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francesca meneghetti
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domenica 4 febbraio 2024
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il soldatino che non voleva crescere né combattere
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I frequentatori di Cima Grappa conoscono senz’altro il loculo dove giacciono i resti del soldato Peter Pan (se questo è il vero nome), ungherese, morto a ventuno anni sul Grappa. È qui che, infrangendo le regole del sacrario, vengono depositati fiorellini, sassi, conchiglie. L’omonimia con il noto personaggio letterario dl bambino che non voleva crescere, creato da J. M. Barrie nel 1902, e la giovanissima età dell’ungherese hanno determinato una crasi, su cui è stato costruito il film Il soldato Peter di Gianfilippo Pedote e Giliano Carli. Con un’aggiunta, dovuta a reminiscenze scolastiche, perché Pan, nella mitologia greca, è anche il dio delle selve e dei pascoli. Nasce così una storia, raccontata per immagini (il parlato è davvero centellinato): quella del bambino che pascolava pecore nella Transilvania, che viene arruolato da ragazzo, perde un amico, capisce subito che così è la guerra e se ne allontana, diserta, trovandosi a errare, guardingo ma non sprovveduto, in un paesaggio montano che è quello dell’altopiano di Asiago (dove si trovava il suo battaglione prima di essere dislocato sul Grappa).
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I frequentatori di Cima Grappa conoscono senz’altro il loculo dove giacciono i resti del soldato Peter Pan (se questo è il vero nome), ungherese, morto a ventuno anni sul Grappa. È qui che, infrangendo le regole del sacrario, vengono depositati fiorellini, sassi, conchiglie. L’omonimia con il noto personaggio letterario dl bambino che non voleva crescere, creato da J. M. Barrie nel 1902, e la giovanissima età dell’ungherese hanno determinato una crasi, su cui è stato costruito il film Il soldato Peter di Gianfilippo Pedote e Giliano Carli. Con un’aggiunta, dovuta a reminiscenze scolastiche, perché Pan, nella mitologia greca, è anche il dio delle selve e dei pascoli. Nasce così una storia, raccontata per immagini (il parlato è davvero centellinato): quella del bambino che pascolava pecore nella Transilvania, che viene arruolato da ragazzo, perde un amico, capisce subito che così è la guerra e se ne allontana, diserta, trovandosi a errare, guardingo ma non sprovveduto, in un paesaggio montano che è quello dell’altopiano di Asiago (dove si trovava il suo battaglione prima di essere dislocato sul Grappa). Ma l’intenzione documentaria è assente, sovrastata da un’intenzione simbolista e fantastica, per cui l’ex soldato Peter, che non vuole diventare adulto, se ciò comporta l’assunzione di responsabilità disumane, contro natura, diventa emblema della rivolta individuale alla guerra, a tutte le guerre. La guerra, di fatto, nel film, è fantasmizzata. Se si pensa a “Uomini contro” di Rosi, girato sull’altopiano, alle scene di battaglia, si resta del tutto spiazzati. Qui si sentono echi lontani di esplosioni, rombi di aerei (senza vederne uno, tranne l’elica di uno, forse di ricognizione, verso la fine), ma non si vedono eserciti. Si incontra solo un drappello sgarrupato di soldati, con un comandante pazzo a cavallo, che può sembrare un Don Chiscotte, e un palafreniere alla Sancho Panza: personaggi da Armata Brancaleone, senza attinenza con la Storia. Che non entra, a ragione o a torto, nelle intenzioni della regia. La guerra appare per i relitti che si lascia alle spalle: trincee e baraccamenti abbandonati, zaini con appese le lettere di addio ai familiari, ma poi anche elmetti, gavette, scarponi e persino salvagenti, resti di chissà quale guerra. La guerra, in questo film, è solo rumore assordante, molto simile a quello dei tuoni e dei temporali che si scatenano tra primavera ed estate in montagna. Ma il sonoro diventa il link per passare dalle immagini verosimili, con larga concessione al naturalismo, ai disegni animati, coloratissimi, che sono un po’ la cifra di questo film: qui si condensano le paure e gli incubi del protagonista, spesso sospinto, nella sua solitudine, a ricordare la sua infanzia, le sue leggende, le sue paure. Altra cifra sono allora i filmati girati in Ungheria in Super 8. A questi elementi simbolici si aggiunge la figura femminile, interpretata da Benedetta Barzini, che avvolta in un mantello dai colori cangianti, dall’arancio al blu, gira a piantare croci di legno, assieme a un uomo che ne ha il carretto pieno (a me ha ricordato il Cristo di E Johnny prese il fucile). Simbolo della morte o di una dea femminile che riconsegna alla terra dopo aver messo al mondo? Molte domande restano volutamente aperte e rimpallate dalla regia allo spettatore in questo film che colpisce per l’originalità. Difficile dire: mi piace. Di certo non è gratificante, ma fa pensare. Nota curiosa: il personaggio cinematografico Peter è bellissimo. Due occhi azzurri grandi e sgranati. Una zazzera scura. Scopro, a posteriori, che lo interpreta Ondina Quadri, donna.
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sergio dal maso
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mercoledì 6 dicembre 2023
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il canto della natura contro la guerra
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“La natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morte.” Giacomo Leopardi - Operette morali
Trincea di Col Caprile sul Monte Grappa. Nel silenzio del primo mattino un giovane soldato del fronte austriaco si muove silenzioso e furtivo. Riesce ad aprire un varco nel filo spinato. Impaurito, abbandona la trincea e si inoltra nel territorio italiano.
Il suo nome è Peter Pan, proviene da un villaggio ungherese dove faceva il pastore. Come tanti ragazzi arruolati a forza e poi fatti crudelmente massacrare nelle trincee della Grande Guerra, non sa nemmeno dove si trova o per cosa si sta combattendo.
Nella sconfinata natura dell’Altopiano, spopolata e martoriata dalle bombe, si muove a suo agio, quel paesaggio gli ricorda le sue colline, gli riaccende ricordi della sua infanzia che gli tengono compagnia.
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“La natura ci destinò per medicina di tutti i mali la morte.” Giacomo Leopardi - Operette morali
Trincea di Col Caprile sul Monte Grappa. Nel silenzio del primo mattino un giovane soldato del fronte austriaco si muove silenzioso e furtivo. Riesce ad aprire un varco nel filo spinato. Impaurito, abbandona la trincea e si inoltra nel territorio italiano.
Il suo nome è Peter Pan, proviene da un villaggio ungherese dove faceva il pastore. Come tanti ragazzi arruolati a forza e poi fatti crudelmente massacrare nelle trincee della Grande Guerra, non sa nemmeno dove si trova o per cosa si sta combattendo.
Nella sconfinata natura dell’Altopiano, spopolata e martoriata dalle bombe, si muove a suo agio, quel paesaggio gli ricorda le sue colline, gli riaccende ricordi della sua infanzia che gli tengono compagnia.
Non è una fuga verso la libertà, si rende conto che è praticamente impossibile riuscire a tornare a casa.
Si muove timoroso e cauto come un elfo dei boschi.
Ci sono strani presagi nell’aria. Segnali di morte. I pochi esseri umani che incontra, senza mai farsi scoprire, sembrano presenze eteree, incorporee. Uno strambo capitano somigliante a Don Chisciotte che guida uno sparuto gruppo di soldati italiani allo sbando non lo vede ma avverte la presenza di ombre. Una anziana dal volto scavato e compassionevole lo osserva da lontano, porta delle croci su un carretto.
Capisce che sarà il suo ultimo viaggio. Può solo abbandonarsi alla natura, seguirne il respiro, sentire di far parte del suo immenso mistero e accogliere il suo abbraccio immanente.
Una natura viva e pulsante nei suoi microcosmi, dove cavallette, lucertole e formiche ne continuano il corso, indifferenti alle miserie umane. Ma anche una natura madre e protettrice, in cui un imponente dio Pan, simboleggiato da un gigantesco caprone con le corna, si ribella e lotta contro il mostro distruttivo della guerra. La morte, che con la guerra non può che essere distruzione e furia cieca, ora diventa catarsi, riconciliazione con la madre-terra, alfa e omega finalmente ricongiunti.
Soldato Peterè un film piccolo e delicato, un autentico gioiello che risplende di poesia.
I due registi, Gianfilippo Pedote, storico produttore milanese di progetti cinematografici innovativi, e Giliano Carli, scenografo asiaghese di maestri come Olmi e Lucchetti, hanno iniziato a lavorare su questo progetto circa vent’anni fa. La scintilla l’accese la scoperta della presenza nel Sacrario militare di Cima Grappa di un loculo di un soldato chiamato Peter Pan. La sua tomba ha sempre fiori freschi e nuovi visitatori per la curiosa omonimia con il personaggio del romanzo di J.M. Barrie.
Come tutte le opere d’arte Soldato Peter è un film in cui lo spettatore deve abbandonarsi alla visione, lasciandosi guidare dallo sguardo smarrito e dagli occhi magnetici di Ondina Quadri, una scelta assolutamente azzeccata per trasmettere l’innocenza e il candore dell’età spezzata di Peter.
Il coraggio di far coesistere elementi cinematograficamente distanti, come la tecnica pittorica del live-painting di Cosimo Miorelli o il girato in Super8 sfocato usato per i flashback, con la nitidezza di una fotografia a tratti documentaristica, è stato ampiamente ripagato da una struttura narrativa che risulta compatta e coerente, coinvolgente per le emozioni che riesce a trasmettere.
Sullo sfondo, protagonista è la natura, ferita dalla guerra ma indomita, magnificamente fotografata da Matteo Calore e impreziosita dai paesaggi di luoghi simbolici come il Monte Zebio, il Barental o il Monte Corno.
È un film in cui le parole sono lievi, centellinate, lasciano spazio alle immagini, ai rumori della natura e ai silenzi. Eppure, nella sua delicatezza Soldato Peter è un film potente.
“Un canto sommesso contro la guerra che oggi continua a insanguinare il mondo”, lo hanno definito i due registi, “quella guerra che sembra scaturire dallo stesso pensiero onnipotente e tecnofilo che ha portato l’uomo a considerare la natura come qualcosa di estraneo e distante da sé, un’entità da sfruttare per trarne beneficio, economico in primo luogo, fino a creare le condizioni per rendere incerta la nostra stessa sopravvivenza sulla Terra.”
Non poteva che essere la montagna a dare l’ultimo abbraccio a Peter e alla sua generazione cancellata dalla Grande Guerra. Se il Peter Pan della favola non voleva crescere, a quello in carne e ossa e a milioni di ragazzi mandati a morire al fronte non è stato permesso.
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