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rmarci 05
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sabato 10 agosto 2019
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gangster movie insolito, impeccabile e tagliente
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Alla loro terza regia e dopo il buon successo di Arizona Junior, i fratelli Coen dimostrano già una sapiente padronanza del mezzo cinematografico con questo gangster movie drammatico in cadenze di western urbano, permeato da uno humor grottesco estremamente brillante. Ciò che colpisce di più di quest’opera intelligente quanto feroce è il fatto che essa si configuri come un valido compendio di molta della filmografia futura dei due registi/sceneggiatori, sia per la perfetta commistione e decostruzione di vari generi cinematografici, uniti ad una già definita impronta autoriale, sia per il pessimismo con cui gli autori descrivono la società contemporanea, ovvero scavando a fondo nei personaggi alla ricerca di una misera scintilla di umanità all’interno di un mondo dominato dal caos e dalla violenza, in cui sentimenti come l’amore e l’amicizia spesso e volentieri passano in secondo piano rispetto agli interessi personali, all’opportunismo e all’implacabile sete di denaro e di potere.
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Alla loro terza regia e dopo il buon successo di Arizona Junior, i fratelli Coen dimostrano già una sapiente padronanza del mezzo cinematografico con questo gangster movie drammatico in cadenze di western urbano, permeato da uno humor grottesco estremamente brillante. Ciò che colpisce di più di quest’opera intelligente quanto feroce è il fatto che essa si configuri come un valido compendio di molta della filmografia futura dei due registi/sceneggiatori, sia per la perfetta commistione e decostruzione di vari generi cinematografici, uniti ad una già definita impronta autoriale, sia per il pessimismo con cui gli autori descrivono la società contemporanea, ovvero scavando a fondo nei personaggi alla ricerca di una misera scintilla di umanità all’interno di un mondo dominato dal caos e dalla violenza, in cui sentimenti come l’amore e l’amicizia spesso e volentieri passano in secondo piano rispetto agli interessi personali, all’opportunismo e all’implacabile sete di denaro e di potere. Forse l’unico limite del film, oltre il ritmo leggermente altalenante, è quello di raccontare con tono eccessivamente distaccato le vicende della comunità italo-americana, in quanto i Coen non hanno vissuto quella realtà non essendoci cresciuti come, ad esempio, Martin Scorsese. Tuttavia, il paragone con un altro grandissimo autore americano risulterebbe ingiusto, soprattutto se si prendono in considerazione l’ottima direzione di tutti gli attori (misurati quanto efficaci) e l’incredibile utilizzo della macchina da presa, che cattura perfettamente il senso di indifferenza delle persone di fronte a cotanta violenza, così frequente e radicata all’interno della quotidianità da risultare ordinaria. In conclusione, l’ennesimo grande film dei fratelli Coen, un gangster movie impeccabile, insolito, tagliente e, per questo, da vedere.
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dario
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sabato 14 marzo 2015
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virtuosistico
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La regia non è sciolta a causa dei troppi colpi di scena, metafore un po' grossolane della irrazionalità umana. La messinscena è spettacolare e un'amara ironia di fondo rende interessante l'operazione. Fotografia spettacolare e ambientazione perfetta. Byrne è poco adatto a fare il duro criminale, gli altri funzionano bene, a parte tentazioni caricaturali, talvolta riuscite, purtroppo. Stranamente lenti certi passaggi, non da Coen.
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jackiechan90
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giovedì 31 luglio 2014
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la decostruzione dei generi secondo i cohen
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È difficile recensire un film come “Crocevia della morte” poiché questo, più di molti altri film dei Cohen, è capace di spiazzarti con mille interrogativi. Innanzitutto sono da elogiare la colonna sonora di Cartel Burwell(sempre molto azzeccate le scelte musicali dei due fratelli!) e la ricostruzione storica della città dove si svolge la vicenda(che rimane sempre anonima, forse perché vuole essere un archetipo di tutte le tipiche città americane). E per finire la scelta degli attori e dei caratteristi(tra tutti il formidabile gangster interpretato da John Polito). Sembrerebbe, a prima vista, l’emblema del gangster-movie con tutti i clichè del genere(lotta tra gang, brama di potere, uso frequente di mitra e pistole, città buie e corrotte fino all’osso…) ma se guardiamo nei dettagli scopriamo che questo film si discosta molto dai canoni del genere.
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È difficile recensire un film come “Crocevia della morte” poiché questo, più di molti altri film dei Cohen, è capace di spiazzarti con mille interrogativi. Innanzitutto sono da elogiare la colonna sonora di Cartel Burwell(sempre molto azzeccate le scelte musicali dei due fratelli!) e la ricostruzione storica della città dove si svolge la vicenda(che rimane sempre anonima, forse perché vuole essere un archetipo di tutte le tipiche città americane). E per finire la scelta degli attori e dei caratteristi(tra tutti il formidabile gangster interpretato da John Polito). Sembrerebbe, a prima vista, l’emblema del gangster-movie con tutti i clichè del genere(lotta tra gang, brama di potere, uso frequente di mitra e pistole, città buie e corrotte fino all’osso…) ma se guardiamo nei dettagli scopriamo che questo film si discosta molto dai canoni del genere. La decostruzione dei generi fa parte, ormai, del marchio di fabbrica di questi due registi, e soprattutto per quanto riguarda il genere noir, già decostruito in altri grandi successi come “Blood Simple”, “Fargo” e “L’uomo che non c’era”), ma qui viene fatta in maniera quasi invisibile, esagerando certi aspetti e abbassandone altri a livelli della parodia. Se guardiamo “Crocevia della morte” abbiamo, innanzitutto, un gangster movie più psicologico che di azione: sono in realtà molto poche le sparatorie e molte di più le scene di dialogo, che richiamano lo stile di molti altri film dei Cohen dove i personaggi agiscono poco e parlano molto(uno su tutti “Il grande Lebowski”) filosofeggiando sugli eventi che accadono, sicuramente influenzati dagli studi di Ethan, laureato in filosofia presso l’Università di Princeton. Si potrebbe, infatti, considerare questo film come una sorta di “teorema filosofico” sul concetto di moralità(tema presente fin da subito con il primo dialogo sull’etica), tema paradossale per un film che parla del mondo criminale. Ma proprio qui sta la genialità dei Cohen che ci spiazzano con la descrizione di criminali che seguono principi etici(per quanto molto relativi) mentre, al contrario, il mondo delle istituzioni e della polizia viene descritto in termini negativi(critica verso il potere ametricano?) con i poliziotti che parteggiano per l’una e l’altra gang a seconda di come gli conviene. Inoltre se i due registi esaltano certi clichè del genere parodiando esplicitamente la figura dei gangster italoamericani(il già citato John Polito ma anche i suoi comprimari) dall’altro abbassano il tono del racconto a livello della commedia sentimentale con il personaggio di Verna Bernbaum(Marcia Gay Harden), motore di tutta l’azione e dei guai dei protagonisti. Ne viene fuori un “pastiche” di generi e di situazioni che da un lato esalta i canoni del gangster movie e dall’altro crea qualcosa di nuovo e indefinibile agli occhi dei puristi esaltando così la capacità narrativa dei due geniacci di Minneapolis abili, in questo modo, a spiazzare tutte le aspettative di spettatori e critica.
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jackiechan90
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giovedì 31 luglio 2014
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la decostruzione dei generi secondo i cohen
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È difficile recensire un film come “Crocevia della morte” poiché questo, più di molti altri film dei Cohen, è capace di spiazzarti con mille interrogativi. Innanzitutto sono da elogiare la colonna sonora di Cartel Burwell(sempre molto azzeccate le scelte musicali dei due fratelli!) e la ricostruzione storica della città dove si svolge la vicenda(che rimane sempre anonima, forse perché vuole essere un archetipo di tutte le tipiche città americane). E per finire la scelta degli attori e dei caratteristi(tra tutti il formidabile gangster interpretato da John Polito). Sembrerebbe, a prima vista, l’emblema del gangster-movie con tutti i clichè del genere(lotta tra gang, brama di potere, uso frequente di mitra e pistole, città buie e corrotte fino all’osso…) ma se guardiamo nei dettagli scopriamo che questo film si discosta molto dai canoni del genere.
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È difficile recensire un film come “Crocevia della morte” poiché questo, più di molti altri film dei Cohen, è capace di spiazzarti con mille interrogativi. Innanzitutto sono da elogiare la colonna sonora di Cartel Burwell(sempre molto azzeccate le scelte musicali dei due fratelli!) e la ricostruzione storica della città dove si svolge la vicenda(che rimane sempre anonima, forse perché vuole essere un archetipo di tutte le tipiche città americane). E per finire la scelta degli attori e dei caratteristi(tra tutti il formidabile gangster interpretato da John Polito). Sembrerebbe, a prima vista, l’emblema del gangster-movie con tutti i clichè del genere(lotta tra gang, brama di potere, uso frequente di mitra e pistole, città buie e corrotte fino all’osso…) ma se guardiamo nei dettagli scopriamo che questo film si discosta molto dai canoni del genere. La decostruzione dei generi fa parte, ormai, del marchio di fabbrica di questi due registi, e soprattutto per quanto riguarda il genere noir, già decostruito in altri grandi successi come “Blood Simple”, “Fargo” e “L’uomo che non c’era”), ma qui viene fatta in maniera quasi invisibile, esagerando certi aspetti e abbassandone altri a livelli della parodia. Se guardiamo “Crocevia della morte” abbiamo, innanzitutto, un gangster movie più psicologico che di azione: sono in realtà molto poche le sparatorie e molte di più le scene di dialogo, che richiamano lo stile di molti altri film dei Cohen dove i personaggi agiscono poco e parlano molto(uno su tutti “Il grande Lebowski”) filosofeggiando sugli eventi che accadono, sicuramente influenzati dagli studi di Ethan, laureato in filosofia presso l’Università di Princeton. Si potrebbe, infatti, considerare questo film come una sorta di “teorema filosofico” sul concetto di moralità(tema presente fin da subito con il primo dialogo sull’etica), tema paradossale per un film che parla del mondo criminale. Ma proprio qui sta la genialità dei Cohen che ci spiazzano con la descrizione di criminali che seguono principi etici(per quanto molto relativi) mentre, al contrario, il mondo delle istituzioni e della polizia viene descritto in termini negativi(critica verso il potere ametricano?) con i poliziotti che parteggiano per l’una e l’altra gang a seconda di come gli conviene. Inoltre se i due registi esaltano certi clichè del genere parodiando esplicitamente la figura dei gangster italoamericani(il già citato John Polito ma anche i suoi comprimari) dall’altro abbassano il tono del racconto a livello della commedia sentimentale con il personaggio di Verna Bernbaum(Marcia Gay Harden), motore di tutta l’azione e dei guai dei protagonisti. Ne viene fuori un “pastiche” di generi e di situazioni che da un lato esalta i canoni del gangster movie e dall’altro crea qualcosa di nuovo e indefinibile agli occhi dei puristi esaltando così la capacità narrativa dei due geniacci di Minneapolis abili, in questo modo, a spiazzare tutte le aspettative di spettatori e critica.
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onufrio
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domenica 5 maggio 2013
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l'epoca del proibizionismo
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I fratelli Coen ci raccontano una storia di gangster ambientata nel periodo del proibizionismo; lo stile dei due fratelli è inconfondibile; ogni personaggio diventa caratteristico, non mi esalta oltre modo però l'attore GAbriel Byrne che in questo film veste i panni del protagonista, ovvero Tom, braccio destro di Leo (A.Finney), i due verranno ai ferri corti per via di una donna (Verna- M.G.Harden) e di suo fratello (Bernie-J.Turturro) che in molti vogliono vedere morto. Una volta cacciato,Tom si schiera col boss Johnny Caspar interpretato da un buffo Jon Polito, egli vuole la morte di bernie e incarica Tom per ucciderlo; il film prosegue sempre con toni pacati ma efficaci, l'intrigo e la suspence non lasciano mai lo spettatore.
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I fratelli Coen ci raccontano una storia di gangster ambientata nel periodo del proibizionismo; lo stile dei due fratelli è inconfondibile; ogni personaggio diventa caratteristico, non mi esalta oltre modo però l'attore GAbriel Byrne che in questo film veste i panni del protagonista, ovvero Tom, braccio destro di Leo (A.Finney), i due verranno ai ferri corti per via di una donna (Verna- M.G.Harden) e di suo fratello (Bernie-J.Turturro) che in molti vogliono vedere morto. Una volta cacciato,Tom si schiera col boss Johnny Caspar interpretato da un buffo Jon Polito, egli vuole la morte di bernie e incarica Tom per ucciderlo; il film prosegue sempre con toni pacati ma efficaci, l'intrigo e la suspence non lasciano mai lo spettatore.
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fierror
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domenica 13 novembre 2011
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senza pietà
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Intrigante,coinvolgente,nonostante la trama appositamente ingarbugliata l'ho seguito con attenzione dall'inizio alla fine.
Il personaggio principale Tom è a che fare con individui pericolosi e loschi,ma tuttavia riesce ad avere sempre il coltello dalla parte del manico in questa piccola guerra tra bande dove tutti si conoscono,ma nessuno sà bene cosa abbia in mente l'altro.
Tom è in casi duro e spietato,ma sà quando deve cedere,pagherà caro il suo unico atto di pietà.
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francesco2
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sabato 20 agosto 2011
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tra "blood simple" e "fargo"(1)
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Almeno- E dico almeno- da un punto di vista cronologico, questo film si colloca a metà tra "Blood Simple"(1984)e "Fargo"(1996). Tra i critici, alcuni hanno preferito l'esordio dei due fratelli del Minnesota; altri, invece, hanno maggiormente apprezzato la svolta "realista" del film premiato con un Oscar per la sceneggiatura, per quanto alcuni ci abbiano visto un pò un esercizio di stile senza particolari significati.
Chi scrive è propenso ad appartenere alla seconda categoria citata. In ogni caso, il film in questione rappresenta per davvero un "Crocevia",e non solo da un punto di vista geografico nel senso che i due fratellastri devono scegliere tra il film citato che ne ha segnato il debutto, e quella svolta presente soprattutto in "Arizona Junior" .
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Almeno- E dico almeno- da un punto di vista cronologico, questo film si colloca a metà tra "Blood Simple"(1984)e "Fargo"(1996). Tra i critici, alcuni hanno preferito l'esordio dei due fratelli del Minnesota; altri, invece, hanno maggiormente apprezzato la svolta "realista" del film premiato con un Oscar per la sceneggiatura, per quanto alcuni ci abbiano visto un pò un esercizio di stile senza particolari significati.
Chi scrive è propenso ad appartenere alla seconda categoria citata. In ogni caso, il film in questione rappresenta per davvero un "Crocevia",e non solo da un punto di vista geografico nel senso che i due fratellastri devono scegliere tra il film citato che ne ha segnato il debutto, e quella svolta presente soprattutto in "Arizona Junior" .(1987)e "Mister Hula Hoop"(1994), dove il loro cinema comincerà ad interessarsi di varie tematiche quali il senso del Tempo e dello Spazio, (Visibili anche nell'"Uomo che non c'era", "Il grande Lebowski"), ecc.
Non si vuole negare che anche qui, parzialmente, siano presenti tali tematiche. Chi scrive, per esempio, pensa che il lungo -E dilatato- monologo che Turturro compie di fronte all'"Assassino designato" ponga l'accento su particolari tematiche esistenziali. Ad esempio, ha una persona il diritto di determinare se una persona debba o non debba morire? E se sì, questo può essere determinato da ordini ricevuti per puri motivi di interesse o di vendetta? Ed anche certe figure appaiono tipicamente coeniane: si pensi al "padre" che ha nei confronti del figlio un atteggiamento così curioso, e che ricorda l'imprenditore di
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francesco2
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venerdì 19 agosto 2011
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tra "blood simple" e "fargo"(2)
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"Burton Fink"; senza dimenticare i continui paradossi che il film propone, ad esempio la fine che il protagonista rischia di fare e che gli viene risparmiata da un equivoco. Ma anche che lui stesso, alla fine del film, compirà quel gesto che all'inizio si era rifiutato di eseguire.
Tuttavia, si potrebbe scrivere che questo non necessariamente basta a costruire una "Storia": in fondo lo stesso personaggio principale è una figura alla Mitchum -Penso- apparentemente cinica, ma alle volte criminale "Caritatevole" e dotato di un sarcasmo inglese,che vive -Altro paradosso- un amore odio per la Guy Harden, bravissima nels uo ruolo di "Mangiauomini" che considera una potenziale assassina; magari di quel signore a cui, in una sequenza tipicamente coeniana, aera stato rubato il parrucchino una volta morto.
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"Burton Fink"; senza dimenticare i continui paradossi che il film propone, ad esempio la fine che il protagonista rischia di fare e che gli viene risparmiata da un equivoco. Ma anche che lui stesso, alla fine del film, compirà quel gesto che all'inizio si era rifiutato di eseguire.
Tuttavia, si potrebbe scrivere che questo non necessariamente basta a costruire una "Storia": in fondo lo stesso personaggio principale è una figura alla Mitchum -Penso- apparentemente cinica, ma alle volte criminale "Caritatevole" e dotato di un sarcasmo inglese,che vive -Altro paradosso- un amore odio per la Guy Harden, bravissima nels uo ruolo di "Mangiauomini" che considera una potenziale assassina; magari di quel signore a cui, in una sequenza tipicamente coeniana, aera stato rubato il parrucchino una volta morto.
Se il finale non convince neanche del tutto, resta il sospetto che chi scrive non abbia apprezzato fino in fondo questo bel film, e che le sue tre stelle diventerebbero quattro se solo ci riflettesse un pò di più.
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(di francesco2)
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zema89
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domenica 8 maggio 2011
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l'importante è avere il cappello sempre in testa 2
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Essendo per me impossibile non fare collegamenti con altre pellicole oserei dire che la figura di Tom è quella che in assoluto potrebbe accordarsi meglio con quella di un Padrino alla Corleone, anche se con sfaccettature diverse, si intende. Ma come ho già precedentemente detto lui non è il boss, è il suo “braccio destro”, la sua mente, il suo stratega. I due boss invece sono lontanissimi dalla figura del Padrino: Johnny Caspar risulta essere spesso molto “buffo”, se mi permettete la citazione, lasciandosi trasportare da una collera che lo fa assomigliare ad un maiale, e cimentandosi spesso in certe dubbie facezie delle quali finisce col ridere solo lui; l'altro, Leo, sembra non prendere le cose troppo sul serio, quasi come fossero un gioco, e non mantiene una solida capacità di giudizio essendo perdutamente innamorato di Verna, ossia Marcia Gay Harden, che si dimostra abile nell'assumere il ruolo di una meravigliosa Dark Lady.
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Essendo per me impossibile non fare collegamenti con altre pellicole oserei dire che la figura di Tom è quella che in assoluto potrebbe accordarsi meglio con quella di un Padrino alla Corleone, anche se con sfaccettature diverse, si intende. Ma come ho già precedentemente detto lui non è il boss, è il suo “braccio destro”, la sua mente, il suo stratega. I due boss invece sono lontanissimi dalla figura del Padrino: Johnny Caspar risulta essere spesso molto “buffo”, se mi permettete la citazione, lasciandosi trasportare da una collera che lo fa assomigliare ad un maiale, e cimentandosi spesso in certe dubbie facezie delle quali finisce col ridere solo lui; l'altro, Leo, sembra non prendere le cose troppo sul serio, quasi come fossero un gioco, e non mantiene una solida capacità di giudizio essendo perdutamente innamorato di Verna, ossia Marcia Gay Harden, che si dimostra abile nell'assumere il ruolo di una meravigliosa Dark Lady.
Insomma nessuno sembra avere tutte le carte in regola come Tom per poter mettere assieme i pezzi del puzzle ed arrivare alla risoluzione di una situazione che si fa sempre più complicata. Solo lui, rimanendo sempre isolato, chiuso in se stesso e nei suoi pensieri, e senza lasciarsi trasportare dall'egoismo delle ambizioni e dei desideri, in mezzo a boss non proprio astuti, poliziotti e politici corrotti, e all'amore di una donna, riesce a portare a termine il proprio dovere in una maniera che in un certo senso verrebbe da definire etica. Agisce nella maniera secondo lui più giusta insomma, anche se non ci sarà guadagno per lui e finirà col rimanere ancora più solo di prima. Solo una cosa non avrà perso: il proprio cappello. Per tutto il film non farà altro che assicurarsi di avere con se il proprio copricapo, come se nonostante il suo mestiere, i suoi vizi, e il suo esser privo di sentimentalismi, egli si preoccupi di conservare una certa dignità. Solo in sogno perde il cappello, ma non lo rincorre, perchè come lui stesso ci dice “la cosa più ridicola è un uomo che corre dietro al cappello”, cosa che lui in un certo senso fa; ma forse c'è un significato più profondo, inteso come un correre dietro ad un sogno irrealizzabile o dietro a delle false speranze. Tom risolve la situazione, ma perde lavoro e amore proprio perchè non è un egoista, proprio perchè senza perdere tempo a correre dietro a qualche sogno si limita a vedere le cose per come sono davvero, in modo razionale. Certamente un uomo così non può essere un uomo felice, ne all'inizio ne alla fine del film, ma rimane uno che lotta e si sacrifica per ciò che crede e per le persone a cui tiene. Un uomo a parer mio degno della massima ammirazione, un uomo che tutto sommato mantiene una certa etica.
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zema89
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domenica 8 maggio 2011
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l'importante è avere il cappello sempre in testa 1
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Miller's Crossing è uno dei primi film dei fratelli Coen, e che personalmente ritengo essere uno di loro miglior lavori. Non è propriamente un film sulla mafia in senso stretto, ma la maggior parte dei personaggi sono mafiosi e di conseguenza anche gli ambienti in cui si svolgono le vicende lo sono. Ciò che precedenti film sulla mafia ci hanno insegnato è che i mafiosi, pur essendo criminali, tengono dei loro principi, come l'onore e il rispetto. Infatti tra le prime parole che sentiamo pronunciare nel film ce ne è una che è di notevole importanza, ossia “l'etica”. Certo è che parlando di criminalità risulta essere istintivamente difficile poter parlare di personaggi etici, ma le cose non sono così semplici e il film in questione, non tracciando una linea di demarcazione netta tra ciò che è giusto e sbagliato, non limita la nostra capacità di giudizio sui personaggi, che a dispetto delle apparenze finiscono col rivelarsi molto più complicati di quanto si possa inizialmente pensare.
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Miller's Crossing è uno dei primi film dei fratelli Coen, e che personalmente ritengo essere uno di loro miglior lavori. Non è propriamente un film sulla mafia in senso stretto, ma la maggior parte dei personaggi sono mafiosi e di conseguenza anche gli ambienti in cui si svolgono le vicende lo sono. Ciò che precedenti film sulla mafia ci hanno insegnato è che i mafiosi, pur essendo criminali, tengono dei loro principi, come l'onore e il rispetto. Infatti tra le prime parole che sentiamo pronunciare nel film ce ne è una che è di notevole importanza, ossia “l'etica”. Certo è che parlando di criminalità risulta essere istintivamente difficile poter parlare di personaggi etici, ma le cose non sono così semplici e il film in questione, non tracciando una linea di demarcazione netta tra ciò che è giusto e sbagliato, non limita la nostra capacità di giudizio sui personaggi, che a dispetto delle apparenze finiscono col rivelarsi molto più complicati di quanto si possa inizialmente pensare.
Nella scena iniziale vediamo due boss a confronto: Leo, di origini irlandesi ed interpretato da Albert Finney, e Johnny Caspar, che invece è italo-americano ed è personificato da un ottimo Jon Polito. Tra i due si accende da subito un diverbio che li porterà alla rottura dei loro buoni rapporti; una rottura che finirà per riflettersi anche sul rapporto tra Leo ed il suo fidato “braccio destro”, Tom Reagan, magistralmente interpretato da uno splendido Gabriel Byrne.
Questo è a grandi linee l'incipit di una pellicola che è sorretta da una sceneggiatura più che convincente, con una trama imprevedibile e ben architettata; importante è quindi per lo spettatore mantenersi nel corso della visione sempre lucido ed estremamente attento, in modo da non entrare in confusione e di potersi tranquillamente godere i molteplici colpi di scena che questo magnifico film ci offre. Ma il problema, se così lo vogliamo chiamare, di una trama così complicata e pregna di scene cruente e di contenuti impegnativi, viene risolto caparbiamente dall'umorismo del protagonista, Tom Reagan appunto, che in qualsiasi circostanza, o quasi, dimostra sangue freddo e prontezza spirito, e che con la sua battuta sempre pronta finisce per alleggerire le drastiche situazioni che è costretto ad affrontare. Impossibile non trovare simpatico un personaggio simile, che con il suo cinico umorismo si rivela essere un vero “figlio di p...”, come spesso viene ribadito nel film, ma che nonostante ciò è anche un uomo con dei principi, che agisce sempre per una causa specifica e non per puro egoismo. Un uomo che quindi rispetta una sua etica, quella di cui si parla ad inizio film e che in seguito verrà ribadita. Un personaggio che incassa colpi su colpi, in tutti i sensi, ma che non perde mai il controllo di se, dimostrandosi sempre lucido e razionale. Un uomo intelligente ed estremamente astuto, che pur essendo dalla parte dei malavitosi può essere facilmente accostato alla figura di un vero e proprio detective, come se fosse una specie di Sherlock Holmes.
Interessante è anche il fatto che Tom ci viene presentato come un forte bevitore, e come un giocatore accanito che non sa mai quando mollare, anche quando le cose si mettono molto male per lui. Questo ci farebbe pensare ad un debole, ad uomo dal pensiero “annebbiato”, ma che invece si rivela essere l'unico sempre in grado di ragionare e che sa sempre come agire.
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