute pronunciate dalla sua leader, se lo si riduce a un manipolo di invasati assetati di sangue il cui scopo ? quello di vendicare un non ben specificato torto che la divinit? Eywa avrebbe commesso nei loro confronti. Perch? non servono a niente gli innumerevoli morti ammazzati, fra uomini, Na?vi e creature di Pandora, le frenetiche scene di inseguimento, combattimento e guerra, la schizofrenia delle inquadrature, dei dialoghi e della trama stessa, se poi lo spettatore, bombardato da granate sonar e frecce infuocate, viene privato della possibilit? stessa di elaborare quel senso di devastazione e impotenza che aveva visceralmente sperimentato nei primi due capitoli. In questo senso ?Avatar - Fuoco e cenere? rappresenta un lungo elenco di idee incompiute e occasioni mancate, a partire del suo nuovo villain, la spietata Varang, zaych del popolo dei predoni Mangkwan. I primi due capitoli avevano avuto il pregio di dedicare ampio spazio alla connessione dei Na?vi con la loro natura; nel terzo, al contrario, eccetto un piccolo gioco di prestigio, un fal? rituale e qualche freccia ardente, questo legame rimane solo accennato. Sarebbe invece stato interessante vedere come i Mangkwan declinano il loro Tsaheylu con l?elemento del fuoco e di come quest?ultimo faccia parte del loro ?cerchio della vita?, magari attribuendo alla cenere non solo il valore fisico di residuo finale della distruzione ma anche quello simbolico di purificazione e rinascita. Visto cos? il fuoco finisce per essere un mero strumento di conquista, adorato e agognato nella misura in cui garantisce superiorit? militare. Il colonnello Quaritch intercetta questa ?ossessione?, arma i Mangkwan coi fucili e sfrutta la loro sete di vendetta contro i propri nemici, dando il via ad una sorta di guerra coloniale per procura in cui la potenziale variabile impazzita, Varang, viene al contrario addomesticata e asservita ad un?altra ossessione, stavolta quella del colonnello, ovvero la distruzione della famiglia Sully. La nuova trib?, in sostanza, apporta poco o niente all?universo di Pandora rimanendo confinata al ruolo di mero espediente narrativo e scenografico per complicare i piani dei protagonisti e conferire una qualche elemento di novit?, anche solo cromatica. Ma ? proprio quel senso di novit? che aveva connotato e reso indimenticabile il secondo capitolo, a mancare quasi del tutto in ?Avatar - Fuoco e cenere?. Si esce di sala con la sensazione di aver visto una sorta di combinazione raffazzonata dei primi due film, specialmente quando si scatena l?azione e infuria la guerra. E allora ecco Jake Sully che raduna nuovamente le trib?, la supertecnologica e superaccessoriata RDA che ricade ingenuamente nella trappola, gli Ikran che planano dal cielo sugli elicotteri, gli Skimwing che attaccano dall?acqua, il contrattacco dei ?mercenari? Mangkwan, l?immancabile arrivo salvifico di Eywa che scatena le sue creature contro ?la gente del cielo? ed infine l?eterno duello fra Sully e Quaritch. In poche e semplici parole, la battaglia di ?Avatar? nello scenario marino di ?Avatar - La via dell?acqua?. Risulta quasi paradossale che la parte pi? interessante del film, comprese e soprattutto le scene d?azione, si svolga nel contesto meno ?pandoriano? di tutti, ovvero la citt?-fortezza degli umani: ? in questo scenario urbano futuristico che ha luogo un memorabile duello aereo che vede Neytiri sfuggire dall?inseguimento di Varang e dei suoi predoni. ? in questo passaggio che si consuma anche la rivincita del biologo Ian Garvin che, come per una sorta di contrappasso, semina il panico alla guida di un ipertrofico bulldozer uguale a quelli con cui nei primi due capitoli le forze mercenarie umane avevano spazzato via ampi segmenti di foresta. La stessa esposizione alla pubblica gogna di Jake Sully nella doppia veste di animale feroce e criminale nel braccio della morte avrebbe potuto innescare tutta una serie di riflessioni sulla spettacolarizzazione della guerra, sulla bestializzazione del nemico e sull?ostentazione dello sconfitto, aspetti storicamente connotativi della bellicosa cultura occidentale. Il tutto viene purtroppo vanificato dalla grottesca apparizione di Quaritch e Varang che uniti per mano si prendono gli applausi di un pubblico di inservienti che secondo rigor logico avrebbe dovuto, al contrario, guardarli con sospetto. Viene meno in ?Avatar - Fuoco e cenere? anche la profondit? del legame tra uomini e animali; eccetto il caso di Neytiri e del suo nuovo ikran Sa?ata, le cavalcature muoiono come mosche nell?indifferenza fisica ed emotiva dei loro ?fratelli? Na?vi; Jake Sully diventa al contempo una sorta di beastmaster dei videogame che pu? scegliere in ogni momento tra un campionario di bestie feroci quella pi? utile al proprio scopo. Parallelamente, quasi in un rapporto di proporzionalit? inversa, i Tulkun vanno progressivamente umanizzandosi: parlano coi sottotitoli, tengono consigli, decorano il proprio corpo con orpelli e manufatti. In questo modo l?animale sembra acquistare un?identit? tanto pi? che si avvicina alla socialit? e al linguaggio umano; lontano da essi, diventa un numero, un mezzo, un?arma. Si viene a perdere tutta quella zona grigia in cui ogni creatura conta in quanto tale e possiede un ruolo specifico e una propria ?bestiale? personalit? e unicit?, autentica nella misura in cui differisce per modi di percepire ed agire dall?essere umano o ?umanoide?. ? come se l?intento ecologista di fondo finisse per contorcersi su s? stesso arrivando ad insidiare, se non a scalfire, i suoi fondamenti teorici. Le stesse rivelazioni su Eywa non fanno altro che impoverire il film; non tanto nella trama, dal momento che l?upgrade genetico e biologico di Spider ad opera di Kiri e della manifestazione fungina della divinit?, innesca comunque tutta una serie di processi che conducono ad alcuni momenti di forte tensione emotiva; ? piuttosto il senso dell?ignoto che viene a mancare, quel senso dell?inaccessibile che nutre la curiosit? dello spettatore e che segna i limiti gnoseologici della condizione umana. E sebbene la parabola di Kiri, tendente ineluttabilmente a una condizione di semi-divinit? panteistica, giustifichi a pieno titolo un progressivo e fisiologico disvelamento dei complessi misteri di Pandora, a lasciare perplessi sono tuttavia alcune scelte stilistiche che accompagnano e guidano il viaggio della ?prescelta? verso la Grande Madre Eywa: la corsa ?virtuale? nel bosco sostenuta dalle proiezioni di Tuk e Spider; il profilo (troppo umano) di Eywa che si rivela; il ricongiungimento finale con la madre-clone Grace Augustine all?interno del grande cloud degli antenati; il tutto all?insegna della fretta, dalla necessit? impellente del dover per forza mostrare, spiegare, assecondare lo spettatore, al costo di precipitare nella banalit?, di rinnegare lo spirito stesso della saga. E forse ? proprio questa la cifra di ?Avatar - Fuoco e cenere? un filmone da pi? di tre ore che non sa gestire i tempi, che nella prima parte rimane impantanato su tematiche che pareva gi? aver risolto sul finale del secondo capitolo, per poi accelerare in maniera convulsa come se avvertisse la pressione di dover chiudere un cerchio. Un film che sacrifica la contemplazione e l?attesa sull?altare dell?immediatezza e della frenesia e che forse segna il declino di una saga la cui traiettoria sembra un po? la triste metafora della modernit? e lo specchio dei suoi gusti.
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Ebbene in ?Avatar, fuoco e cenere? c?? quel poco di tutto che finisce irrimediabilmente per trasformarsi in un nulla. Perch? non bastano pochi secondi d?inquadratura su un vulcano attivo e qualche casupola adagiata su un terreno arido e spoglio per soddisfare l?interesse naturalistico e antropologico dello spettatore sistematicamente alimentato dai trailer e dalle anticipazioni fatti circolare negli ultimi mesi. Perch? non ? sufficiente creare un nuovo popolo se poi non se ne indagano a fondo i costumi, se si relega la sua storia a un paio di enigmatiche battute pronunciate dalla sua leader, se lo si riduce a un manipolo di invasati assetati di sangue il cui scopo ? quello di vendicare un non ben specificato torto che la divinit? Eywa avrebbe commesso nei loro confronti. Perch? non servono a niente gli innumerevoli morti ammazzati, fra uomini, Na?vi e creature di Pandora, le frenetiche scene di inseguimento, combattimento e guerra, la schizofrenia delle inquadrature, dei dialoghi e della trama stessa, se poi lo spettatore, bombardato da granate sonar e frecce infuocate, viene privato della possibilit? stessa di elaborare quel senso di devastazione e impotenza che aveva visceralmente sperimentato nei primi due capitoli. In questo senso ?Avatar - Fuoco e cenere? rappresenta un lungo elenco di idee incompiute e occasioni mancate, a partire del suo nuovo villain, la spietata Varang, zaych del popolo dei predoni Mangkwan. I primi due capitoli avevano avuto il pregio di dedicare ampio spazio alla connessione dei Na?vi con la loro natura; nel terzo, al contrario, eccetto un piccolo gioco di prestigio, un fal? rituale e qualche freccia ardente, questo legame rimane solo accennato. Sarebbe invece stato interessante vedere come i Mangkwan declinano il loro Tsaheylu con l?elemento del fuoco e di come quest?ultimo faccia parte del loro ?cerchio della vita?, magari attribuendo alla cenere non solo il valore fisico di residuo finale della distruzione ma anche quello simbolico di purificazione e rinascita. Visto cos? il fuoco finisce per essere un mero strumento di conquista, adorato e agognato nella misura in cui garantisce superiorit? militare. Il colonnello Quaritch intercetta questa ?ossessione?, arma i Mangkwan coi fucili e sfrutta la loro sete di vendetta contro i propri nemici, dando il via ad una sorta di guerra coloniale per procura in cui la potenziale variabile impazzita, Varang, viene al contrario addomesticata e asservita ad un?altra ossessione, stavolta quella del colonnello, ovvero la distruzione della famiglia Sully. La nuova trib?, in sostanza, apporta poco o niente all?universo di Pandora rimanendo confinata al ruolo di mero espediente narrativo e scenografico per complicare i piani dei protagonisti e conferire una qualche elemento di novit?, anche solo cromatica. Ma ? proprio quel senso di novit? che aveva connotato e reso indimenticabile il secondo capitolo, a mancare quasi del tutto in ?Avatar - Fuoco e cenere?. Si esce di sala con la sensazione di aver visto una sorta di combinazione raffazzonata dei primi due film, specialmente quando si scatena l?azione e infuria la guerra. E allora ecco Jake Sully che raduna nuovamente le trib?, la supertecnologica e superaccessoriata RDA che ricade ingenuamente nella trappola, gli Ikran che planano dal cielo sugli elicotteri, gli Skimwing che attaccano dall?acqua, il contrattacco dei ?mercenari? Mangkwan, l?immancabile arrivo salvifico di Eywa che scatena le sue creature contro ?la gente del cielo? ed infine l?eterno duello fra Sully e Quaritch. In poche e semplici parole, la battaglia di ?Avatar? nello scenario marino di ?Avatar - La via dell?acqua?. Risulta quasi paradossale che la parte pi? interessante del film, comprese e soprattutto le scene d?azione, si svolga nel contesto meno ?pandoriano? di tutti, ovvero la citt?-fortezza degli umani: ? in questo scenario urbano futuristico che ha luogo un memorabile duello aereo che vede Neytiri sfuggire dall?inseguimento di Varang e dei suoi predoni. ? in questo passaggio che si consuma anche la rivincita del biologo Ian Garvin che, come per una sorta di contrappasso, semina il panico alla guida di un ipertrofico bulldozer uguale a quelli con cui nei primi due capitoli le forze mercenarie umane avevano spazzato via ampi segmenti di foresta. La stessa esposizione alla pubblica gogna di Jake Sully nella doppia veste di animale feroce e criminale nel braccio della morte avrebbe potuto innescare tutta una serie di riflessioni sulla spettacolarizzazione della guerra, sulla bestializzazione del nemico e sull?ostentazione dello sconfitto, aspetti storicamente connotativi della bellicosa cultura occidentale. Il tutto viene purtroppo vanificato dalla grottesca apparizione di Quaritch e Varang che uniti per mano si prendono gli applausi di un pubblico di inservienti che secondo rigor logico avrebbe dovuto, al contrario, guardarli con sospetto. Viene meno in ?Avatar - Fuoco e cenere? anche la profondit? del legame tra uomini e animali; eccetto il caso di Neytiri e del suo nuovo ikran Sa?ata, le cavalcature muoiono come mosche nell?indifferenza fisica ed emotiva dei loro ?fratelli? Na?vi; Jake Sully diventa al contempo una sorta di beastmaster dei videogame che pu? scegliere in ogni momento tra un campionario di bestie feroci quella pi? utile al proprio scopo. Parallelamente, quasi in un rapporto di proporzionalit? inversa, i Tulkun vanno progressivamente umanizzandosi: parlano coi sottotitoli, tengono consigli, decorano il proprio corpo con orpelli e manufatti. In questo modo l?animale sembra acquistare un?identit? tanto pi? che si avvicina alla socialit? e al linguaggio umano; lontano da essi, diventa un numero, un mezzo, un?arma. Si viene a perdere tutta quella zona grigia in cui ogni creatura conta in quanto tale e possiede un ruolo specifico e una propria ?bestiale? personalit? e unicit?, autentica nella misura in cui differisce per modi di percepire ed agire dall?essere umano o ?umanoide?. ? come se l?intento ecologista di fondo finisse per contorcersi su s? stesso arrivando ad insidiare, se non a scalfire, i suoi fondamenti teorici. Le stesse rivelazioni su Eywa non fanno altro che impoverire il film; non tanto nella trama, dal momento che l?upgrade genetico e biologico di Spider ad opera di Kiri e della manifestazione fungina della divinit?, innesca comunque tutta una serie di processi che conducono ad alcuni momenti di forte tensione emotiva; ? piuttosto il senso dell?ignoto che viene a mancare, quel senso dell?inaccessibile che nutre la curiosit? dello spettatore e che segna i limiti gnoseologici della condizione umana. E sebbene la parabola di Kiri, tendente ineluttabilmente a una condizione di semi-divinit? panteistica, giustifichi a pieno titolo un progressivo e fisiologico disvelamento dei complessi misteri di Pandora, a lasciare perplessi sono tuttavia alcune scelte stilistiche che accompagnano e guidano il viaggio della ?prescelta? verso la Grande Madre Eywa: la corsa ?virtuale? nel bosco sostenuta dalle proiezioni di Tuk e Spider; il profilo (troppo umano) di Eywa che si rivela; il ricongiungimento finale con la madre-clone Grace Augustine all?interno del grande cloud degli antenati; il tutto all?insegna della fretta, dalla necessit? impellente del dover per forza mostrare, spiegare, assecondare lo spettatore, al costo di precipitare nella banalit?, di rinnegare lo spirito stesso della saga. E forse ? proprio questa la cifra di ?Avatar - Fuoco e cenere? un filmone da pi? di tre ore che non sa gestire i tempi, che nella prima parte rimane impantanato su tematiche che pareva gi? aver risolto sul finale del secondo capitolo, per poi accelerare in maniera convulsa come se avvertisse la pressione di dover chiudere un cerchio. Un film che sacrifica la contemplazione e l?attesa sull?altare dell?immediatezza e della frenesia e che forse segna il declino di una saga la cui traiettoria sembra un po? la triste metafora della modernit? e lo specchio dei suoi gusti.
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fabri
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mercoledì 7 gennaio 2026
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esperienza indimenticabile.
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Così come una cena in un ristorante pluristellato è un pasto che va oltre il semplice nutrimento, offrendo un'immersione sensoriale, interattiva e tematica, così anche questo lungometraggio va oltre la semplice visione un filmato che racconta una storia e offre allo spettatore la possibilità di effettuare un tuffo nella sconfinata fantasia del regista che racconta con genialità e ritmo narrativo impareggiabili una storia avvincente, emozionate, ricca di significati allegorici e di suspense, senza mai cadere nelle banalità della cinematografia "di cassetta". Cameron ci racconta il suio mondo, i suoi personaggi, le sfaccettature di conflitti tra il bene e il male con una potenza tecnologica e una speattacolarità che a volte ci fa credere che sia tutto vero, reale, di essere li.
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Così come una cena in un ristorante pluristellato è un pasto che va oltre il semplice nutrimento, offrendo un'immersione sensoriale, interattiva e tematica, così anche questo lungometraggio va oltre la semplice visione un filmato che racconta una storia e offre allo spettatore la possibilità di effettuare un tuffo nella sconfinata fantasia del regista che racconta con genialità e ritmo narrativo impareggiabili una storia avvincente, emozionate, ricca di significati allegorici e di suspense, senza mai cadere nelle banalità della cinematografia "di cassetta". Cameron ci racconta il suio mondo, i suoi personaggi, le sfaccettature di conflitti tra il bene e il male con una potenza tecnologica e una speattacolarità che a volte ci fa credere che sia tutto vero, reale, di essere li. Per poter godera appieno di questa esperienza consiglio la visione in una multisala ben attrezzata e in tecnologia 3d.
Cameron è un genio.
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modo98
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martedì 6 gennaio 2026
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pandora: una fiaba per codardi
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La saga di Avatar di James Cameron rappresenta uno dei più grandi paradossi della storia del cinema: un miracolo di ingegneria visiva che poggia su fondamenta narrative di fango.
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La saga di Avatar di James Cameron rappresenta uno dei più grandi paradossi della storia del cinema: un miracolo di ingegneria visiva che poggia su fondamenta narrative di fango. Mentre Cameron spende decenni a perfezionare il rendering di ogni singola goccia d'acqua, la sua sceneggiatura rimane ferma a una visione infantile e manichea del conflitto, ignorando deliberatamente le leggi della fisica, della tecnologia e della strategia militare.
Siamo nel 22° secolo. L'umanità ha padroneggiato il viaggio interstellare e la manipolazione genetica, ma sul campo di battaglia si comporta come se fosse ancora nel 1967 in Vietnam. È offensivo per l'intelligenza dello spettatore vedere una civiltà capace di attraversare anni luce che non sa costruire un vetro antiproiettile capace di fermare una freccia di legno.
Nel mondo reale (e nella vera fantascienza), una forza militare disperata che rischia l'estinzione non manderebbe piloti a morire in goffi mech con finestre trasparenti. Manderebbe sciami di droni autonomi, nanotecnologie estrattive e armi a energia diretta. La RDA di Cameron non è un esercito: è una parata di incompetenza funzionale solo a far vincere i "buoni".
Il realismo muore definitivamente quando la "spiritualità" di Pandora diventa un'arma tattica imbattibile. Cameron sostituisce la logica con il misticismo: ogni volta che gli umani sono sul punto di vincere grazie alla loro schiacciante superiorità tecnologica, interviene un deus ex machina naturale. Animali che si caricano contro mitragliatrici pesanti vincendo per "volontà divina" di Eywa.
Questa non è fantascienza; è una fiaba della buonanotte che aliena il pubblico dalla realtà della forza. Se la Terra è al collasso e Pandora possiede le risorse per salvarla, il conflitto non durerebbe tre ore di film, ma tre minuti di bombardamento cinetico orbitale.
Il marchio Disney ha anestetizzato la saga. Invece di esplorare il tragico dilemma morale di una specie (la nostra) che deve scegliere tra il proprio genocidio e quello di un'altra razza, ci viene somministrata la solita pappa politica e "green".
Perché non vediamo la sofferenza sulla Terra? Perché non vediamo i miliardi di bambini umani che moriranno se l'Unobtanium non arriva? Semplice: perché se lo vedessimo, non potremmo più fare il tifo per Jake Sully. Cameron nasconde la verità per mantenere il film "facile", trasformando un potenziale capolavoro esistenziale in un prodotto commerciale politicamente corretto, dove il cattivo è un cartone animato e il tradimento della propria specie viene celebrato come eroismo.
Continuare a raccontare ai bambini che le frecce battono i laser e che la natura "magica" risolve i conflitti è un atto di disonestà intellettuale. In un'epoca di crescenti tensioni globali, il cinema dovrebbe avere il coraggio di mostrare la freddezza chirurgica della guerra moderna.
Un finale realistico — con la distruzione metodica della biosfera di Pandora e la sostituzione con una biosfera terrestre modificata — non sarebbe sadismo, ma un'ammonizione necessaria. Insegnerebbe che la sopravvivenza non è un gioco e che la tecnologia, una volta scatenata dalla disperazione, non lascia spazio a canti, connessioni spirituali o lieto fine.
Avatar è un guscio vuoto. È la celebrazione della forma che nasconde l'assenza totale di sostanza. Finché Cameron e la Disney continueranno a proteggere i loro protagonisti con scudi invisibili fatti di moralismo stucchevole, la saga rimarrà un'opera minore: bellissima da vedere, ma totalmente inutile per capire il mondo in cui viviamo e il futuro che ci aspetta. Il cinema ha bisogno della "pioggia di fuoco" orbitale; ha bisogno del silenzio della cenere. Solo allora tornerà a essere un'arte onesta.
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setsuna
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venerdì 2 gennaio 2026
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grande cinema di intrattenimento
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Spettacolare e coinvolgente.
Grande cinema di intrattenimento.
Da vedere, come i precedenti.
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dafne
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mercoledì 31 dicembre 2025
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avatar 3 ? un capolavoro? vi prego, fate il 4!
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Avatar 3 mi ha travolto. Non è solo un film: è un’esperienza totale. Sono uscita dalla sala con quella sensazione rara di aver visto qualcosa di davvero speciale, qualcosa che ti rimane addosso. Le immagini sono talmente spettacolari che a un certo punto mi sono ritrovata a dimenticare che fosse tutto digitale: la luce, i colori, i movimenti… ogni dettaglio è curato con una precisione quasi maniacale. Pandora sembra viva, respirante, più reale di tanti posti veri.
La trama poi è ricchissima: non si limita a raccontare una storia, ma ti porta dentro un mondo complesso, pieno di emozioni, conflitti, legami, scelte difficili.
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Avatar 3 mi ha travolto. Non è solo un film: è un’esperienza totale. Sono uscita dalla sala con quella sensazione rara di aver visto qualcosa di davvero speciale, qualcosa che ti rimane addosso. Le immagini sono talmente spettacolari che a un certo punto mi sono ritrovata a dimenticare che fosse tutto digitale: la luce, i colori, i movimenti… ogni dettaglio è curato con una precisione quasi maniacale. Pandora sembra viva, respirante, più reale di tanti posti veri.
La trama poi è ricchissima: non si limita a raccontare una storia, ma ti porta dentro un mondo complesso, pieno di emozioni, conflitti, legami, scelte difficili. Ci sono momenti di pura meraviglia, altri che stringono lo stomaco, altri ancora che ti fanno riflettere su quanto siamo piccoli davanti alla natura e su quanto spesso ce ne dimentichiamo. Cameron riesce a intrecciare tutto con una fluidità incredibile, senza mai perdere ritmo o intensità.
E proprio per questo spero con tutto il cuore che Cameron faccia anche Avatar 4. Sarebbe un peccato enorme fermarsi qui, proprio ora che l’universo di Pandora è diventato così ricco, così maturo, così pieno di possibilità narrative. È uno di quei mondi che senti che può crescere ancora, che ha ancora storie da raccontare, personaggi da esplorare, emozioni da far vivere.
Avatar 3, per me, è davvero uno dei film più belli che abbia mai visto: potente, visivamente incredibile, emotivamente coinvolgente. Un viaggio che non vorresti finisse mai.
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eleonora panzeri
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mercoledì 31 dicembre 2025
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quando la saga ritrova la sua anima
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Avatar: Fuoco e Cenere è il terzo capitolo della saga che vede come protagonisti i Na’vi, popolazione autoctona di Pandora. In questa maestosa epopea di fantascienza il punto di vista è ribaltato rispetto ai classici film, poiché gli alieni siamo noi: gli esseri umani. Il primo film è davvero un capolavoro, coinvolgente e intenso. Il secondo, a mio avviso, è stato un po’ debole e confuso. Nel terzo capitolo la saga si riprende e chiude gli archi narrativi ancora aperti in maniera spettacolare e avvincente. Cameron, con questa serie, denuncia un’umanità parassitaria e predatoria, che distrugge senza criterio e senza rimpianto.
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Avatar: Fuoco e Cenere è il terzo capitolo della saga che vede come protagonisti i Na’vi, popolazione autoctona di Pandora. In questa maestosa epopea di fantascienza il punto di vista è ribaltato rispetto ai classici film, poiché gli alieni siamo noi: gli esseri umani. Il primo film è davvero un capolavoro, coinvolgente e intenso. Il secondo, a mio avviso, è stato un po’ debole e confuso. Nel terzo capitolo la saga si riprende e chiude gli archi narrativi ancora aperti in maniera spettacolare e avvincente. Cameron, con questa serie, denuncia un’umanità parassitaria e predatoria, che distrugge senza criterio e senza rimpianto. Non tutti, però, sono così: c’è qualcosa dell’umanità che merita di essere salvato e che nella famiglia e nell’amore trova il senso di tutto. Vi possono essere delle obiezioni su alcuni punti, ma vista la magnificenza del world building e la spettacolarità di questa odissea narrativa, si può essere tolleranti e sperare che il messaggio del regista arrivi. Per me questa saga non è soltanto un business per fare merchandising, ma nasce con uno scopo più profondo ed etico, usando come esempio una società che non colonizza un pianeta, ma lo abita in perfetta sinergia, senza essere un cancro da estirpare, come sembra essere spesso la società umana: avida, crudele e insaziabile. Una saga che consiglio assolutamente anche a chi non ama la fantascienza, perché i sentimenti e l’umanità sono una lingua universale.
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peppy86
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mercoledì 31 dicembre 2025
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cameron colpisce ancora
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Il terzo capitolo prosegue le avventure della famiglia Sully, stavolta alle prese con una trib? Na?vi ostile: i Mangkwan. Se nel primo film l?elemento fondamentale era la terra e nel secondo l?acqua, in questo nuovo capitolo ? il fuoco a farla da padrone. Nonostante una storia semplice e lineare, questo terzo film diventa complesso sul piano dello scenario. Le trib? coinvolte sono numerose, cos? come gli esseri umani; si sviluppa ulteriormente il rapporto conflittuale tra Spider e il colonnello Quaritch, emerge con forza l?odio di Neytiri verso l?umanit?, tornano i Tulkun e si approfondisce la connessione sempre pi? potente tra Kiri ed Eywa. A ogni capitolo vengono aggiunti nuovi elementi che rendono le vicende di Pandora sempre pi? ampie e corali.
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Il terzo capitolo prosegue le avventure della famiglia Sully, stavolta alle prese con una trib? Na?vi ostile: i Mangkwan. Se nel primo film l?elemento fondamentale era la terra e nel secondo l?acqua, in questo nuovo capitolo ? il fuoco a farla da padrone. Nonostante una storia semplice e lineare, questo terzo film diventa complesso sul piano dello scenario. Le trib? coinvolte sono numerose, cos? come gli esseri umani; si sviluppa ulteriormente il rapporto conflittuale tra Spider e il colonnello Quaritch, emerge con forza l?odio di Neytiri verso l?umanit?, tornano i Tulkun e si approfondisce la connessione sempre pi? potente tra Kiri ed Eywa. A ogni capitolo vengono aggiunti nuovi elementi che rendono le vicende di Pandora sempre pi? ampie e corali. Sembra che James Cameron utilizzi questo pianeta come una tela su cui dipingere le sue spettacolari sequenze e i suoi personaggi. Viene spontaneo chiedersi in quale capitolo questa tela sar? talmente colma da costringerlo a sostituirla con una nuova: la Terra. Dal punto di vista tecnico, questo film rappresenta il punto pi? alto mai raggiunto finora in termini di avanguardia ed effetti visivi al cinema. Neanche Avatar - La via dell?acqua aveva raggiunto questi livelli: nel giro di pochi anni sono stati compiuti veri e propri miracoli. Il risultato ? che circa l?80% di ci? che vediamo ? ormai talmente palpabile da sembrare reale. Pi? volte ci si chieder? se ci? che appare sullo schermo sia frutto di animatronics o di un impressionante lavoro di CG. Nonostante il 2D sia assolutamente godibile, Avatar: Fuoco e Cenere offre il massimo della sua immersivit? in 3D. Non che nei primi due film questo non accadesse, ma qui le creature sembrano letteralmente uscire dallo schermo ? quindi occhi aperti.
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fiabane marika
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lunedì 29 dicembre 2025
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che delusione!
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Il film ? incentrato sui combattimenti, la trama ? prevedibile e poco sviluppata. Vengono toccate diverse tematiche interessanti ma mai approfondite come la salvaguardia dell'ambiente, le conseguenze delle guerre, come la sete di potere annebbia il giudizio. Si vedono continue esplosioni e distruzioni, il paesaggio fantastico e le sue potenzialit? sono poco valorizzate. Decisamente la direzione ? quella spettacolarizzazione con esagerazioni ed esplosioni continue. Risultato: non trasmette ed annoia.
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