di Gian Luigi Rondi Il Tempo
Ale e Franz. La TV, soprattutto quella di Zelig, li ha resi popolari con quei loro personaggi reciprocamente tanto dissimili, uno ingenuo e invadente, l'altro furbo e riservato. Al cinema, finora, avevano avuto un successo minore anche se in un loro film, La terza stella, si erano proposti sotto la guida di Alberto Ferrari che li aveva già diretti con fortuna in teatro («Due e Venti»). Oggi, però, ci si è messo Massimo Venier che ha già portato felicemente sullo schermo, fin dal loro esordio, Aldo, Giovanni e Giacomo e il risultato è decisamente convincente.
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di Roberta Bottari Il Messaggero
Francesco (Franz) è un uomo per bene che ha perso il lavoro: è stato licenziato da una multinazionale, ma ogni mattina si veste da manager in carriera perché non ha il coraggio di dire la verità alla moglie. Alessandro (Ale) invece un lavoro non l'ha avuto mai, ma la vita del piccolo truffatore che fino ad ora gli era andata a pennello, non gli va più: adesso sente l'esigenza di ricominciare da capo con un lavoro onesto e mettere su famiglia. Purtroppo, però, è perseguitato dagli strozzini che lo minacciano di coinvolgere la sua fidanzata nella faccenda.
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Der Standard
Devo ammettere che, senza l'obbligo di recensire un nuovo film, non mi sarei mai aggiunto a quelle quattro persone che, in un piovoso pomeriggio, si sono rifugiati in un cinema a cercare un po' di distrazione con il nuovo film di Ale e Franz. Forse saranno rimasti deluse. Mi fido di te di Massimo Venier, il secondo film dei due comici di Zelig dopo La terza stella, è una commedia dal sorriso amaro dedicata alla più italica di tutte le arti – quella di arrangiarsi. Nel film si incrociano le strade di due personaggi estremamente diversi: Alessandro, piccolo truffatore randagio dal carattere spigoloso, e Francesco, manager appena licenziato da una multinazionale.
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di Paolo D'Agostini La Repubblica
Ale e Franz avevano già cercato due anni fa la strada del cinema, con il film La terza stella. Risultato fiacco, forse anche perché ricalcava i precedenti cabarettistici e i personaggi non erano veri personaggi. Questo nuovo Mi fido di te invece non è male per niente.
Alessandro Besentini e Francesco Villa si riprendono i loro veri nomi e li attribuiscono ai due personaggi della storia. Che sono, in una Milano trattata con occhio originale - città postmoderna e postindustriale senza scimmiottare New York - un tipo che sulla soglia dei quarant'anni non ha trovato ancora un vero lavoro e un vero posto nella vita, e un altro tipo suo coetaneo che invece aveva tutto e ha perso tutto.
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di Massimo Bertarelli Il Giornale
Giù il cappello. All'esordio, Ale&Franz avevano impapocchiato un'anemica commediola (La terza stella) più da sbadigliare che da ridere. Due anni di meditazione ed eccoli felicemente risorti con Mi fido di te. A Milano, Francesco (Franz), funzionario di una multinazionale, è stato licenziato, ma non sa come dirlo alla moglie Veronica, beatamente ignara in villa con i due bambini. Finché incontra lo spiantato bidonista Alessandro (Ale), in precario flirt con Susanna e indebitato col giostraio Kappadue.
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Alias
Il regista di Aldo Giovanni e Giacomo alle prese con il primo film scritto dai due comici di Zelig, Ale(ssandro Besentini) e Fran(z)cesco Villa, ambientato a Milano, nel mondo dei piccoli truffatori di strada, dove si incontrano, battibeccano, ma ne congegnano delle belle, un neofita (manager di multinazionale licenziato), dalla razionatistà irritante, e uno che la sa lunga, ma stralunato e arruffone. Ale e Franz, insieme dal 1995, e che hanno già interpretato La terza stella; cercano di superare la fase cabaret-Mediaset, e di affrontare in chiave demenziale, problemi attuali e drammatici come il precariato, la disoccupazione cercando di parlare la malalingua di oggi.
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Film TV
Tutti i comici sognano il cinema. Non fanno eccezione Ale & Franz, tra i pochi della Generazione Zelig ad avere spessore teatrale, un respiro attoriale da palcoscenico vero, dei tempi e dei ritmi che si rimpallano con intelligenza e senza volgarità, rimanendo ben lontani dalla battuta televisiva di un secondo. Il problema, però, è che il cinema (o ciò che ne è rimasto) è altra cosa rispetto alle pur geniali "panchine". Un film per il grande schermo deve saper osare, anticipare, veleggiare sulle ali del surrealismo, spiazzare, confondere.
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