Il servo

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Un film di Joseph Losey. Con James Fox, Sarah Miles, Dirk Bogarde, Wendy Craig, Catherine Lacey.
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Titolo originale The Servant. Drammatico, b/n durata 110 min. - Gran Bretagna 1963. MYMONETRO Il servo * * * * - valutazione media: 4,22 su 10 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

“La mia unica ambizione è dominarti” Valutazione 5 stelle su cinque

di Paola Di Giuseppe


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venerdì 26 novembre 2010

Hugo Barrett, uno splendido Bogarde,è the Servant.Siamo a Londra,lontani,ma non troppo,i tempi dei processi a Oscar Wilde,è palpabile quel sottile disagio che impone di reprimere inconfessabili pulsioni in gesti compassati,la comunicazione verbale in formulari rigidi,la gestualità in spazi claustrofobici,il fluire delle scene in specchi bloccati dentro cornici barocche. E’ un ordine mentale che si riflette in un ordine sociale,il ribaltamento di quest’ordine non produce la risata liberatoria della commedia. Qui il gioco è al massacro,il vincitore ha diritto di vita o di morte sul vinto,chi era servo prima sarà poi lui a schiacciarti,basta solo che sia capace di arrivare fino in fondo. Barrett il raffinato proletario, riesce. E’ evidente fin dalla prima scena chi sarà il vincitore,Losey e il suo grande fotografo Douglas Slocombe usano con maestria movimenti di macchina, giochi di luci e ombre,bianco e nero.Tutto è fatto percepire a fior di pelle, sembra un racconto ma non lo è, in realtà non succede nulla,eppure per 116 minuti abbiamo la sensazione continua che stia per accadere qualcosa di tremendo. Dal romanzo di Robin Maugham,sceneggiato da Harold Pinter,tutto si concentra lungo i tre piani di una casa-feticcio, straniante e alienante come si conviene ad un’abitazione di buona borghesia o nobiltà in declino di un’Inghilterra tra gli anni ‘50 e ‘60, dove arriva Losey in fuga dal maccartismo degli States e trova che si può licenziare dal lavoro qualcuno per omosessualità.Tony e Barrett, Vera e Susan mettono in scena un gioco delle parti in cui,con movimento circolare e progressivo,queste si ribaltano,e il dominus diventerà il servus,le donne resteranno figure-spalla,importanti per segnare tappe successive e inserire uno dei due assi dell’azione,la logica sessuale come meccanismo di gestione del potere,ma l’asse centrale resta il potere fine a sé stesso,e questo finisce tutto nelle mani di Barrett. "La mia sola ambizione è servirti",dice Barrett a Tony.Partendo da questa specie di ossimoro,Barrett condurrà il gioco fino al limite estremo,là dove i due termini si conciliano e potrebbe dire,ma non ce n’è più bisogno, “La mia unica ambizione è dominarti”.La rappresentazione di psicologie a rischio in un luogo bloccato, uno dei tratti distintivi del Losey migliore, qui trova la sua espressione più lucida e immaginifica, Barrett s’insinua nella vita di Tony con una maschera perfetta, tanto quanto è perfetta la maschera di un film che sembra ancorato alla realtà,indugia con minuzia su oggetti tangibili di una quotidianità rassicurante, ma si svolge tutto nell’involucro mentale dei personaggi,di cui seguiamo le evoluzioni come se fossero reali,salvo chiederci, alla fine, chi siano veramente, di dove vengano, che progetti abbiano. Nulla,solo epifanie improvvise per dar corpo a metafore,violenti rapporti di classe, tensione erotica uomo/uomo che si riproduce e si autocompensa, rimossa, in quella uomo/donna. Alla fine ci rendiamo conto di aver vissuto l’esperienza straniante di uno spazio claustrofobico,intorno al quale lo spazio esterno è solo un pretesto descrittivo,gli alberi scheletriti della strada lo avvolgono come una ragnatela,tutto è succube di quello che accade dentro, dove la macchina si muove agile, sottraendo fisicità ai corpi e assegnando loro i caratteri propri di un incubo.

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