Il Corriere della Sera
La parola che ho più visto usare l’anno scorso, quando Nostra Signora dei Turchi uscì a Venezia, fu “dissacrazione”. Curioso, la vedo ricomparire adesso che il film esce in circolazione pubblica. Naturalmente, in questo caso “dissacrazione” non va preso in senso canonico, come annullamento di un vincolo religioso, ma come disposizione blasfema contro tutto ciò che è moralmente e socialmente considerato oggetto di rispetto.
A parte che per Carmelo Bene tutti siamo cretini (e questo, magari, a vedere -come tutti insieme mandiamo avanti le cose del mondo, non è neanche sbagliato), egli non tralascia nulla per offendere la nostra sensibilità corrente.
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Il Corriere della Sera
«Come tragica farsa della vita interiore (o solitudine), di un personaggio-situazione o, meglio, di una situazione che si fa personaggio, questo mo film è un’opera di autocontestazione. Quanto alla storia favola o storiella “è tutto quello che vi piacerà”». Cosi presenta il suo primo film Carmelo Bene, nato nel 37 in provincia di Lecce, da una decina d’anni provocatore fisso della scena italiana, abile professionista del dissenso in spettacoli a volte geniali di cui è autore, interprete e regista.
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Il Corriere della Sera
Scoppia la bomba Carmelo Bene, e tutti si mettono a urlare di sdegno e di giubilo. Nostra Signora dei Turchi, primo film del ben noto teatrante, dev’essere per forza o un solennissimo fiasco o un sublime capolavoro. Tiriamo subito i remi in barca: Nostra Signora dei Turchi è uno dei film più interessanti, fra quelli visti quest’anno a Venezia, e Carmelo Bene un autore di talento, ancorché d’umore lunatico. Non perciò dobbiamo metterlo in vetta alla storia dei cinema, rai baciargli l’empia pantofola.
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Il Tempo
CarmOscuro, affannoso, volutamente sconclusionato, questo film di Carmelo Bene riesce comunque a far intendere ai volenterosi di avere, come tema, i casi di un uomo di oggi tutto teso ad una sua difficoltosa e contrastata ricerca della perfezione. Nella sua lotta, quest’uomo è sostenuto da un’immaginaria Santa Margherita, che, scesa per lui da un altare di un’antichissima chiesa di Otranto, tuttora adorna dei teschi di quanti, in pieno Medio Evo, furono trucidati dai turchi invasori, gli dà man forte in una serie di casi spesso contraddittori durante i quali arriva a tal segno a sposare la sua causa da diventare, per lui, una vera e propria donna di carne, con sentimenti, istinti, reazioni da donna vera.
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