|
marilla
|
sabato 11 febbraio 2012
|
le piccole tentazioni che ci rovinano
|
|
|
|
Lily Bart, l’”eroina” (in senso proprio e tragico) del romanzo della Wharton e di questo bel film, poco prima di morire (suicidio o incidente?) dirà a Seldon, l’unico uomo realmente ma inutilmente amato: “Noi resistiamo alle grandi tentazioni, ma sono quelle piccole che ci rovinano”. E in tal senso il film (elegante, calibrato, volutamente sottotono, volutamente lontano, a mio giudizio, dalle preziose e raffinate interpretazioni di Ivory, di Scorsese e di altri delle tematiche jamesiane e whartoniane, ma non per questo meno efficace e profondo e attento alle sfumature) coglie perfettamente la lezione della scrittrice. L’”eroina”, educata fin dalla giovane età da una madre vedova ed economicamente rovinata ad investire sulla propria bellezza e sul proprio fascino e a fare un matrimonio di interesse (premessa, questa, nel romanzo raccontata in flash-back e nel film omessa – e questa è, a mio giudizio, l’unica scelta che contesto al film, se non altro perché importantissima a giustificare la propensione al lusso della protagonista e la sua incapacità di resistere alle piccole tentazioni), l’eroina, dicevo, nonostante le apparenze stritolanti della perbenistica e ipocrita high class finanziaria newyorkese (cui peraltro la Wharton apparteneva), è in realtà dotata di una forza, anzi, di un calibro morale infinito, che le impedisce, contro il suo stesso interesse, di operare in modo basso, scaltro e socialmente accettato (la consegna di alcune lettere compromettenti), e le permette di salvaguardare l’onore non soltanto e soprattutto dell’uomo amato ma anche quello dei suoi stessi carnefici (della sua stessa carnefice, l’orrenda sfruttatrice Bertha).
[+]
Lily Bart, l’”eroina” (in senso proprio e tragico) del romanzo della Wharton e di questo bel film, poco prima di morire (suicidio o incidente?) dirà a Seldon, l’unico uomo realmente ma inutilmente amato: “Noi resistiamo alle grandi tentazioni, ma sono quelle piccole che ci rovinano”. E in tal senso il film (elegante, calibrato, volutamente sottotono, volutamente lontano, a mio giudizio, dalle preziose e raffinate interpretazioni di Ivory, di Scorsese e di altri delle tematiche jamesiane e whartoniane, ma non per questo meno efficace e profondo e attento alle sfumature) coglie perfettamente la lezione della scrittrice. L’”eroina”, educata fin dalla giovane età da una madre vedova ed economicamente rovinata ad investire sulla propria bellezza e sul proprio fascino e a fare un matrimonio di interesse (premessa, questa, nel romanzo raccontata in flash-back e nel film omessa – e questa è, a mio giudizio, l’unica scelta che contesto al film, se non altro perché importantissima a giustificare la propensione al lusso della protagonista e la sua incapacità di resistere alle piccole tentazioni), l’eroina, dicevo, nonostante le apparenze stritolanti della perbenistica e ipocrita high class finanziaria newyorkese (cui peraltro la Wharton apparteneva), è in realtà dotata di una forza, anzi, di un calibro morale infinito, che le impedisce, contro il suo stesso interesse, di operare in modo basso, scaltro e socialmente accettato (la consegna di alcune lettere compromettenti), e le permette di salvaguardare l’onore non soltanto e soprattutto dell’uomo amato ma anche quello dei suoi stessi carnefici (della sua stessa carnefice, l’orrenda sfruttatrice Bertha). E’ la sua forza morale, dunque, ad incarnare la capacità di resistere alle grandi tentazioni. Il film, inoltre, non sottovaluta e anzi perfettamente dipinge, se pur con lieve ma efficacissimo tocco di pennello, un altro tipico personaggio whartoniano: l’”innocente” apparente, la “candida” apparente della situazione: in questo caso la cugina della protagonista, cui andrà tutto il patrimonio della zia bacchettona (che quantomento, nel suo essere bacchettona, è almeno pesantemente “coerente”). L'infida cuginetta, preferisce far morire in miseria la povera Lily (dopo averle soffiato il patrimonio), rimproverandola della propria incoscienza (contrarre debiti di gioco? Quelle horreur!) e ritenendola responsabile della morte (per crepacuore a suo dire) della zia: in realtà la “candida” ereditiera è solo vilmente gelosa dell’amore fra Lily e Seldon, del quale essa è invece follemente quanto inutilmente innamorata (e qui la magistrale touche di pennello, rappresentata dalla sequenza del pianto dirotto della perfida chiusa in camera). E infine: non è forse arditamente splendido che ad interpretare Lily Bart – un’eroina ottocentesca e decadente assieme - sia l’ambigua protagonista di X-Files, qui veramente struggente, profonda, portatrice di autentico pathos? Una scommessa in più vinta dal regista e dal suo ottimo film.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a marilla »
[ - ] lascia un commento a marilla »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
sixoclock
|
sabato 19 gennaio 2008
|
non giocate a carte!
|
|
|
|
Gillian Anderson in un ruolo drammatico? spettacolare. Bellissima. La trama però è poco interessante se non x alcuni aspetti: il denaro che logora, divora le vite dei protagonisti e Lily si ritrova a vivere una vita fuori dalla società che la addita come cattivo esempio. L'amore è in funzione dei soldi. Ma chi vive comunque dignitosamente e lavora x farlo, soccombe perchè non ci è abituato ed il suicidio è l'unica via d'uscita. Laura Linney(inutile dirlo) è spettacolare
|
|
|
[+] lascia un commento a sixoclock »
[ - ] lascia un commento a sixoclock »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
breberto
|
mercoledì 26 dicembre 2007
|
bello ma difficile se.....
|
|
|
|
La versione cinematografica del bellissimo e complesso romanzo di Edith Warthon è lodevolissima, formalmente raffinata, ben interpretata, siamo nei paraggi di Ivory e ancor di più di Scorsese, la cui Età dell'Innocenza (più bello di questo) è tratto da un romanzo della stessa Warthon. L'appunto che si deve fare - a mio parere - al film, è di essere piuttosto criptico in certi sviluppi narrativi: la vicenda del romanzo è complessa, zeppa di personaggi, fra i minori e i maggiori, Davies e i suoi sceneggiatori hanno evidentemente sfrondato e semplificato, con il risultato che, chi non conosca il romanzo, rimane all'oscuro non solo di certi fatti e risvolti psicologici, ma a volte rischia di non rendersi bene conto di quello che succede.
[+]
La versione cinematografica del bellissimo e complesso romanzo di Edith Warthon è lodevolissima, formalmente raffinata, ben interpretata, siamo nei paraggi di Ivory e ancor di più di Scorsese, la cui Età dell'Innocenza (più bello di questo) è tratto da un romanzo della stessa Warthon. L'appunto che si deve fare - a mio parere - al film, è di essere piuttosto criptico in certi sviluppi narrativi: la vicenda del romanzo è complessa, zeppa di personaggi, fra i minori e i maggiori, Davies e i suoi sceneggiatori hanno evidentemente sfrondato e semplificato, con il risultato che, chi non conosca il romanzo, rimane all'oscuro non solo di certi fatti e risvolti psicologici, ma a volte rischia di non rendersi bene conto di quello che succede. Mi è sembrato comunque un lavoro di fattura molto elegante e la protagonista è davvero una presenza notevole.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a breberto »
[ - ] lascia un commento a breberto »
|
|
d'accordo? |
|
|
|