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Io non ho paura
Un film di Gabriele Salvatores.
Con Diego Abatantuono, Dino Abbrescia, Aitana Sánchez-Gijón, Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro
Drammatico,
Ratings: Kids+13,
durata 95 min.
- Italia 2003.
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Lietta Tornabuoni
La Stampa
Allarmante come una favola nera, teso come un thriller, curioso come un gioco, " Io non ho paura", che Gabriele Salvatores ha tratto quasi fedelmente dal romanzo di Niccolò Ammaniti (editore Einaudi), è davvero un bel film: forte, ben strutturato e girato, semplice ed estremamente raffinato, con bravi interpreti bambini e non, con un forte senso della Natura, senza patetismi né moralismi. Nella campagna tra Puglia e Basilicata, un'estate di circa un quarto di secolo fa, correndo in bicicletta tra il grano alto, esplorando per gioco, un bambino scopre una buca-prigione sotterranea, appena occultata da un pezzo di lamiera. Dentro la buca sta un bambino della sua età:incatenato, spaventato, affamato e assetato, quasi nudo, quasi cieco, con una faccia spettrale e il pallore malato del sepolto vivo, grida isterico "Sono morto". Tra i due coetanei si sviluppa un'amicizia solidale: il bambino libero porta all'altro pane da mangiare e acqua da bere, lo fa uscire dalla tana e gli fa respirare l'aria, con pazienza cerca di parlargli e di farlo parlare; il bambino prigioniero, sicuro d'essere stato abbandonato dai suoi e condannato a morte, arriva a ridere. Poco a poco, il bambino libero capisce da vari segni che sono i propri genitori a tenere sotto sequestro il bambino prigioniero in attesa del riscatto: e alla fine lo libera, gli salva la vita, prende il suo posto. La bellissima storia è raccontata come meglio non si potrebbe. Nessun luogo comune, niente metafore, asciutta sobrietà, realistica serietà. I bambini non vengono eletti a simboli d'innocenza: i loro giochi (hai perso, ho vinto, paga penitenza) sono prepotenti e crudeli quanto gli affari sporchi degli adulti; nel bambino salvifico, curiosità e spirito d'avventura sono forti quanto la bontà; quando capisce cosa stiano facendo i propri genitori, il bambino non li giudica ma disobbedisce e per contraddizione rimedia alle loro colpe. Gli adulti non vengono promossi carogne: agiscono orribilmente per miseria ignoranza o follìa, per obbedienza meridionale a Diego Abatantuono, desolato capobanda settentrionale. I bambini sono filmati con grande naturalezza nelle corse a perdifiato in bicicletta e nei giochi, ma l'occhio che guarda (i calzoncini, le gambette sode) è adulto. La Natura è realistica soprattutto nella buca-prigione brulicante di vermi o nella notte piena d'insidie: le grandi distese dorate del grano maturo, i grandi cieli tersi o appena sfrangiati di nuvole sono mitici come illustrazioni di libri per l'infanzia o come le immagini di Conrad L. Hall nella fotografia di Era mio padre di Mendes. La famiglia non esiste: la madre furente e il padre assente sono soltanto persone che si arrabbiano ("mamma ti ammazza"), che chiedono complicità ("non dire una parola a nessuno"), che danno fastidio e danno da mangiare. In tutta la vicenda straziante, una autentica prova di maturità, bravura, intelligenza: neppure per un attimo si indulge al sentimentalismo, non vengono mai le lacrime agli occhi.
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