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maxmax
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lunedì 24 marzo 2025
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gentilmente
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Sapreste indicarmi il titolo della melodia finale (titoli di coda) quando Aris mangia la mela.
Mi risulta assai difficoltoso riconoscerla.
Film da vedere, fare i conti con la realtà,non è mai scontato e privo di traumi.
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monica mainardi
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sabato 19 novembre 2022
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un film in cui le immagini comunicano ancora meglio dei dialoghi
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Non sono molto esperta né appassionata di cinematografia ellenica, ma questo film mi ha ispirato fin dalla locandina e dal titolo, Apples. Mele. Una sola e direi banale parola di uso comune in grado qui di racchiudere una molteplicità e complessità di significati. Un richiamo alla Genesi certo ma anche al fatto che, come dice il fruttivendolo verso il finale, "nessuno le compra eppure si dice facciano bene alla memoria". Ecco che viene dichiarato il tema principale del film: la memoria. Seguita da tutta una serie di riflessioni ad essa correlate che più che spiegate con la voce degli attori sono esplicitate dalle sequenze visive. Tra l'altro sempre molto equilibrate e mai sopra le righe. Ma proprio qui a mio parere risiede l'efficacia del film: ogni cosa è raccontata con naturalezza e grande verosimiglianza, tutto ciò che accade potrebbe veramente verificarsi.
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Non sono molto esperta né appassionata di cinematografia ellenica, ma questo film mi ha ispirato fin dalla locandina e dal titolo, Apples. Mele. Una sola e direi banale parola di uso comune in grado qui di racchiudere una molteplicità e complessità di significati. Un richiamo alla Genesi certo ma anche al fatto che, come dice il fruttivendolo verso il finale, "nessuno le compra eppure si dice facciano bene alla memoria". Ecco che viene dichiarato il tema principale del film: la memoria. Seguita da tutta una serie di riflessioni ad essa correlate che più che spiegate con la voce degli attori sono esplicitate dalle sequenze visive. Tra l'altro sempre molto equilibrate e mai sopra le righe. Ma proprio qui a mio parere risiede l'efficacia del film: ogni cosa è raccontata con naturalezza e grande verosimiglianza, tutto ciò che accade potrebbe veramente verificarsi. Di fantascientifico dunque c'è ben poco, a mio parere. A partire dai due protagonisti che non hanno alcun tratto eroico né sovrumano, al contrario sono assolutamente umani con i limiti e i difetti di due qualsiasi esseri umani, ma in aggiunta privi di ricordi perciò senza una vera identità. E qui il regista fa un'iconica riflessione sulla relazione esistente tra identità e memoria. Un essere umano privo di memoria è anche privo di identità? Il film sembra suggerire proprio questa tesi. Ed ecco allora che entrano in azione i personaggi capaci di ricostruirne una a chi l'ha ormai perduta. Tra l'altro tutti caratterizzati da esistenze vuote, solitarie e routinarie. Dunque sembra questa l'unica alternativa possibile: lasciarsi guidare da una voce esterna che indica loro giorno dopo giorno i passi da seguire per crearsi una nuova identità. Finché il protagonista si renderà conto che questa "cura" sperimentale è forse ancora più nonsense ed inconcludente della sua stessa esistenza... Perciò tanto vale gustarsi una mela "rischiando" di recuperare la propria identità originaria.
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kambusablu
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lunedì 10 maggio 2021
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sconcertante
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Che dire? Imbarazzante. Mi imbestialisco quando sento qualcuno giudicare un film o un testo letterario sulla base di criteri del tipo "è lento" oppure "ma non succede niente". Ma questa volta, faute de mieux, dovrò utilizzare proprio queste due detestabili etichette per dare la mia opinione su questo film, perché, letteralmente, non succede niente. Non solo sullo schermo ma neanche nello spettatore, niente. Si può scrivere un romanzo in cui "non succede niente", ad esempio "Le onde" di Virginia Woolf o "Finnegan's Wake" di Joice, ma bisogna essere dei maghi del linguaggio. Per il cinema, bisognerebbe che le immagini, le inquadrature, le sequenze parlasero da sole, facendo vedere, sentire, toccare che esiste un altro livello di lettura.
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Che dire? Imbarazzante. Mi imbestialisco quando sento qualcuno giudicare un film o un testo letterario sulla base di criteri del tipo "è lento" oppure "ma non succede niente". Ma questa volta, faute de mieux, dovrò utilizzare proprio queste due detestabili etichette per dare la mia opinione su questo film, perché, letteralmente, non succede niente. Non solo sullo schermo ma neanche nello spettatore, niente. Si può scrivere un romanzo in cui "non succede niente", ad esempio "Le onde" di Virginia Woolf o "Finnegan's Wake" di Joice, ma bisogna essere dei maghi del linguaggio. Per il cinema, bisognerebbe che le immagini, le inquadrature, le sequenze parlasero da sole, facendo vedere, sentire, toccare che esiste un altro livello di lettura. Qui semplicemente c'è un plot che si può riassumere con: "C'è un tale che si indovina che ha perso la memoria. Due medici gli fanno fare delle cose strane (che sia un programma per la ricostruzione della personalità anche quello lo si indovina principalmente dalle recensioni e dalle presentazioni dei critici, che evidentemente sono stati istruiti in precedenza). Ah, no! C'è la donna che fa le stesse cose che deve fare lui ma un giorno prima così si indovina che anche lei segue un copione prestabilito. Ma lui non ci sta". Sono volutamente grossolano perché quando non c'è vento a sostenerlo l'aquilone casca e fa un bel tonfo inglorioso. No, l'ideuzza è miserrima e lo sceneggiatore non era assolutamente in grado o non aveva voglia di spremersi le meningi. Perché APPLES? Per suggerire che Steve Jobs è risorto e ha fondato una nuova fabbrica di computer? In greco è "Mila": Mele. Sarebbe stato bellissimo. Non c'è nemmeno la scusa miserabile del titolo originale. Sarebbe stato ancor meglio se le mele in questione avessero giocato davvero un qualche ruolo simbolo comprensibile. Che tolgano il medico di torno si dice in italiano, in neogreco non sono in grado di dire ma dla film non si evince. Quando i film sono così vacui i critici si scatenano e ci mettono del loro tutto quello che manca: filosofia spicciola, spiritualità di ritorno, saggezza popolare... Ma nel film nulla di questo è presente. A mio parere tempo perso.
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carla francesca catanese
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lunedì 7 settembre 2020
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la chiave di volta intimista del cinema ellenico
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Certo che, da un decennio, il nuovo corso del Cinema greco sorprende e non poco, a partire dall’ormai consolidato successo di critica del suo esponente più rappresentativo: Yorgos Lanthimos. E, in effetti, l’ouverture di MILA (Mele) - primo lungometraggio del regista Christos Nikou, opera inaugurale della Sezione Orizzonti di Venezia 77 - pare recuperare il climax straniante che contraddistingue molta parte della filmografia di Lanthimos (peraltro solo oggi nelle sale d’Italia con il suo perturbante, e a tratti geniale, Kynodontas del 2009).
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Certo che, da un decennio, il nuovo corso del Cinema greco sorprende e non poco, a partire dall’ormai consolidato successo di critica del suo esponente più rappresentativo: Yorgos Lanthimos. E, in effetti, l’ouverture di MILA (Mele) - primo lungometraggio del regista Christos Nikou, opera inaugurale della Sezione Orizzonti di Venezia 77 - pare recuperare il climax straniante che contraddistingue molta parte della filmografia di Lanthimos (peraltro solo oggi nelle sale d’Italia con il suo perturbante, e a tratti geniale, Kynodontas del 2009).
Ambienti asettici, minimali, quasi aspaziali, ritraggono il protagonista in una luce grigioverde, figlia della fotografia precisa, chirurgica, in cui tutto appare sospeso. Pare che aleggi un’atmosfera di perdita e pare proprio che molte persone siano vittime di amnesia improvvisa, costrette a ricoveri coatti perché dimentiche del proprio essere che nessuno reclama. Accade anche ad Aris (l’ottimo Aris Servetalis), sollecitato ad aderire al programma Impariamo a Vivere, secondo il percorso guidato “Nuove Identità”. Inizia così il tragitto verso la ricostruzione di un sé apparentemente sconosciuto secondo tappe guidate che impongono l’esperienza di atti comunissimi, come andare in bicicletta o a una festa, o flirtare con una ragazza. Ad Aris viene richiesto di cristallizzare i risultati dei “compiti” assegnati attraverso un’autoscatto Polaroid.
E qui, in questo preciso istante, prende forma l’intento narrativo di Nikou che ribalta completamente la distopica prospettiva iniziale e si discosta da percorsi finora tracciati dalla weird wave ellenica. A ben vedere ci si accorge che il formato 4:3, il registratore a nastro, la macchina fotografica istantanea, hanno una logica ben precisa: consegnare lo spettatore su lunghezze d’onda analogiche, in una dimensione interiore, totalmente intima. L’anfratto della nostalgia, il recupero di una memoria dei piccoli gesti, di un alfabeto emotivo disgregato, spezzato, annullato. Seneca diceva che “si volge ad attendere il futuro chi non sa vivere il presente”.
In MILA converge un’epoca, una generazione, un popolo, un umanità, una storia personale che è stata trafitta di Nulla e di abbandono. Che è stata negata di presente, ancor prima di immaginare un futuro. Che deve rieducare a gesti di sopravvivenza la parodia dei giorni, finché si trova ad annaspare nel Limbo della rimozione. Profondamente umano è il racconto di Christos Nikou, lento come un astronauta che sbarca sul pianeta. Che si muove piano per non essere toccato, perché ancora fragile. Che cerca nell’autoscatto una immagine archetipica per rinominare il quotidiano, salvare con nome atti consueti e ricomporre un identikit esistenziale che si è sgretolato. Lo sapeva bene la fotografa Francesca Woodman, quando cercava l’eco di se stessa nella pellicola come se fosse stata una pelle disabitata da millenni. Lo capisce Aris quando decide di mangiare le mele e affrontare il danno della memoria che la vita è questa. Anche perdita, ricordiamocelo.
Ps. A tutti i poeti imperfetti che abitano le nostre stelle.
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daniela montanari
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venerdì 4 settembre 2020
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una melal al giorno toglie l''amnesia di torno?
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Occorre deglutire durante le prime scene se si sceglie di continuare a guardare questo film, intuendo che un virus si sta espandendo tra la popolazione: è ciò che accade anche al nostro protagonista, Aris. Un forte mal di testa e poi via, tutta la memoria spazzata completamente lontano dal corpo. Aris si ritrova all'ospedale, senza documenti, senza un parente che richieda notizie, solo. Dopo alcuni giorni accetta la terapia sperimentale che gli offre una nuova identità, per creare la quale dovrà seguire istruzioni ricevute ascoltando delle musicassette, e documentando ogni singola azione suggerita fotografandone la riuscita.
Aris è un uomo educato, gentile, pacato, che segue le istruzioni e si fotografa via via negli esercizi "da manuale".
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Occorre deglutire durante le prime scene se si sceglie di continuare a guardare questo film, intuendo che un virus si sta espandendo tra la popolazione: è ciò che accade anche al nostro protagonista, Aris. Un forte mal di testa e poi via, tutta la memoria spazzata completamente lontano dal corpo. Aris si ritrova all'ospedale, senza documenti, senza un parente che richieda notizie, solo. Dopo alcuni giorni accetta la terapia sperimentale che gli offre una nuova identità, per creare la quale dovrà seguire istruzioni ricevute ascoltando delle musicassette, e documentando ogni singola azione suggerita fotografandone la riuscita.
Aris è un uomo educato, gentile, pacato, che segue le istruzioni e si fotografa via via negli esercizi "da manuale".
In un mondo fatto di pochi colori, di poche parole, in assenza di cellulari e aderendo ad un progetto collettivo che dovrebbe restituire la memoria, forse potrebbero celarsi altre intenzioni, qualcosa che somigli a subdole manipolazioni di massa.
E la mela, il frutto (Mila) mantiene, nel film, anche quel suo fascino proibito, quella ricerca di stabilità, di gestualità, più che di sapore vero e proprio.
Aris sarà disposto a preferire ancora le mele, ben sapendo che aiutano a preservare la memoria, oppure preferirà ad un certo punto, le arance?
Da spettatori si potrebbe azzardare che il regista greco Christos Nikou, al suo esordio e in gara per la sezione Orizzonti, ci voglia mettere davanti, con ben pochi fronzoli, ciò che siamo diventati, con i social-media, improvvisandoci tutti filmaker, fotografi, diaristi, reporter di noi stessi.
Non è chiaro, è molto bravo Nikou a non lasciar trapelare il suo intento ed è piuttosto originale il risultato che ottiene in questa regia che ha visto la luce dopo una lunghissima gestazione emotiva personale.
Aris ci condurrà alla fine, alle ultime immagini, e noi ci sentiremo liberi e memori. O forse, continueremo a comportarci come indolenti smemorati.
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