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citizen kane
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martedì 20 aprile 2021
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non so dove vado ma so da cosa fuggo
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Chi non ha mai desiderato, anche per un solo istante, di essere un'altra persona ,anche se completamente sconosciuta? Il problema dell'identità e del conoscere o disconoscere se stessi non è solo della modernità.Il film non ha nulla di razionale,la ricerca materiale di un individuo è solo un pretesto,come in Blow-Up la trama è accidentale.Il senso del film è il perdersi inconsapevolmente in una dimensione di libertà assoluta che non ha nè scopo nè ragione. Deve la vita avere uno scopo ?
o bisogna lasciarsi vivere dalla vita in modo inconsapevole?L'amore è solo un incontro di esseri che vagano e che accidentalmente vengono a contatto.
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Chi non ha mai desiderato, anche per un solo istante, di essere un'altra persona ,anche se completamente sconosciuta? Il problema dell'identità e del conoscere o disconoscere se stessi non è solo della modernità.Il film non ha nulla di razionale,la ricerca materiale di un individuo è solo un pretesto,come in Blow-Up la trama è accidentale.Il senso del film è il perdersi inconsapevolmente in una dimensione di libertà assoluta che non ha nè scopo nè ragione. Deve la vita avere uno scopo ?
o bisogna lasciarsi vivere dalla vita in modo inconsapevole?L'amore è solo un incontro di esseri che vagano e che accidentalmente vengono a contatto.Da cosa fuggo?
voltati e guarda indietro.
Pura poesia
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giulio andreetta
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mercoledì 18 dicembre 2019
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un altro grande film di antonioni
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Questo film non si può dimenticare... Anche solo per le scene sul deserto che rimangono impresse nella memoria, così come per il finale, autentico capolavoro della tecnica cinematografica, con quel lungo piano-sequenza ottenuto con un movimento di macchina di difficile realizzazione. Un Jack Nicholson al solito magistrale, e una Maria Schneider molto convincente danno vita a un film che narra la crisi di identità dell'uomo moderno. La sceneggiatura mi ha ricordato la trama di un romanzo di Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal. Anche in questo romanzo si assiste ad un volontario scambio di identità da parte del protagonista. In effetti trovo questa pellicola molto pirandelliana, e come nel grande scrittore siciliano si assiste ad una profonda riflessione sull'identità, sull'incomunicabilità e sul disagio.
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Questo film non si può dimenticare... Anche solo per le scene sul deserto che rimangono impresse nella memoria, così come per il finale, autentico capolavoro della tecnica cinematografica, con quel lungo piano-sequenza ottenuto con un movimento di macchina di difficile realizzazione. Un Jack Nicholson al solito magistrale, e una Maria Schneider molto convincente danno vita a un film che narra la crisi di identità dell'uomo moderno. La sceneggiatura mi ha ricordato la trama di un romanzo di Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal. Anche in questo romanzo si assiste ad un volontario scambio di identità da parte del protagonista. In effetti trovo questa pellicola molto pirandelliana, e come nel grande scrittore siciliano si assiste ad una profonda riflessione sull'identità, sull'incomunicabilità e sul disagio. Il malessere del protagonista, al solito, non si coglie nel film che attraverso lo studio dei dettagli e non da elementi evidenti. I dialoghi sono minimalisti, e non trattano quasi mai direttamente il rovello interiore. Allo spettatore, quindi, è richiesto un ruolo attivo di interpretazione, di decodificazione del segno, come anche si può dire avvenga nei film migliori di Wim Wenders. La narrazione, del resto, non sembra essere che un pretesto per fare emergere i dolorosi conflitti di coscienza del protagonista, la sua solitudine, la ricerca di una condivisione, che però mai avviene. Altro film molto amaro, quasi senza speranza, del grande regista, qui al vertice dell'ispirazione.
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lucaguar
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sabato 17 febbraio 2018
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tra avventura ed esistenzialismo
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Si può dire che "Professione:reporter" sia l'ultimo grande film del regista ferrarese. Il filo conduttore dell'opera è sempre la crisi esistenziale del nostro tempo, tema che ha tormentato tutta la lunga e indefessa ricerca antonioniana.
Questa volta la crisi è quella vissuta da un giornalista di successo, che però è stanco e nauseato dalla sua vita, in cerca di una possibilità di svolta. Questa occasione la troverà un giorno durante un reportage in Africa, dove in un albergo in mezzo alla savana, rinviene un cadavere di un uomo che gli somiglia in modo impressionante: David Locke decide così di "trasformarsi" in David Robertson, facendosi credere morto.
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Si può dire che "Professione:reporter" sia l'ultimo grande film del regista ferrarese. Il filo conduttore dell'opera è sempre la crisi esistenziale del nostro tempo, tema che ha tormentato tutta la lunga e indefessa ricerca antonioniana.
Questa volta la crisi è quella vissuta da un giornalista di successo, che però è stanco e nauseato dalla sua vita, in cerca di una possibilità di svolta. Questa occasione la troverà un giorno durante un reportage in Africa, dove in un albergo in mezzo alla savana, rinviene un cadavere di un uomo che gli somiglia in modo impressionante: David Locke decide così di "trasformarsi" in David Robertson, facendosi credere morto. Per sua sfortuna però il defunto era un trafficante di armi, che conduceva una vita tutt'altro che tranquilla; Locke (Robertson) si troverà così coinvolto in intrighi più grandi di lui, che lo porteranno ad essere ucciso da dei sicari.
Antonioni ci regala un film di stampo chiaramente pirandelliano, che ha una potenza visiva notevole e un'ottima fotografia; anche l'interpretazione di Jack Nicholson è buona, come sempre. Quest'opera però, rispetto ad altre del nostro grande regista, non risulta incisiva, vuole dire troppo e finisce per non trasmettere molto; non viene sottolineata in modo chiaro e profondo la crisi del protagonista e finisce quasi per risultare un film d'avventura, e per giunta con poca azione. Certamente ci sono delle intuizioni da grande regista, come la celeberrima sequenza finale, e le solite inquadrature "decentrate" tipiche dello stile di Antonioni, ma stavolta veramente non bastano per far elevare questa pellicola a livelli paragonabili, per fare solamente un esempio, a "La notte".
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fedeleto
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domenica 1 marzo 2015
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professione regista
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David Locke è un reporter.Trovatosi in Africa per un servizio sui guerriglieri, incontra Robertson, un trafficante d'armi.Poco dopo la loro conoscenza David trova questa persona morta nella stanza di un hotel.Sruttando la somiglianza con quest'ultimo, David decide di prendere il suo posto e cosi scambiarsi di identità. In tal modo David diventerà Robertson e viaggerà vendendo progetti di armi e conoscerà una giovane che lo aiuterà nell'avventura. Ma forse il problema diventa troppo grande , e la situazione sfugge di mano.Antonioni (blow up, l'eclisse) dopo il documentario sulla Cina torna al cinema con un film degno di attenzione.
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David Locke è un reporter.Trovatosi in Africa per un servizio sui guerriglieri, incontra Robertson, un trafficante d'armi.Poco dopo la loro conoscenza David trova questa persona morta nella stanza di un hotel.Sruttando la somiglianza con quest'ultimo, David decide di prendere il suo posto e cosi scambiarsi di identità. In tal modo David diventerà Robertson e viaggerà vendendo progetti di armi e conoscerà una giovane che lo aiuterà nell'avventura. Ma forse il problema diventa troppo grande , e la situazione sfugge di mano.Antonioni (blow up, l'eclisse) dopo il documentario sulla Cina torna al cinema con un film degno di attenzione. Da un soggetto di Mark Peploe e una sceneggiatura di Sannia , Antonionie Peploe, il film si incentra sul tema dell'identità e possiede decisamente connotati pirandelliani.David/Robertson è un dualismo necessario per capire l'uno.Chi è David oltre ad essere un reporter? Un uomo che vive intervistando e facendo compromessi (come gli ricorda la moglie) e lui dunque arrivato a tal punto vuole fuggire, vuole reinventarsi, un po' come fece quel Mattia Pascal.Ma David da cosa fugge principalmente? Dal nulla? (La scena della macchina ove Maria Schneider si gira) o da se stesso? Il mago africano durante l'intervista gli rivolge la macchina da presa in faccia e David si mostra , ma è imbarazzato, confuso, disorientato, David non sa come esistere.Tutto comincia per caso, la fatalità che entra nella vita del reporter per ricreare o meglio ricalcare, perché alla fine David avrà lo stesso destino di Robertson.Antonioni firma una nuova pellicola esistenzialista ove la perdita dell'identità porta alla morte dell'io, straordinaria la sequenza finale in cui l'oggetto della realtà circostante (la macchina da presa)lascia intuire la fine del soggetto.Un film a tratti personale (10 anni che il regista ferrarese non lavora in Italia) e del resto perdere l'identità è comprensibile, ma senza dubbio il pubblico ha apprezzato nuovamente lo sforzo.Nicholson magistrale, Schneider non male. Da vedere.
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kronos
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domenica 21 settembre 2014
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eterna giovinezza
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E' uno di quei (rari) films baciati dal dono dell'eterna giovinezza: risale ai primi anni settanta, ma potrebbe essere stato girato ieri.
Racconta la voglia d'evasione dell'uomo occidentale dalla gabbia che modernità e progresso gli hanno costruito attorno, e lo fa con scelte visive e narrative di grandissimo fascino.
Benchè poco celebrato, è senza dubbio uno dei migliori lavori di Antonioni.
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luca scial�
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giovedì 28 novembre 2013
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un road movie enigmatico
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David Locke è un documentarista di origini inglesi ma trapiantato in America, spedito in un Paese africano per un reportage su una guerra civile che sta insanguinando il Paese. Ritrova il suo vicino di camera dell'hotel morto, un certo David Robertson, uomo d'affari implicato in un commercio d'armi. Convinto che l'uomo sia stato assassinato, decide di prenderne l'identità, un pò per evadere dalla propria vita e un pò pervederci chiaro. Il gioco si fa più grande di lui, passando da Londra a Barcellona fino a Fatima. Per la strada incontra una giovane donna ugualmente vogliosa di una svolta, che lo segue inconscientemente in questo viaggio.
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David Locke è un documentarista di origini inglesi ma trapiantato in America, spedito in un Paese africano per un reportage su una guerra civile che sta insanguinando il Paese. Ritrova il suo vicino di camera dell'hotel morto, un certo David Robertson, uomo d'affari implicato in un commercio d'armi. Convinto che l'uomo sia stato assassinato, decide di prenderne l'identità, un pò per evadere dalla propria vita e un pò pervederci chiaro. Il gioco si fa più grande di lui, passando da Londra a Barcellona fino a Fatima. Per la strada incontra una giovane donna ugualmente vogliosa di una svolta, che lo segue inconscientemente in questo viaggio. Mentre la moglie comincia a cercarlo...
Ultimo film girato all'estero per Michelangelo Antonioni, che si concede riprese in 4 Paesi diversi e lontani tra loro. Un film ambizioso, con due attori protagonisti di eccezione: Jack Nicholson e Maria Schneider. Per un road movie enigmatico, sofisticato, intimista; che talvolta fa il passo più lungo della gamba. La scena finale, un fermo immagine di 7 minuti, è diventata celebre e ha fatto scuola. Ambientazioni imponenti e suggestive, specie nelle sequenze iniziali girate in Africa.
Vinse due nastri d'argento: a Antonioni per la regia e a Luciano Tavoli per la fotografia.
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germi86
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domenica 21 marzo 2010
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scambio d'identità.. i pro e i contro
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la trama è interessante,l'idea anche,ma l'ho trovato un pò noiosetto..non mi ha colpito profondamente,poteva esporre la vicenda in maniera diversa.. mi perdoni maestro antonioni ma i gusti son gusti..
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marialop
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domenica 7 febbraio 2010
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finale nebuloso
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il regista lascia spazio a diverse interpretazioni nel finale:il protagonista vuole (o sa)di essere ucciso? La ragazza è forse d'accordo con i trafficanti e se non lo è sembra rimanere indifferente quando viene scoperto il cadavere? La moglie perchè è sulle tracce del marito creduto morto se poi riconoscendolo nega che sia lui? Forse è stata volontà del regista lasciare aperti questi interrogativi
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joker91
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sabato 21 novembre 2009
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grande
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un capolavoro firmato antonioni.
un regista grandioso che crea film fantastici.
Nicholson e veramente un grande attore lo dimostra in ogni film.
film consigliatissimo
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alessio
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martedì 10 febbraio 2009
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da riscoprire
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Una sorta di "fu Mattia Pascal" in salsa antonioniana: solare e affascinante.
Capisco che certa gente preferisca films "rutti e scorregge", ma questa è una pellicola da riscoprire: una delle più riuscite di Antonioni.
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