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alessandra verdino
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lunedì 15 gennaio 2007
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uno scontro tra due culture
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Se si vogliono trascorrere due ore di suspence quasi assoluta, allora "Il Clan dei Siciliani" è il film giusto.
Qui gli ingredienti ci sono davvero tutti.
In Francia, a Parigi, si è insediata e prospera, dietro una facciata irreprensibile, una famiglia mafiosa, capeggiata da un incredibile Jean Gabin.
Ed ecco la Sicilia degli emigranti legati alla mafia, che mantiene in sè ingredienti della tradizione (la patria lontana), e che si deve confrontare con una realtà più urbana e civilizzata (Jean Gabin, in fondo, vuole arricchirsi per comprare terre nella sua Sicilia).
Quindi, il confronto tra un modo di essere ancorato a radici ancestrali ed una scoperta modernità, rappresentata anche dal personaggio della nuora (Irina Demick), l'unica francese del clan.
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Se si vogliono trascorrere due ore di suspence quasi assoluta, allora "Il Clan dei Siciliani" è il film giusto.
Qui gli ingredienti ci sono davvero tutti.
In Francia, a Parigi, si è insediata e prospera, dietro una facciata irreprensibile, una famiglia mafiosa, capeggiata da un incredibile Jean Gabin.
Ed ecco la Sicilia degli emigranti legati alla mafia, che mantiene in sè ingredienti della tradizione (la patria lontana), e che si deve confrontare con una realtà più urbana e civilizzata (Jean Gabin, in fondo, vuole arricchirsi per comprare terre nella sua Sicilia).
Quindi, il confronto tra un modo di essere ancorato a radici ancestrali ed una scoperta modernità, rappresentata anche dal personaggio della nuora (Irina Demick), l'unica francese del clan.
Questo penso sia il vero tema del film,che, infatti, culmina in un'uccisione per delitto di onore, quindi in un ritorno all'ancestralità.
Jean Gabin è incredibile nei panni del boss siciliano.
Ma gli altri due formidabili attori non sono da meno.
Ecco un Alain Delon d'annata, perfetto nel personaggio del killer, e qui si tratta di un delinquente molto moderno che, per questo, mette in pericolo le tradizioni ed il modo di vivere della piccola comunità.
E' un attore davvero formidabile, che inchioda semplicemente con lo sguardo. La modernità contro la tradizione, quindi.
Un vero scontro tra due culture diverse.
Lino Ventura, nel suo personaggio del commissario di polizia tutto d'un pezzo, estremamente fedele al suo ruolo di integerrimo tutore della legge, è davvero fantastico.
Ma il vero perno del film credo sia il rapporto, irto di difficoltà perchè si scontra con il passato,e quindi con un modo di vedere la vita troppo atavico, tra Jean Gabin e Alain Delon.
Un vero duello tra giganti, che rende questo film splendido, affascinante e davvero senza tempo.
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21thcentury schizoid man
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sabato 10 settembre 2011
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un noir interessante
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(Attenzione, contiene spoiler) A Parigi, un pericoloso criminale, Roger Sartet, riesce ad evadere di prigione grazie all’aiuto del clan mafioso dei Manalese. Mentre l’ispettore Le Goff gli dà la caccia, Roger propone a Vittorio Manalese, il vecchio boss a capo della famiglia mafiosa, di rubare dei gioielli custoditi all’interno di un museo di Roma. I malviventi, però, si vedono costretti a rinunciare al colpo a causa del sofisticato sistema di sicurezza di cui è dotato l’edificio.
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(Attenzione, contiene spoiler) A Parigi, un pericoloso criminale, Roger Sartet, riesce ad evadere di prigione grazie all’aiuto del clan mafioso dei Manalese. Mentre l’ispettore Le Goff gli dà la caccia, Roger propone a Vittorio Manalese, il vecchio boss a capo della famiglia mafiosa, di rubare dei gioielli custoditi all’interno di un museo di Roma. I malviventi, però, si vedono costretti a rinunciare al colpo a causa del sofisticato sistema di sicurezza di cui è dotato l’edificio. Un boss italo-americano, Tony Nicosia, amico di vecchia data di Vittorio, suggerisce di rubare i medesimi gioielli quando questi dovranno essere trasportati a bordo di un aereo fino a New York, dove saranno esposti al pubblico. Il piano, organizzato fin nei minimi dettagli, funzionerà alla perfezione; ma alla fine Vittorio scoprirà una cosa su Roger che farà scattare in lui la voglia di vendicarsi.
Un noir tutto sommato efficace, diretto da un regista, Henri Verneuil (autore anche della sceneggiatura con la collaborazione di José Giovanni e Pierre Pelegri), che certamente non valeva quanto Jean-Pierre Melville o Jacques Becker (che erano maestri assoluti del genere) ma che comunque, almeno in questo caso, è riuscito a realizzare un film abbastanza teso e incalzante, nonostante l’eccessiva durata: due ore, infatti, non paiono giustificate appieno; se i tempi della narrazione fossero stati un po’ più stringati, la pellicola probabilmente non avrebbe sofferto di qualche pausa di troppo nel racconto. Malgrado ciò, “Il clan dei siciliani” si lascia vedere più che volentieri: anche perché con un cast che comprende tre fuoriclasse del calibro di Alain Delon, Jean Gabin e Lino Ventura era quasi impossibile fare un brutto film. Il primo è Roger Sartet, un giovane e spietato criminale amante della bella vita; il secondo è Vittorio Manalese, un vecchio boss della mala che non vede l’ora di ritirarsi per poter ritornare nella sua terra d’origine e godersi in santa pace gli anni che gli rimangono da vivere; il terzo è Le Goff, un ostinato poliziotto dai metodi poco ortodossi. Tutti e tre sono molto bravi, e vederli recitare insieme è uno spettacolo, tanto è vero che il film meriterebbe di essere visto quasi esclusivamente per la loro presenza.
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luca g
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lunedì 23 dicembre 2024
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delon ... lui s? era un duro ...
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Era il settembre del 69, mio padre - eravamo a tavola con un signore francese con cui era in affari - gli chiese com'era il clan dei siciliani, questo signore disse che era un film magistrale, e allora mio padre mi accompagnò a vederlo, avevano tolto il divieto ai 14 proprio quella mattina;
un film entusiasmante, veramente magistrale, la grande sequenza del sequestro dell'aereo e del suo atterraggio sull'autostrada era meglio di un film di 007;
ricordo i manifesti con i tre 'della teppa francese' scriveva Kezich, sul Giorno gli fu assegnato (***) buono ch'era un giudizio che si dava a pochi film, i film che, per qualche loro aspetto, erano originali, quell'anno lo presero 'i temerari', 'la rivolta' e poi non ricordo,
Kezich osservava che Verneuil non era mai stato un grande regista, che tendeva a fare un cinema 'internazionale', di facile presa - e con Delon era molto, molto, molto facile - a che col 'clan' convinceva,
nel film si assommano almeno tre generi, il poliziesco, il film d'avventura, la commedia drammatica a sfondo erotico, e che il risultato era di una spettacolarità eccezionale; la strategia del cinema francese metteva a segno un grande successo,
a quei tempi i francesi scelsero la strada di abbandonare la strada del film d'arte - un Fellini, un Visconti, un Antonioni non l'avevano - e di produrre film 'medi' ma realizzati in modo molto professionale, mentre noi avevamo i due estremi, F V A, e poi Sergio Corbucci, Monicelli, Steno e quant'altri, non dico teppa, ma grandi registi non erano di sicuro;
la musica di Morricone era in grado di 'fare' il film, Morricone colle sue musiche era quasi sempre regista pure lui;
Delon all'inizio al commissariato quando il poliziotto gli legge il suo dossier da bambino, la maestra scriveva che sorrideva sempre 'c'est la seule note favorable de ce lourde dossier',
' che c'è commissario mi guarda il collo?',
Delon in camera d'albergo con una donnina 'l'hai ordinato tu lo champagne?', al bar Ventura che dalla finestra tende la trappola a Sartait 'è arrivato a Orly', gli americani una suspence, un entusiadmo così non l'hanno mai saputo creare, perchè sono degli standardizzati, non hanno il genio nè dei francesi, nè degli italiani,
fare cinema con una battuta, un'inquadratura, il cinema non è narrazione, è immagine, storia narrata sequenza per sequenza, e son quelle che devono suggestionare, irretire, avvincere, non la storia, lo sviluppo più o meno logico dell'azione;
ah la scena della 'demick' che si tolglie gli slip del bikini in spiaggia, non è lei, è una controfigura, la donna che si vede da tergo è più alta dell'Irina, ah, Irina, ma perché privarci della tua vista .
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Era il settembre del 69, mio padre - eravamo a tavola con un signore francese con cui era in affari - gli chiese com'era il clan dei siciliani, questo signore disse che era un film magistrale, e allora mio padre mi accompagnò a vederlo, avevano tolto il divieto ai 14 proprio quella mattina;
un film entusiasmante, veramente magistrale, la grande sequenza del sequestro dell'aereo e del suo atterraggio sull'autostrada era meglio di un film di 007;
ricordo i manifesti con i tre 'della teppa francese' scriveva Kezich, sul Giorno gli fu assegnato (***) buono ch'era un giudizio che si dava a pochi film, i film che, per qualche loro aspetto, erano originali, quell'anno lo presero 'i temerari', 'la rivolta' e poi non ricordo,
Kezich osservava che Verneuil non era mai stato un grande regista, che tendeva a fare un cinema 'internazionale', di facile presa - e con Delon era molto, molto, molto facile - a che col 'clan' convinceva,
nel film si assommano almeno tre generi, il poliziesco, il film d'avventura, la commedia drammatica a sfondo erotico, e che il risultato era di una spettacolarità eccezionale; la strategia del cinema francese metteva a segno un grande successo,
a quei tempi i francesi scelsero la strada di abbandonare la strada del film d'arte - un Fellini, un Visconti, un Antonioni non l'avevano - e di produrre film 'medi' ma realizzati in modo molto professionale, mentre noi avevamo i due estremi, F V A, e poi Sergio Corbucci, Monicelli, Steno e quant'altri, non dico teppa, ma grandi registi non erano di sicuro;
la musica di Morricone era in grado di 'fare' il film, Morricone colle sue musiche era quasi sempre regista pure lui;
Delon all'inizio al commissariato quando il poliziotto gli legge il suo dossier da bambino, la maestra scriveva che sorrideva sempre 'c'est la seule note favorable de ce lourde dossier',
' che c'è commissario mi guarda il collo?',
Delon in camera d'albergo con una donnina 'l'hai ordinato tu lo champagne?', al bar Ventura che dalla finestra tende la trappola a Sartait 'è arrivato a Orly', gli americani una suspence, un entusiadmo così non l'hanno mai saputo creare, perchè sono degli standardizzati, non hanno il genio nè dei francesi, nè degli italiani,
fare cinema con una battuta, un'inquadratura, il cinema non è narrazione, è immagine, storia narrata sequenza per sequenza, e son quelle che devono suggestionare, irretire, avvincere, non la storia, lo sviluppo più o meno logico dell'azione;
ah la scena della 'demick' che si tolglie gli slip del bikini in spiaggia, non è lei, è una controfigura, la donna che si vede da tergo è più alta dell'Irina, ah, Irina, ma perché privarci della tua vista ... à poile??
un grande film d'azione, magistralmente diretto, un pò inverosimile alla fine: possibile che Alain si faccia ammazzare così?? e che Irina si metta proprio tra Gabin e lui? ma andiamo!
fatto sta che dopo l'uscita del Clan cominciò ben altro film, Delon e la moglie Nathalie vennero fermati a Parigi per duplice omicidio volontario, il giudice istruttore, dopo un venerdì in cui erano stato sotto 14 ore di interrogatorio stava per farli crollare, ma, dall'Eliseo arrivò la telefonata al parquet: 'tout arreter',
ah la separazione delle carriere.
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figliounico
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venerdì 25 aprile 2025
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quel che si dice un bel film
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Un gangster movie del 1969 che non dimostra gli anni che ha diretto da Henri Verneuil con una trama molto fantasiosa, direi niente affatto verosimile, tratta peraltro dal romanzo omonimo di Le Breton. La narrazione fluida, la recitazione naturale di un cast eccellente con protagonisti tre mostri sacri del cinema francese, Gabin, Delon e Ventura, affiancati dal nostro Amedeo Nazzari, e la suspense al cardiopalma di alcune sequenze rendono la visione del film piacevole fino alla fine. Ultimo, ma non ultimo, elemento di pregio della pellicola la colonna sonora composta da Ennio Morricone. A tal proposito, peccato che Tornatore abbia spoilerato, senza volerlo e senza neppure un motivo apparente tuttavia, nel suo bel documentario dedicato al maestro il finale di questo film.
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