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venerdì 8 novembre 2024
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mamma mia ...
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Una recensione incredibile che si sforza invano di dare legittimità ad una sceneggiatura e ad una regia che non stanno in piedi e offendono l'intelligenza dello spettatore.
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tunaboy
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martedì 29 giugno 2021
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analisi “caché”: il meta-giustizialismo
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Una videocassetta, abbandonata all’entrata di una casa di una benestante famiglia parigina. La videocassetta mostra una ripresa di quell’entrata. Per quanto inquietante, i componenti della famiglia non gli prestano particolare attenzione.
Una seconda videocassetta, contenente lo stesso filmato. Questa volta, però, è avvolta da un disegno infantile, raffigurante quello che sembrerebbe essere un bambino che sputa sangue.
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Una videocassetta, abbandonata all’entrata di una casa di una benestante famiglia parigina. La videocassetta mostra una ripresa di quell’entrata. Per quanto inquietante, i componenti della famiglia non gli prestano particolare attenzione.
Una seconda videocassetta, contenente lo stesso filmato. Questa volta, però, è avvolta da un disegno infantile, raffigurante quello che sembrerebbe essere un bambino che sputa sangue. Ora la famiglia comincia a preoccuparsi.
Alcune cartoline raffiguranti lo stesso disegno cominciano ad essere recapitate ai componenti della famiglia. Ora basta! Questo scherzo non fa più ridere.
Una terza videocassetta compare sull’uscio della casa. Però qualcosa è cambiato: il filmato non ci mostra più la solita entrata, ma la fattoria dove è cresciuto Georges, padre e marito della famiglia. È più determinato che mai a trovare il colpevole.
Una quarta videocassetta, molto diversa dalle precedenti: oltre ad essere avvolta da un nuovo disegno, ora raffigurante una gallina sgozzata, contiene un filmato enigmatico, la ripresa di quello che sembrerebbe essere un tragitto per tornare a casa, ma ad una casa sconosciuta a tutti. Dopo alcune ricerche, Georges decide di recarvicisi.
Qui incontrerà una sua vecchia conoscenza, protagonista di un momento della sua infanzia particolarmente buio: infatti, l’inquilino del civico è Majid, uomo di origino algerine che era stato adottato dalla famiglia di Georges quando era bambino. Majid, però, non era mai piaciuto al piccolo Georges, il quale, per obbligarlo ad andarsene, inventò una serie di calunnie su di lui. In particolare disse di averlo visto sputare sangue e uccidere una gallina. È evidente il parallelismo con i disegni che ha ricevuto insieme alle videocassette. Per questo motivo Georges si convince che il colpevole sia proprio Majid, il quale starebbe cercando una sorta di vendetta per ciò che ha subito da piccolo. Quando i due si incontreranno, però, ci apparirà evidente come l’algerino sia innocente, ancora vittima di qualche scherzo del destino. Georges, però, non si convincerà della sua innocenza.
E così ci avviamo verso il tragico epilogo, del quale, ovviamente, non parlerò.
Nel suo “Caché”, Haneke riesce a creare un thriller “a lenta cottura” che obbliga ad interrogarci sulle nostre concezioni di colpevole e vittima, e verità e menzogna: infatti, il misterioso mittente delle videocassette sembra quasi essere un “paladino della verità”, passando, almeno secondo le intenzioni del regista, da criminale a eroe, riuscendo a trasformare la vittima in colpevole. Rimanendo ignoto, infatti, il mittente assume la forma di entità ideale, addirittura metanarrativa, foriera di giustizia e verità. Il tema della menzogna, infatti, è presente sotto diverse forme all’interno della pellicola: partendo dall’ovvio, ovvero dalla menzogna che compone il motore della trama stessa, passando per riferimenti alla manipolazione dei programmi televisivi, fino ad arrivare alla citazione di eventi storici divenuti emblema dell’insabbiamento attuato dallo stato (si veda il Massacro di Parigi del 1961, dove, secondo la storia, sarebbero morti i genitori di Majid).
All'interno dell’esaltazione di questa sorta di meta-giustizialismo, però, sembra di intravederne una critica: sembrerebbe, infatti, impossibile una pacifica convivenza tra questa giustizia di divina memoria e la natura peccaminosa e menzognera dell’uomo. Infatti, queste menzogne creerebbero una muraglia, un castello dove l’uomo possa ripararsi dalla crudele realtà delle cose, e, quando questa muraglia viene abbattuta dalla verità assoluta, l’uomo viene investito da una realtà con la quale non è abituato a fare i conti, generando in lui sgomento e inquietudine.
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tunaboy
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martedì 29 giugno 2021
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analisi “caché”: il meta-giustizialismo
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Una videocassetta, abbandonata all’entrata di una casa di una benestante famiglia parigina. La videocassetta mostra una ripresa di quell’entrata. Per quanto inquietante, i componenti della famiglia non gli prestano particolare attenzione.
Una seconda videocassetta, contenente lo stesso filmato. Questa volta, però, è avvolta da un disegno infantile, raffigurante quello che sembrerebbe essere un bambino che sputa sangue.
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Una videocassetta, abbandonata all’entrata di una casa di una benestante famiglia parigina. La videocassetta mostra una ripresa di quell’entrata. Per quanto inquietante, i componenti della famiglia non gli prestano particolare attenzione.
Una seconda videocassetta, contenente lo stesso filmato. Questa volta, però, è avvolta da un disegno infantile, raffigurante quello che sembrerebbe essere un bambino che sputa sangue. Ora la famiglia comincia a preoccuparsi.
Alcune cartoline raffiguranti lo stesso disegno cominciano ad essere recapitate ai componenti della famiglia. Ora basta! Questo scherzo non fa più ridere.
Una terza videocassetta compare sull’uscio della casa. Però qualcosa è cambiato: il filmato non ci mostra più la solita entrata, ma la fattoria dove è cresciuto Georges, padre e marito della famiglia. È più determinato che mai a trovare il colpevole.
Una quarta videocassetta, molto diversa dalle precedenti: oltre ad essere avvolta da un nuovo disegno, ora raffigurante una gallina sgozzata, contiene un filmato enigmatico, la ripresa di quello che sembrerebbe essere un tragitto per tornare a casa, ma ad una casa sconosciuta a tutti. Dopo alcune ricerche, Georges decide di recarvicisi.
Qui incontrerà una sua vecchia conoscenza, protagonista di un momento della sua infanzia particolarmente buio: infatti, l’inquilino del civico è Majid, uomo di origino algerine che era stato adottato dalla famiglia di Georges quando era bambino. Majid, però, non era mai piaciuto al piccolo Georges, il quale, per obbligarlo ad andarsene, inventò una serie di calunnie su di lui. In particolare disse di averlo visto sputare sangue e uccidere una gallina. È evidente il parallelismo con i disegni che ha ricevuto insieme alle videocassette. Per questo motivo Georges si convince che il colpevole sia proprio Majid, il quale starebbe cercando una sorta di vendetta per ciò che ha subito da piccolo. Quando i due si incontreranno, però, ci apparirà evidente come l’algerino sia innocente, ancora vittima di qualche scherzo del destino. Georges, però, non si convincerà della sua innocenza.
E così ci avviamo verso il tragico epilogo, del quale, ovviamente, non parlerò.
Nel suo “Caché”, Haneke riesce a creare un thriller “a lenta cottura” che obbliga ad interrogarci sulle nostre concezioni di colpevole e vittima, e verità e menzogna: infatti, il misterioso mittente delle videocassette sembra quasi essere un “paladino della verità”, passando, almeno secondo le intenzioni del regista, da criminale a eroe, riuscendo a trasformare la vittima in colpevole. Rimanendo ignoto, infatti, il mittente assume la forma di entità ideale, addirittura metanarrativa, foriera di giustizia e verità. Il tema della menzogna, infatti, è presente sotto diverse forme all’interno della pellicola: partendo dall’ovvio, ovvero dalla menzogna che compone il motore della trama stessa, passando per riferimenti alla manipolazione dei programmi televisivi, fino ad arrivare alla citazione di eventi storici divenuti emblema dell’insabbiamento attuato dallo stato (si veda il Massacro di Parigi del 1961, dove, secondo la storia, sarebbero morti i genitori di Majid).
All'interno dell’esaltazione di questa sorta di meta-giustizialismo, però, sembra di intravederne una critica: sembrerebbe, infatti, impossibile una pacifica convivenza tra questa giustizia di divina memoria e la natura peccaminosa e menzognera dell’uomo. Infatti, queste menzogne creerebbero una muraglia, un castello dove l’uomo possa ripararsi dalla crudele realtà delle cose, e, quando questa muraglia viene abbattuta dalla verità assoluta, l’uomo viene investito da una realtà con la quale non è abituato a fare i conti, generando in lui sgomento e inquietudine.
Ma quindi, è meglio vivere in una realtà di menzogne o convivere con la verità, dovendo, però, affrontarne le conseguenze?
Il film potrebbe offrirci una risposta: nella sequenza finale, vediamo i figli di Georges e Majid conversare pacificamente, nonostante ciò che è accaduto poche scene prima. Per quanto possa essere un dettaglio poco significante, a mio parere credo che questo dialogo, del quale purtroppo non potremo udire i contenuti, possa simboleggiare la nascita ni un nuovo futuro, ripudiante del modo di fare dei padri in quanto consapevole delle conseguenze che esso può avere e fondato sull’accettazione della verità.
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panzy
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mercoledì 23 giugno 2021
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quabdo la tensione continua dopo il "the end"
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L'ho rivisto ieri dopo alcuni anni e devo dire che uno svelamento finale avrebbe rovinato il film. Alla fine il mediocre protagonista resta avviluppato dalle sue meschinerie, dallo scarso coraggio. I figli dei due fratellastri possono loro essere visti come speranza do redenzione e integrazione. E' un film che mette a nudo l'incomunicabilità che spesso si cela dietro l'apparente ed ipocrita serenità famigliare. L'andamento claustrofobico della trama ben riflette la claustrofobia psichica in cui si dibatte il protagonista che non è capace o non vuole sciogliere quei nodi che lo tengono prigioniero e che non fa altro che continuare a stringerli con un comportamento francamente patologico.
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L'ho rivisto ieri dopo alcuni anni e devo dire che uno svelamento finale avrebbe rovinato il film. Alla fine il mediocre protagonista resta avviluppato dalle sue meschinerie, dallo scarso coraggio. I figli dei due fratellastri possono loro essere visti come speranza do redenzione e integrazione. E' un film che mette a nudo l'incomunicabilità che spesso si cela dietro l'apparente ed ipocrita serenità famigliare. L'andamento claustrofobico della trama ben riflette la claustrofobia psichica in cui si dibatte il protagonista che non è capace o non vuole sciogliere quei nodi che lo tengono prigioniero e che non fa altro che continuare a stringerli con un comportamento francamente patologico. L'azione, in un fil del genere, sarebbe stata decisamente fuori luogo.
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carloalberto
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mercoledì 13 maggio 2020
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la battaglia di algeri continua
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La rivolta degli algerini contro il dominio francese e La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo del 1966 sono l’antefatto storico e cinematografico di Cachè, che ci fa rivivere quello stesso scontro, nella doppia prospettiva, dei figli degli oppressori, per i quali è soltanto un riflesso in un tormentato ricordo infantile, superabile con qualche pillola ed un buon sonno ristoratore, e dei figli degli oppressi, che ne portano ancora marchiate nell’anima le conseguenze. Dalla duplicità dei vissuti nasce la duplicazione delle immagini. La stessa scena è ripresa da due angolazioni diverse e/o riprodotta in videotape. Il film si apre con una coppia di intellettuali borghesi che guardano una videocassetta, in cui è ripresa la facciata della loro casa, non ne capiscono il senso, ma sentono che è una minaccia.
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La rivolta degli algerini contro il dominio francese e La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo del 1966 sono l’antefatto storico e cinematografico di Cachè, che ci fa rivivere quello stesso scontro, nella doppia prospettiva, dei figli degli oppressori, per i quali è soltanto un riflesso in un tormentato ricordo infantile, superabile con qualche pillola ed un buon sonno ristoratore, e dei figli degli oppressi, che ne portano ancora marchiate nell’anima le conseguenze. Dalla duplicità dei vissuti nasce la duplicazione delle immagini. La stessa scena è ripresa da due angolazioni diverse e/o riprodotta in videotape. Il film si apre con una coppia di intellettuali borghesi che guardano una videocassetta, in cui è ripresa la facciata della loro casa, non ne capiscono il senso, ma sentono che è una minaccia. E’ il rifiuto di un punto di vista Altro sulla propria vita, avvertito come un pericolo di instabilità per la buona coscienza, fondata sulla rimozione delle ingiustizie inflitte al prossimo; è l’assenza, per malafede, della coscienza storica della propria esistenza da parte della classe più colta, che non ignora, ma nega a sé stessa la verità, per convenienza. Nessun senso di colpa per l’Occidente, se non ci si assume la responsabilità delle azioni dei propri genitori, che hanno partecipato o avallato col silenzio inerte la politica colonialista in Africa, proseguita, senza soluzione di continuità, in Medio Oriente, fino all’occupazione dell’Iraq. Le immagini su questi ultimi fatti, che scorrono sul televisore, incassato nella libreria, sebbene poste sullo sfondo tra marito e moglie, rivendicano, con un capovolgimento di prospettiva, la centralità degli eventi storici nella nostra vita, rispetto alle vicende familiari collocate in primo piano. Similmente, in primo piano, c’è il rimorso del borghese per un torto fatto da bambino al figlio di una coppia di operai algerini, che lavoravano per il padre e, sullo sfondo, la mattanza del 17 ottobre del 1961, quando a Parigi la polizia represse nel sangue una manifestazione di algerini, provocando la morte di circa 200 persone, tra cui anche quei due operai. Il capovolgimento viene meno soltanto nella scena dell’ascensore, dove, nella stessa inquadratura, c’è il volto del giovane algerino, emarginato della terza generazione di immigrati, drammaticamente vero, e, riflesso nello specchio, in secondo piano, il volto del francese, falso, come la sua immagine pubblica nel programma culturale che conduce in televisione. Il figlio adolescente del giornalista soffre per una relazione tra la madre ed un amico di famiglia, che non c’è, ma che forse sta per nascere, segno di una maggiore sensibilità e di una più acuta intelligenza delle cose propria della nuova generazione. Il film si chiude con un campo lungo fisso sulla scuola, in cui si vedono, per qualche secondo, il ragazzo ed il figlio dell’algerino parlare tra di loro. E’ il primo approccio per una futura amicizia?
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no_data
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mercoledì 12 settembre 2018
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molto interessante
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Lo consiglio a chi è alla ricerca di qualcosa di più di un film.
Ho noleggiato il DVD in biblioteca e questo mi ha permesso di vedere negli extra l'intervista fatta al regista.
Infatti appena terminato il film si è accesa subito una conversazione sulle nostre impressioni, abbastanza diverse... fantastico!
Questo film tira fuori i tuoi pensieri perchè parla di segreti e di freddezza senza manipolazioni (questa la nota stilistica del regista).
Solo un grande regista riesce a sbatterti in faccia cosa pensi dei bugiardi e dei segreti.
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guidobaldo maria riccardelli
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mercoledì 6 aprile 2016
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la naturale evoluzione dei peccati
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Meticolosa analisi della sofisticata borghesia parigina, immersa nei libri ma incapace di riconoscere i propri peccati, preoccupata della reputazione più che dei rapporti veramente importanti, insidiata nel privato, alveo sicuro ed inviolabile.
Michael Haneke, come al solito, non agevola lo spettatore nella risoluzione degli, invero, poco intricati dilemmi, volendo restare fermamente aderente alla realtà delle cose, dove molto spesso le nubi non si diradano, lasciando aperto il tavolo di conflitto. Puramente europeo questo aspetto, lontano dal manicheismo semplicistico d'oltreoceano: vivido e realistico, non sceglie di accomodarsi su posizioni antipodiche, non assiste nè accudisce lo spettatore verso la destinazione più logica, osserva con occhio inerme il carattere sfaccettato dell'esistenza, così priva di riferimenti solidi.
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Meticolosa analisi della sofisticata borghesia parigina, immersa nei libri ma incapace di riconoscere i propri peccati, preoccupata della reputazione più che dei rapporti veramente importanti, insidiata nel privato, alveo sicuro ed inviolabile.
Michael Haneke, come al solito, non agevola lo spettatore nella risoluzione degli, invero, poco intricati dilemmi, volendo restare fermamente aderente alla realtà delle cose, dove molto spesso le nubi non si diradano, lasciando aperto il tavolo di conflitto. Puramente europeo questo aspetto, lontano dal manicheismo semplicistico d'oltreoceano: vivido e realistico, non sceglie di accomodarsi su posizioni antipodiche, non assiste nè accudisce lo spettatore verso la destinazione più logica, osserva con occhio inerme il carattere sfaccettato dell'esistenza, così priva di riferimenti solidi.
I piani sequenza, come logico, non sostengono il ritmo di narrazione, ma, d'altro canto, ci immergono nel reale, nel privato, ancor più dei filmati "rubati".
Molto solide le interpretazioni, dove un ottimo Maurice Bénichou spicca.
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noia1
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venerdì 20 novembre 2015
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stupidi topi in gabbia
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Alla porta di una famigliola si presentano cassette da un mittente misterioso, il contenuto poi, metterà tutti a dura prova.
Film gelido, Haneke ci ha abituato ai suoi personaggi quasi cadaverici nell’espressività, messi poi alla prova con situazioni oltre le proprie capacità, questa volta non fa eccezione se non che i tratti inquietanti – oltre quelli drammatici – sono più palpabili del solito.
Un evidente smembramento progressivo della vita borghese (in questo caso specifico: francese). Si parte dai dialoghi più banali, quelli soliti, curati nei minimi dettagli, quasi indifferenti tanto tutto è scontato. Si prosegue, s’insinua pian piano il veleno di un personaggio i cui messaggi trasformano questa vita in qualcosa d’insopportabile, atroce.
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Alla porta di una famigliola si presentano cassette da un mittente misterioso, il contenuto poi, metterà tutti a dura prova.
Film gelido, Haneke ci ha abituato ai suoi personaggi quasi cadaverici nell’espressività, messi poi alla prova con situazioni oltre le proprie capacità, questa volta non fa eccezione se non che i tratti inquietanti – oltre quelli drammatici – sono più palpabili del solito.
Un evidente smembramento progressivo della vita borghese (in questo caso specifico: francese). Si parte dai dialoghi più banali, quelli soliti, curati nei minimi dettagli, quasi indifferenti tanto tutto è scontato. Si prosegue, s’insinua pian piano il veleno di un personaggio i cui messaggi trasformano questa vita in qualcosa d’insopportabile, atroce. Come chiusi in gabbia, ci si attacca sgretolando le certezze più banali; persino il ritardo del figlio una sera diventa un dramma. Certe cose non ce le si dice, persino il rapportarsi alla minima banale domanda è atroce.
Un film veramente ben fatto, non serve dilungarsi sul lato tecnico dato che è indubbio che questo regista sia fenomenale, la cosa veramente interessante è come la tensione salga a suo piacimento con un’abilità unica. Sequenze da capogiro poi, rendono tutto più prezioso ed imperdibile.
Film misterioso, la trasformazione dei personaggi, dai quasi manichini a cani rabbiosi, è emblematico di una quotidianità banale che viene violata. Sicuramente il messaggio morale c’è, ma osservando bene la sequenza finale, si può trovare un indizio concettualmente davvero angosciante.
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theophilus
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lunedì 9 dicembre 2013
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questo sì che è un thriller.
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CACHÉ
Il primo commento che c'è venuto spontaneo alla bocca al termine di Caché, premiato a Cannes 2005 per la regia, è che Michael Haneke è un sadico. Ma un sadico con le idee chiare e che sa giocare bene con le paure del pubblico. Un sadico, però, che non ha neppure pietà di se stesso, poiché riteniamo che in questo caso il classico processo d’identificazione vada innanzitutto dai personaggi e dalla vita verso il regista. Caché è un thriller come lo intendiamo noi, non truculento (c’è una sola – magistrale – scena di sangue che lascia letteralmente senza fiato), non esteriormente violento, ma che ha in sé e inietta goccia a goccia un continuo filo d’angoscia, come una flebo.
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CACHÉ
Il primo commento che c'è venuto spontaneo alla bocca al termine di Caché, premiato a Cannes 2005 per la regia, è che Michael Haneke è un sadico. Ma un sadico con le idee chiare e che sa giocare bene con le paure del pubblico. Un sadico, però, che non ha neppure pietà di se stesso, poiché riteniamo che in questo caso il classico processo d’identificazione vada innanzitutto dai personaggi e dalla vita verso il regista. Caché è un thriller come lo intendiamo noi, non truculento (c’è una sola – magistrale – scena di sangue che lascia letteralmente senza fiato), non esteriormente violento, ma che ha in sé e inietta goccia a goccia un continuo filo d’angoscia, come una flebo. Non consente una scappatoia rassicurante grazie al mostrarci qualcosa di terrificante ma del tutto avulsa da un contesto normale, bensì dà luogo ad una inevitabile immedesimazione con personaggi facilmente riconoscibili che si trovano a vivere situazioni che li destabilizzano, ma poco a poco, in maniera ben dosata e in cui la norma si fa ancora più paurosa, perché, in quanto tale, ti riguarda per forza. Alla fine si è presi da un meccanismo che si fonda sull’ansia dell’incognito, su qualcosa d’invisibile che è fuori o dentro di te e ti minaccia senza che tu possa rendertene conto. È come la vita d'oggi, che avvertiamo – noi del versante nord-occidentale del globo - appesa ad un filo perché il nostro benessere è minacciato soprattutto dalla paura di perderlo.
È l’uomo (il regista) a guardarsi dentro in questo film, senza chiarire nulla a chi lo osserva e senza potersi offrire alcuna garanzia, giacché non ha sicurezze su cui poggiare.
Il regista e il pubblico si specchiano, dunque, nel protagonista maschile. George (chi meglio di Daniel Auteuil poteva interpretare questa parte?), è un uomo apparentemente calmo e tranquillo che viene insidiato da se stesso. Il regista lo guarda e gioca a rimpiattino con lui e George forse non ne è al corrente (ci chiediamo, con questo, se Auteil e Juliette Binoche, che interpreta la parte della moglie Anne, fossero del tutto a conoscenza dei ruoli che svolgevano all’interno del film e della manipolazione a cui il regista può averli assoggettati).
In effetti, abbiamo sospettato quasi da subito che il mittente anonimo delle videocassette che turba l’esistenza fin lì – c’immaginiamo, ma non ne siamo certi – relativamente serena di una famiglia della medio alta borghesia parigina, fosse il regista stesso. Solo lui può spiare la vita dei protagonisti e insidiarne il tran tran quotidiano, perché solo lui può trasporre le immagini incriminate dalla pellicola con la quale gira il film alle videocassette riprodotte attraverso il televisore. Quando, finalmente, George confessa ad Anne di credere di sapere chi sia il colpevole, implicitamente dichiara se stesso colpevole, ora negando ora addossandosi una primigenia responsabilità che, ad ogni modo, il pubblico non avrà mai i mezzi di appurare con certezza, navigando nel territorio difficilmente percorribile del subconscio.
Alla fine del film, la chiara sensazione che molti dubbi non siano stati chiariti permarrà. Ma noi siamo altrettanto convinti che questo sia esattamente lo scopo del regista, se non, addirittura, la sua aperta ammissione di non potere sciogliere alcuno degli enigmi proposti, perché sono i suoi stessi enigmi, il simbolo della paura di esistere che ci accomuna. C’è una densa schermaglia nel linguaggio, una tensione che è sempre in agguato per accumulo di cose nascoste o da nascondere, dette o non dette, di colpe o mancate ammissioni di colpa, fino al sentirsi colpevoli senza essere certi di esserlo.
Avevamo, dapprima, anche pensato ad una sostanziale identità fra il cineasta e l’occhio del grande fratello di Orwell, o, addirittura, l’occhio di Dio, ma queste ci sono sembrate immediatamente soluzioni troppo facili e accomodanti per un regista che ha sempre proposto storie molto dure e di ardua decifrazione. Quel qualcuno che spia la tua vita e i tuoi incontri con altre persone altro non è che un guardarsi dal di fuori, un proiettarsi fuori da se stesso per esaminarsi in modo meno compiacente e assolutorio.
Se Caché è titolo che gioca a nascondino con l’emotività del pubblico, la traduzione italiana Niente da nascondere sottolinea invece l’autodifesa del protagonista nei momenti in cui tenta di farsi fuori dai sensi di colpa. Egli cela alla moglie un episodio della propria infanzia e questo c’è parso un espediente usato dal regista come esca per creare tensioni e verso cui convogliare il bisogno del pubblico di trovare una spiegazione. Ma non ci si riuscirà mai nel film e quell’infilarsi nudo di George sotto le coperte, nascosto dal buio della sua stanza, ci ha rivelato una sostanziale dicotomia, una lacerazione del protagonista (di Michael Haneke), che ha bisogno di indagare e di essere indagato sulla propria colpevolezza/innocenza: ma né lui, né altri potrà venirne a capo.
Importante, ancora, è lo sguardo implacabile sul comportamento che George e la moglie tengono col figlio. Freddi, quasi glaciali nella loro meticolosa incapacità di avere una reazione emotiva violenta nel momento in cui il figlio scompare, i due sono perfetta espressione del cliché buonistico e rassicurante che trionfa nella nostra società, quando si accodano alla logica del senso di colpa nel momento del suo ritorno, la mattina dopo. È la madre che chiede scusa al figlio di appena 12 anni, perché ne ha paura, è incapace di difendersi da lui e ha bisogno di credere di aver sbagliato, per poter poi avere l’alibi che esista per lei un rimedio, una redenzione. Il figlio, che, invece, necessiterebbe di essere aggredito, a quel punto sfugge disgustato l’abbraccio materno.
La scena finale, la cinepresa piazzata davanti alla scuola, può adombrare ogni tipo di scenario e scatenare le domande più oscure alle quali, siamo certi, il pubblico non vorrà nemmeno provarsi a rispondere.
Enzo Vignoli,
16 ottobre 2005.
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mercoledì 6 marzo 2013
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e niente da sapere...
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Infatti non c'è niente da sapere, da spiegare, da giudicare. Il finale di questo bellissimo lavoro di Haneke può lasciare delusi e forse sconcertati, ma a mente fredda lo si apprezza in pieno. Georges ritrova il sonno e la tranquillità dopo che quel fatto sgradevole, ricomparso dopo quarant'anni e ingigantito oltre misura, è tornato a turbargli vita e atmosfera famigliare. Dall'inizio: la sigla è già un'innovazione non indifferente e lo spettatore viene subito "solleticato". Una coppia colta, affermata e benestante, Georges e Anne Laurent (Daniel Auteuil e Juliette Binoche), conducono un'esistenza agiata e ricca di soddisfazioni professionali. Hanno una casa tranquilla, arredata con ottimo gusto, i libri sono parte integrante di una parete.
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Infatti non c'è niente da sapere, da spiegare, da giudicare. Il finale di questo bellissimo lavoro di Haneke può lasciare delusi e forse sconcertati, ma a mente fredda lo si apprezza in pieno. Georges ritrova il sonno e la tranquillità dopo che quel fatto sgradevole, ricomparso dopo quarant'anni e ingigantito oltre misura, è tornato a turbargli vita e atmosfera famigliare. Dall'inizio: la sigla è già un'innovazione non indifferente e lo spettatore viene subito "solleticato". Una coppia colta, affermata e benestante, Georges e Anne Laurent (Daniel Auteuil e Juliette Binoche), conducono un'esistenza agiata e ricca di soddisfazioni professionali. Hanno una casa tranquilla, arredata con ottimo gusto, i libri sono parte integrante di una parete. Lui guida una berlina BMW. Vengono turbati da una videocassetta che ritrae l'ingresso di casa loro e relativi spostamenti di persone intorno ad essa. Chi la manda? Perchè? A quale scopo? Si recano dunque alla Polizia. Il litigio con il giovane in bicicletta fuori dal Commissariato la dice lunga sullo stato emotivo di Georges, che si sente vittima di una persecuzione. La seconda videocassetta è il punto di svolta della vicenda: si vede la casa rurale dove Georges ha trascorso l'infanzia, e insieme ai macabri disegni "naif" allegati comincia così a ricordare qualcosa che aveva rimosso. Vengono messi al corrente, loro malgrado, alcuni amici intimi della coppia che rimangono sbalorditi dal fatto che la Polizia non può intervenire perchè - "Non è successo niente di concreto" -. Entra in scena ora Majid (Maurice Bénichou), il bambino che negli anni '60 doveva essere adottato dalla famiglia di Georges e poi... non se ne fece più nulla. Dapprima Georges tiene Anne all'oscuro di questo "segreto", triste ed ingombrante, e va a trovare Majid grazie agli indizi forniti dalla cassetta. Un incontro inquietante, Georges aggressivo e minaccioso e Majid, al contrario, sereno e indifeso. Anne è molto risentita per essere stata esclusa, ma poi Georges le spiega (quasi tutto...) quell'antipatico fatto successo quarant'anni prima. Fatto del quale lui non si sente responsabile, odiava Majid da piccolo e lo odia adesso. Oltretutto Majid si dichiara estraneo ai fatti. La sequenza in salotto tra i due coniugi è davvero unica, Auteuil è straordinario quando ammette di avere fatto "la spia" per fare allontanare Majid. Resta calmo nonostante Anne lo incalzi senza pietà: - "E poi? E dopo? Hai fatto la spia? Tutto qua? In che modo hai fatto la spia? Perchè non me lo vuoi dire?" -. Rivelatore è l'incontro con il produttore televisivo dove Georges scopre che le cassette sono giunte anche a terze persone, con il chiaro intento di rovinargli la carriera. Agghiacciante la scena del suicidio di Majid, con la scia di sangue che si proietta sulla parete e Georges pietrificato, incredulo e sconvolto ma tuttavia "freddo" in una tale circostanza, tanto che rientra a casa, manda via gli amici e informa semplicemente Anne di quanto è successo. La scena finale è risolutrice. Georges rincasa presto a va a letto dopo avere avvisato di lasciarlo dormire, dimostrando una volta in più che lui non si è mai sentito responsabile di quell'azione attuata verso Majid quando aveva sei anni. Daniel Auteuil recita in modo magistrale, è convincente in un film claustrofobico, "chiuso" tra la via sempre inquadrata dal misterioso "osservatore" e i pochi spostamenti in città, e Juliette Binoche non è da meno. - di "Joss" -
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