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francesco2
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sabato 6 febbraio 2016
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stavolta "mezza classifica"
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Paradossalmente parlando, ma neanche tanto, quello che nuoce parzialmente alla riuscita del film è la scelta di una "tematica precisa".
Nell'affrontare un argomento come la chiusura definitiva di un cinema, Tsai è certamente ben lungi da ogni retorica alla "Nuovo Cinema Paradiso", ma il suo cinema scorre
meglio parlando di incomunicabilità (Vive l'amour!), dell'assurdità nel e del tempo ( Che ora è laggiù?), ecc. Qui, di meno.
Film purtroppo mai distribuito in Italia, ma (abbastanza) giustamente ignorato a Venezia, dove fino all'ultimo si prese in considerazione di attribuirgli un "premio per il contribuito
tecnico", andato poi al nostro "Buongiorno, notte", ingiustamente sconfitto dal russo "Il ritorno".
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Paradossalmente parlando, ma neanche tanto, quello che nuoce parzialmente alla riuscita del film è la scelta di una "tematica precisa".
Nell'affrontare un argomento come la chiusura definitiva di un cinema, Tsai è certamente ben lungi da ogni retorica alla "Nuovo Cinema Paradiso", ma il suo cinema scorre
meglio parlando di incomunicabilità (Vive l'amour!), dell'assurdità nel e del tempo ( Che ora è laggiù?), ecc. Qui, di meno.
Film purtroppo mai distribuito in Italia, ma (abbastanza) giustamente ignorato a Venezia, dove fino all'ultimo si prese in considerazione di attribuirgli un "premio per il contribuito
tecnico", andato poi al nostro "Buongiorno, notte", ingiustamente sconfitto dal russo "Il ritorno".
PS Ho criticato "Nuovo Cinema Paradiso3, ma forse oggi lo criticherei di meno.
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enoc
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lunedì 5 dicembre 2005
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un film definitivamente non finito
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Le durate trattenute di questo film sono letteralmente lancinanti: in ogni inquadratura cresce un'intensità d'immagine quasi insostenibile. L'emozione estetica nasce e si sviluppa nello e dallo sguardo: la fine del cinema è messa in scena da un cinema senza fine.
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davide
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sabato 4 dicembre 2004
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si stava bene nel cinema
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Bu-san di Tsai Ming-liang - diVanni Davide, Master I-
“Si stava bene nel cinema, dolce e caldo… Non un momento perso. Ci si tuffa in pieno nel tiepido perdono. Ci sarebbe stato di che lasciarsi andare a pensare che forse il mondo stava finalmente per convertirsi all’indulgenza”.
Celine - Viaggio al termine della notte
Silenzio in sala. Il cinema è entrato nel cinema. Restano il rumore esterno della pioggia ed il sonoro di Dragon inn come suoni diegetici per ciò che rimane fuori e ciò che rimane dentro. Le bocche dei “superstiti” si aprono soltanto per masticare, raramente per parlare, mentre i corpi fanno forse il gesto più lento della vita: guardano. Accanto all’immobilità esterna dei corpi che guardano ci sono brevi spostamenti e sopra di tutto il movimento-strascico di una donna: una lentezza naturale.
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Bu-san di Tsai Ming-liang - diVanni Davide, Master I-
“Si stava bene nel cinema, dolce e caldo… Non un momento perso. Ci si tuffa in pieno nel tiepido perdono. Ci sarebbe stato di che lasciarsi andare a pensare che forse il mondo stava finalmente per convertirsi all’indulgenza”.
Celine - Viaggio al termine della notte
Silenzio in sala. Il cinema è entrato nel cinema. Restano il rumore esterno della pioggia ed il sonoro di Dragon inn come suoni diegetici per ciò che rimane fuori e ciò che rimane dentro. Le bocche dei “superstiti” si aprono soltanto per masticare, raramente per parlare, mentre i corpi fanno forse il gesto più lento della vita: guardano. Accanto all’immobilità esterna dei corpi che guardano ci sono brevi spostamenti e sopra di tutto il movimento-strascico di una donna: una lentezza naturale.
In The Hole l’esterno è dominato dal rumore della pioggia che solo i frammenti di un musical onirico fanno tacere; l’elemento voyeuristico, un buco; l’acqua contaminata e portatrice di epidemia alla fine conduce alla guarigione; i pianti accompagnano la disperazione; forse il film più vicino a Bu-san.
Nell’ultimo film di Tsai Ming-liang siamo pervasi per quasi tutto il tempo da una freddezza sentimentale, da un mancato coinvolgimento emotivo che relega l’atto sessuale consumato nei bagni del cinema a semplice bisogno fisiologico. Principalmente due gli elementi che generano pathos: il “dolce” preparato dalla donna come relazione umana lega due esistenze che per tutto il film restano separate; e la lacrima del vecchio attore che ha davanti il proprio passato, un fuori campo toccante, pianto di profondo attaccamento alla vita, di partecipazione.
Dal vuoto, un sentimento universale: in quella lacrima ci specchiamo.
E tornando a Celine: “Non è affatto la vita quello che accade sugli schermi, resta dentro un grande spazio torbido, per i poveri, per i sogni e per i morti”, per gli spettri che rimangono a vegliare il cinematografo abbandonato, per gli spettri che salutano l’ultima proiezione.
Poi bisogna proprio andare. Le luci si spengono un’altra volta e ritroviamo l’acqua che scende dall’alto così come l’avevamo lasciata e non è un’acqua maligna di epidemie e torcicolli, non è l’acqua di The hole o The river e se anche lo fosse il sogno caldo che abbiamo dentro ci proteggerà.
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