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alesa
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lunedì 2 dicembre 2024
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la forza e il coraggio di chiara
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In un mondo che ha spazio solo per gli uomini, Chiara di Assisi trova la forza di confrontarsi tenacemente con il potere: il Papa, lo stesso san Francesco. Il potere la sovrasta ma non la domina. Il film di Nicchiarelli è un film politico, probabilmente il più politico della regista romana, è un inno alla libertà, alla sorellanza e alla fratellanza, è un invito a smettere i panni imposti dalla società e a sfuggire dai ruoli nei quali il potere ci ingabbia per ritrovare la propria idenmtità nell'incontro con l'altro.
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review
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mercoledì 21 dicembre 2022
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orribile
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regista senza talento alcuno che forse lavora per il me too. Schifosamente scolastica. Film bruttissimo, girato con una scarpa e una ciabatta. Attori pessimi.
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giancarlo b
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giovedì 22 dicembre 2022
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chiara post-femminista
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A chi non fossero bastate la splendente Santa Chiara di Zeffirelli (edificante ma non agiografica) e quella più contenuta e sobria di Liliana Cavani, ecco adesso una nuova versione scritta e diretta da Susanna Nicchiarelli. Si potrebbe definirla un quasi-musical in chiave post-femminista e il suo sottotitolo potrebbe essere "La rinuncia alla santità (o il rifiuto di essa?) in nome della solidarietà di genere". In effetti i momenti alti - che addensano i passaggi lirici della narrazione - sono proprio i numeri musicali che concretano l'affiatamento femminile di gruppo, in particolare la suggestiva e toccante sequenza finale del miracolo del pane. Dapprima solo Chiara con Pacifica si unisce ai frati francescani, ma ben presto decine di donne si aggregano e ne nasce un movimento spontaneo che cambierà la storia.
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A chi non fossero bastate la splendente Santa Chiara di Zeffirelli (edificante ma non agiografica) e quella più contenuta e sobria di Liliana Cavani, ecco adesso una nuova versione scritta e diretta da Susanna Nicchiarelli. Si potrebbe definirla un quasi-musical in chiave post-femminista e il suo sottotitolo potrebbe essere "La rinuncia alla santità (o il rifiuto di essa?) in nome della solidarietà di genere". In effetti i momenti alti - che addensano i passaggi lirici della narrazione - sono proprio i numeri musicali che concretano l'affiatamento femminile di gruppo, in particolare la suggestiva e toccante sequenza finale del miracolo del pane. Dapprima solo Chiara con Pacifica si unisce ai frati francescani, ma ben presto decine di donne si aggregano e ne nasce un movimento spontaneo che cambierà la storia. Esse non vogliono regole ma non accettano neppure di essere sottomesse; vogliono semplicemente aiutare il prossimo senza sovrastrutture gerarchiche. Al di là di questo, mi sembra che il merito principale del film risieda nel suo realismo linguistico, vale a dire che i personaggi parlano la stessa lingua dell'epoca in cui la storia è ambientata. Un grammelot misto di dialetto umbro e italiano volgare, quanto mai efficace benché richieda l'apporto dei sottotitoli, Fatto raro nel cinema italiano dopo Paisà, La terra trema, L'albero degli zoccoli. Auguro un gran bene e lunga vita alla meritevole autrice.
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cinzia
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martedì 13 dicembre 2022
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un film corale
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L’ho visto perché era incluso in un biglietto unico con doppia proiezione al Palabiennale del Lido durante la mostra del cinema, altrimenti non l’avrei mai visto perché non sono amante della biografie, tanto meno delle biografie di santi (che noia!). Invece… è un film che mi ha piacevolmente stupito, la Nicchiarelli non ne sbaglia uno (avete visto il suo “Miss Marx?” nooo?? beh vedetevelo è stupendo) e per completare ricordo che ha vinto il premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2017 con “Nico” la biografia della omonima sensuale cantante dei Velvet Underground nonché musa di Andy Warhol.
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L’ho visto perché era incluso in un biglietto unico con doppia proiezione al Palabiennale del Lido durante la mostra del cinema, altrimenti non l’avrei mai visto perché non sono amante della biografie, tanto meno delle biografie di santi (che noia!). Invece… è un film che mi ha piacevolmente stupito, la Nicchiarelli non ne sbaglia uno (avete visto il suo “Miss Marx?” nooo?? beh vedetevelo è stupendo) e per completare ricordo che ha vinto il premio Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2017 con “Nico” la biografia della omonima sensuale cantante dei Velvet Underground nonché musa di Andy Warhol.
E’ un film corale, un film dove il gruppo è molto più dell’insieme dei singoli individui, infatti i due “presunti” protagonisti, Chiara e Francesco, non spiccano tra gli altri, nemmeno per la recitazione dei due giovani attori (molto più bravi i più esperti Lo Cascio che fa un cammeo delizioso interpretando prima un cardinale e poi il papa e Paola Cruciani, che interpreta Balvina, una delle donne più mature che seguono Chiara) che recitano molto sotto tono, sicuramente una scelta (ottima) della regista. Detto questo è un film incantevole dall’inizio alla fine, per la bellezza delle scenografie e ambientazioni, per il modo di raccontare di Nicchiarelli, così moderno e brillante, per il linguaggio usato (un fantastico dialetto del centro Italia infarcito di parole latine) per la musica e la danza così ben strutturate all’interno della narrazione da risultarne parte integrante come la recitazione e la parola.
In “Chiara” vengono esaltati due aspetti che lo rendono un film attuale; in primo luogo la giovinezza e la leggerezza di Chiara, che sembra un’adolescente dei nostri tempi, una ragazza che sceglie di liberarsi dalla pesantezza dell’epoca in cui vive e va dove lei pensa che sia giusto andare, senza lasciarsi condizionare dal pensiero altrui, e che è così semplice e spontanea da stupirsi lei stessa dei suoi miracoli, che le piombano addosso non richiesti, miracoli che cerca di spiegare con circostanze concrete perché a lei per prima risultano del tutto inaspettati. In secondo luogo, l’essere donna, che Chiara e le sue sorelle vivono con grande serenità, senza farsi tanti problemi se una cosa loro la possono o non la possono fare; gli intoppi, i cavilli, i lacci e i lacciuoli sono messi in risalto dagli uomini che le circondano, anche dallo stesso Francesco che in certe situazioni cede a compromessi e ha meno tenacia di Chiara, dai familiari e dagli stessi uomini di Chiesa, che le ostacolano invece di trovare un modo per lavorare assieme.
La Chiara di Nicchiarelli esce da questo racconto come una persona a tutto tondo, con le sue idee, le sue aspirazioni e il suo lavoro di assistenza ai poveri e agli ammalati, alle donne e ai bambini, nettamente autonoma dalla figura di Francesco, una donna che ha degli obiettivi e capisce benissimo che non può raggiungerli se prima non conquista la sua libertà: la libertà di agire in prima persona, di scegliere in che direzione rivolgere la propria vita, la libertà di progettare, la libertà di fare diversamente da come si è sempre fatto. Una battaglia attuale, non vi sembra?
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peer gynt
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sabato 10 settembre 2022
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alla ricerca dell''uguaglianza fra i figli di dio
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Sgombriamo subito il campo da una questione tecnica che non è affatto irrilevante: la dizione degli attori. Perché il cinema italiano spesso la trascura come un fatto secondario? Il suono in presa diretta, l'uso del dialetto e la recitazione strascicata e smozzicata sono un segnale inconfondibile di molto cinema italiano. Evidentemente a muovere gli autori è un malinteso senso di realismo, come se gli attori che "recitano", porgendo le battute con chiarezza, non sappiano di verità. Motivazione che non sta in piedi, visto che il cinema è comunque e sempre finzione, rielaborazione personale di qualsiasi pretesa realtà. Allora perché? Il problema non è nemmeno l'attore: infatti in questo film Margherita Mazzucco e Andrea Carpenzano (gli attori di Chiara e Francesco) verso la fine del film recitano in voce off "Il Cantico delle creature", e in quel caso la dizione è scandita e più che comprensibile.
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Sgombriamo subito il campo da una questione tecnica che non è affatto irrilevante: la dizione degli attori. Perché il cinema italiano spesso la trascura come un fatto secondario? Il suono in presa diretta, l'uso del dialetto e la recitazione strascicata e smozzicata sono un segnale inconfondibile di molto cinema italiano. Evidentemente a muovere gli autori è un malinteso senso di realismo, come se gli attori che "recitano", porgendo le battute con chiarezza, non sappiano di verità. Motivazione che non sta in piedi, visto che il cinema è comunque e sempre finzione, rielaborazione personale di qualsiasi pretesa realtà. Allora perché? Il problema non è nemmeno l'attore: infatti in questo film Margherita Mazzucco e Andrea Carpenzano (gli attori di Chiara e Francesco) verso la fine del film recitano in voce off "Il Cantico delle creature", e in quel caso la dizione è scandita e più che comprensibile. Perché invece i dialoghi sono caratterizzati da parole smozzicate, da un periodare che va spegnendosi, da un'opacità di voce e parole (tanto che a volte bisognava leggere i sottotitoli inglesi della copia proiettata alla Mostra del cinema di Venezia per cogliere il dialogo nella sua interezza)? E perché Luigi Lo Cascio, nell'interpretare il cardinal Ugolino dei conti di Segni (poi papa Gregorio IX), recita con una dizione molto più chiara? Viene il sospetto che solo agli umili sia riservato un eloquio popolano verisimile e quindi tutto strascicato, ma in questo caso sarebbe un errore, essendo Francesco in origine un ricco e colto borghese e Chiara addirittura una nobile. Messa da parte questa problematica tecnica, il film convince mostrando vari pregi, dal ritmo ad episodi giustapposti (chiara ripresa della letteratura agiografica coeva, si pensi a florilegi come i famosi "Fioretti di san Francesco"), alla costruzione dei personaggi, dalla fedeltà al dato storico (che si appoggia sulla competenza della medievista Chiara Frugoni) ad un saggio utilizzo di musica e danza, che le fonti attestano ben presenti nella vita di Chiara e Francesco (con un'eccezione che non ci ha affatto convinto, la canzone finale affidata al cantautore Cosmo, un off-topic che stride e che sa tanto di captatio benevolentiae per il pubblico giovane). Anche l'aspetto linguistico è una scelta felice: una sorta di vernacolo centro-italico sicuramente vicino a quello usato all'epoca, per il quale il capostipite francescano è ovviamente Pier Paolo Pasolini con il suo "Uccellacci e uccellini" del 1966 (ma i due film divergono totalmente nella presentazione di san Francesco, basti pensare che quello di Pasolini invia frate Ciccillo e frate Ninetto a convertire gli uccelli, mentre quello della Nicchiarelli è chiaro nel sottolineare che compito dei francescani non è affatto quello di convertire i fratelli, ma quello di amarli). In definitiva, film di qualità non privo di momenti interessanti e scene gustose.
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(di herry)
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