Non può esistere una sola verità
di Michele Anselmi Il Riformista
Metà italiano da quando nel 2005 sposò la regista Giada Colagrande, Willem Dafoe porta bene i suoi 54 anni: il fisico asciutto, i capelli folti, il viso appena più segnato, perfetto per ruoli da tormentato tendente al nevrotico. Nell'attesa di vederlo in "Antichrist" di Lars Von Trier, dove fa lo psicoterapeuta con strane idee, eccolo poliziotto in questo thriller a forti tinte girato nel 2007. "Anamorph", dice il titolo, spiegato da una battuta del film: «L'anamorfosi sovverte il piano visivo e ci ricorda che c'è sempre un'altra angolazione». Insomma, la verità dipenderebbe dal punto di vista, il che risulta anche più vero seguendo le avventure del poliziotto Stan Aubrey (appunto Dafoe), che si ritrova a fare i conti con un serial-killer fantasioso, detto zio Eddie, creduto morto e invece tornato in azione. Ma sarà proprio lo stesso che si piccava di realizzare vere e proprie sculture "morenti" usando i cadaveri delle vittime per riprodurre, secondo la tecnica anamorfica, opere d'arte "concettuali" di forte impatto. Da "Seven" in poi, attraversando serie tv come "Csi" e "Criminal Minds", il genere ha molto lavorato sulla ritualizzazione dell'orrore, tra dettagli di tipo clinico-scientifico e affondi paranoici. Chiaro che, strada facendo, toccherà allo stesso Aubrey - uno che riflette molto prima di agire - di finire nel mirino dello svalvolato assassino, con esiti devastanti sul piano della tenuta psichica. Film a basso costo, semi-indipendente. Curioso ma dal finale deludente. Compare per un attimo Debbie Harry.
Da Il Riformista, 27 giugno 2009