M - Il mostro di Düsseldorf

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Un film di Fritz Lang. Con Peter Lorre, Gustaf Gründgens, Rudolf Blummer, Ellen Widman, Inge Landgut.
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Titolo originale M. Drammatico, b/n durata 117 min. - Germania 1931. MYMONETRO M - Il mostro di Düsseldorf * * * * 1/2 valutazione media: 4,86 su 24 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il buio nell'anima e il miracolo del sonoro Valutazione 5 stelle su cinque

di M.Raffaele92


Feedback: 2250 | altri commenti e recensioni di M.Raffaele92
mercoledì 16 ottobre 2013

Il capolavoro di Fritz Lang comincia con un’ombra (la prima “apparizione” del killer), quindi prosegue con un’assenza, la rappresentazione della quale è una magistrale lezione di cinema: l’inquadratura sulla spirale della scala (vuota), sull’orologio (il tempo che scorre inesorabile), lo sguardo della madre (preoccupazione, angoscia, disperazione), quindi inquadratura sul piatto e sulla sedia (vuoti). A questa assenza segue la morte della bambina, magnificamente mostrata attraverso un palloncino gonfiabile che rimane impigliato tra i fili del telegrafo. Il film narra di un assassino (Hans Beckert) pedofilo che si aggira per la città di Düsseldorf,la cui rappresentazione merita una parentesi: è qui che emergono i tratti dell’espressionismo (corrente dominante del decennio precedente, ma che nei primi anni 30 lascia ancora la propria impronta nel cinema, non solo tedesco). Essa viene rappresentata da ombre profonde squarciate da tratti violenti di luce, e ciò che ne esce è lo specchio deformato dell’anima dell’assassino. Proseguiamo oltre: il regista mostra (accusa) una polizia inefficiente, totalmente incapace di catturare l’assassino o di organizzarsi a tal scopo. Poiché l'allarme generale e la mobilitazione della polizia disturbano le attività dei ladri della città, questi decidono di organizzarsi a modo loro, rivelandosi di fatto più efficienti della polizia stessa. È curioso notare come le “riunioni” di questi criminali per spartirsi i compiti sembrino delle operazioni di guerra: la rigidità organizzativa, le nuvole di fumo che sorvolano le tavolate volte a riflettere la ponderosità della situazione, la diligenza con la quale ogni individuo viene assegnato a una zona precisa, ecc. Tutto il film è poi realizzato attraverso uno stile documentaristico e scarno, dove la colonna sonora è assente. E qui arriviamo al nodo cruciale, poiché paradossalmente all’assenza di una qualsiasi traccia musicale, Lang compie un lavoro sperimentale, audace e rivoluzionario inerente proprio al sonoro. Questo è ufficialmente comparso 4 anni prima, ma i film muti realizzati fino ai primi anni 30 erano ancora molti. In questo film, l’assassino viene identificato poiché udito fischiare da un cieco (si badi bene,da un cieco: dall’unico che a differenza degli altri non è in grado di vedere); viene poi effettivamente catturato poiché un inseguitore, origliando attraverso la porta dietro la quale Hans è nascosto, lo sente battere un’asticella di ferro che gli possa permettere di aprire la serratura e quindi fuggire. Quindi, ancora una volta, grazie a un suono. Attraverso questi espedienti, Fritz Lang ha compiuto il miracolo di elevare il sonoro a fondamentale e determinante elemento narrativo. È quindi con “M – Il mostro di Düsseldorf” che il sonoro ha fatto il suo vero e proprio ingresso nel cinema. Il colpo di genio finale è l’idea del tribunale della malavita, simbolo (audacissimo per l’epoca) della relatività della giustizia, tema che tornerà in molti film di Lang. Il regista non manca di mostrare una folla incline ad un entusiasmo omicida, contrapponendo a tale furia vendicativa un certo dubbio inerente alla pena di morte (Hans viene riconosciuto dal suo “avvocato difensore” come malato di mente, quindi non padrone delle proprie azioni). Da annotare poi l’interpretazione di Peter Lorre, capace di racchiudere nelle proprie espressioni un’angoscia esistenziale e un tormento dell’anima profondi, che esploderanno poi nella “confessione” finale.

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