M - Il mostro di Düsseldorf

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Un film di Fritz Lang. Con Peter Lorre, Gustaf Gründgens, Rudolf Blummer, Ellen Widman, Inge Landgut.
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Titolo originale M. Drammatico, b/n durata 117 min. - Germania 1931. MYMONETRO M - Il mostro di Düsseldorf * * * * 1/2 valutazione media: 4,86 su 24 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Un assassino pedofilo dietro un uomo comunissimo. Valutazione 5 stelle su cinque

di Great Steven


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giovedì 27 ottobre 2016

 

M – IL MOSTRO DI DüSSELDORF (GERM, 1931) diretto da FRITZ LANG. Interpretato da PETER LORRE, OTTO WERNICKE, GUSTAV GRUNDGENS, THEO LINGEN

Negli anni ’30 la città di Düsseldorf è sconvolta dalla presenza misteriosa di un assassino psicopatico, di cui nessuno conosce l’identità, che ha già seviziato e ucciso otto bambine. Non si sa null’altro di lui, a parte il metodo che utilizza per attirare in trappola le sue vittime: le convince a seguirlo regalando loro un palloncino, un dolciume o un giocattolo per poi condurle in luoghi appartati e commettere lì gli omicidi. Ciò che più spaventa l’opinione pubblica quanto le stesse forze dell’ordine è l’apparente "normalità" del serial killer in questione, un uomo tranquillo e comune che sembra condurre, al di fuori degli assassinii, una vita grigia e assolutamente avvolta dalla quotidianità. La polizia ispeziona palmo a palmo ogni singolo angolo della metropoli e anche il bosco che la circonda, ma senza risultato: l’omicida sembra introvabile. Ma a scovarlo e coglierlo in flagrante prima che cada vittima della sua follia un’ulteriore bambina ci pensa il popolo, e per la precisione un gruppo di mendicanti. La fascia povera della popolazione di Dusseldorf, in particolar modo prostitute, baristi, ladri, delinquenti comuni, accattoni, senzatetto e venditori ambulanti, è ormai stufa delle continue retate della polizia nelle bettole, nei bordelli e negli ostelli più sconci, in quanto sottraggono clientela, fanno andare a rotoli gli affari e non permettono in generale un’esistenza serena. Ma quando i mendicanti sopracitati riescono ad identificare lo psicopatico pluriomicida in Hans Beckert grazie allo stratagemma di uno di loro (una mano di gesso bianco sulla sua giacca), l’uomo viene arrestato e condotto davanti a un tribunale. Confessa le uccisioni commesse e si difende ponendo a pretesto le sue gravi turbe psichiche, ma non viene ascoltato: la condanna a morte è definitiva e irremovibile. Lo salva l’intervento tempestivo e inatteso della polizia. Il primo film sonoro di F. Lang coincide col termine della parabola artistica del cinema espressionista tedesco, cui lo stesso regista aveva comunque aderito con la partecipazione al movimento del capolavoro di fantascienza Metropolis (1927). M, thriller ad altissima tensione drammatica e con un lavoro di rifinitura della sceneggiatura davvero imponente e considerevole, mette in campo non il protagonista, che fa la sua comparsa soltanto dopo molti minuti dall’inizio della proiezione, ma i comprimari della vicenda, che le fanno da sottofondo ma le cui azioni risaltano con un fervore potente e agghiacciante fin dalle prime scene: a quei tempi, non era frequente che il personaggio principale di un film rimanesse coperto dall’ombra e dall’anonimato per un tempo così lungo, e che le figure, apparentemente di secondo piano, ne prendessero il posto nella storia per costruirne l’identikit, intavolarne le motivazioni e costruirgli intorno l’aura di suspense che riesce ad edificare questo straordinario miscuglio di pathos, attesa snervante ma pur sempre utilissima, emozioni sagaci, lentezza nel procedere degli eventi, misteri che si infittiscono man mano e con crescente angoscia, luci e riflessi luminosi che contribuiscono al suo carattere intimista e raggelante e, ultime solo in questo elenco, le musiche incalzanti e diaboliche che accompagnano la ricerca dell’inafferrabile assassino mentre questi è libero di circolare e agire secondo la sua volontà, compreso il memorabile fischio di un motivo inquietante che l’uccisore pedofilo esegue mentre passeggia indisturbato per le vie di Düsseldorf. Richiami a capolavori letterari come Jekyll & Hyde o a figure storiche di assassini realmente vissuti, ma rimasti sempre avvolti dal mistero (come Jack lo Squartatore), son considerazioni da cinefili raffinati e non contribuiscono grandemente alla valutazione critica finale in senso strettamente filmico, ma arricchiscono l’opera cinematografica di un alone magico e di una superba fantasia creativa che di sicuro male non gli fanno, casomai ne aumentano lo spessore artistico facendone un esempio di comunicazione efficace fra la settima arte e le arti che, cronologicamente, la precedettero. Un P. Lorre alle prime armi, ma già dotato del suo fascino stilistico, della sua precisione recitativa e delle sue espressioni di smarrimento emotivo, elementi che acconsentirono alla sua affermazione di divo del cinema teutonico agli occhi della critica europea, mentre Lang, dirigendolo e facendogli compiere evoluzioni espressive mirabolanti, si consacrò come autore di spicco di thriller psicologici (come il successivo Sono innocente!, 1938, con Henry Fonda protagonista) capaci tanto di tenere sul filo del rasoio un pubblico pagante sempre più ammutolito e impressionante, quanto di narrare storie avvincenti, sempre originali e maestre nell’apprendimento di quei dettami non poi così stringenti e oppressivi di altri geni del giallo che, prima ancora della nascita del cinema, seppero fornire ai lettori di romanzi e racconti spunti per vivere sensazioni forti, pulsanti e indimenticabili. Uscito di recente nella versione integrale, in quanto il regista fu costretto a tagliarlo e rimontarlo più volte a causa di vicende giudiziarie e cavilli burocratici poco simpatici.

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