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allix
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domenica 10 giugno 2007
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l'oggetto del desiderio
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Senza nulla togliere al film in sé, bisogna dire che molto del fascino di "Quattro mosche di velluto grigio" è dovuto all'estrema difficoltà di reperimento. Causa problemi vari con la casa di produzione, non ha mai avuto passaggi regolari in televisione, né è uscito in vhs (figuriamoci in dvd). Semplicemente, "Quattro mosche" non esisteva, se non nei ricordi di chi l'aveva visto all'epoca (ne ho sentito parlare per la prima volta da mia mamma, che ha visto tutti i primi film di Argento al cinema negli anni '70): ma, negli anni '80-'90, niente da fare, il film sembrava introvabile. Poi, inizia l'era Internet: riesco così a trovare, su EBay, un dvd ricavato da una videocassetta francese, qualità audio e video sufficienti, addirittura con un extra (la confessione finale, originariamente più lunga e particolareggiata che non nel montaggio definitivo).
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Senza nulla togliere al film in sé, bisogna dire che molto del fascino di "Quattro mosche di velluto grigio" è dovuto all'estrema difficoltà di reperimento. Causa problemi vari con la casa di produzione, non ha mai avuto passaggi regolari in televisione, né è uscito in vhs (figuriamoci in dvd). Semplicemente, "Quattro mosche" non esisteva, se non nei ricordi di chi l'aveva visto all'epoca (ne ho sentito parlare per la prima volta da mia mamma, che ha visto tutti i primi film di Argento al cinema negli anni '70): ma, negli anni '80-'90, niente da fare, il film sembrava introvabile. Poi, inizia l'era Internet: riesco così a trovare, su EBay, un dvd ricavato da una videocassetta francese, qualità audio e video sufficienti, addirittura con un extra (la confessione finale, originariamente più lunga e particolareggiata che non nel montaggio definitivo). Posso dire, quindi, di essere tra coloro che vantano, nella propria videoteca, una vera rarità (ma su EBay qualche inserzione ogni tanto compare, anche a prezzi non proibitivi!).
Detto questo, nella prima trilogia argentiana, quella degli animali (la seconda, quella delle Madri, che sta per essere completata, dopo "Suspiria" e "Inferno"),"Quattro mosche" è meglio de "Il gatto a nove code" ma peggio dell' "Uccello dalle piume di cristallo". L'impianto è sempre quello del giallo-thriller, con qualche scena veramente da ricordare (esistono sempre, in ogni film di Argento): qui, tanto per citarne due, molto buona è la sequenza dell'inseguimento nel teatro (molto caro al regista, il sipario purpureo: tutti ricordano "Profondo rosso",la cui scena iniziale -la conferenza di Helga- è proprio ambientata in un teatro, e, trent'anni dopo, "Non ho sonno", con la rappresentazione del "Lago dei cigni"). Addirittura sublime, e qui buona parte del merito va alla musica di Morricone che la sottolinea, la scena in cui viene rivelata l'identità del maniaco (o, meglio, l'identità si rivela da sola). Sul piano narrativo, Argento costruisce una buona storia di follia e ossessioni, avvalendosi anche di valide prove di recitazione: il migliore, senza dubbio, Marielle nella parte del detective gay (una figura che riesce ad accattivarsi le simpatie, nella sua omosessualità triste e delusa e nella sua intelligenza disincantata, che lo porterà a scoprire la verità). Neppure Mimsy Farmer "passava per caso". Inverosimile, ma geniale, l'idea delle quattro mosche (cioè dell'ultima immagine rimasta impressa sulla retina prima di morire). Ora non resta che chiedersi: perché proprio quattro?
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[+] perche' proprio quattro?
(di belbon)
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ralphscott
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sabato 22 settembre 2012
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un altro inganno
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Come nel suo gioiello d'esordio,anche qui Argento ci mette subito davanti ad una sequenza fuorviante,dove addirittura la morte é simulata. La narrazione procede celando il colpevole ed in parte l'atto criminoso stesso. La suspence nasce dal clima,dal non visto e dal ricorso ad un montaggio innovativo. Magistrale in questo caso l'omicidio della colf che,improvvisamente,si trova isolata all'imbrunire nei giardini pubblici sino ad un attimo prima brulicanti di vita.Ed una mano che cerca invano appigli ad un muro é il segno che l'ineluttabile ha luogo. Le situazioni comiche,anomalia nella filmografia del regista romano,potranno non piacere. Di sicuro il cast é azzeccato,con un protagonista glamour e tormentato,l'amica bella ed ambigua,la mite compagna (Mismy Farmer) ottima performer.
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carly
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sabato 28 agosto 2010
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il tris del giallo di argento
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Ultimo della trilogia Zoologica( o degli animali), Se "l'uccello dalle piume di Cristallo" è stato un vero e proprio classico giallo all'italiana, "Il gatto a nove code" più poliziesco in stile americana, di certo "le Quattro mosche di velluto grigio", si vede una cosa ancora più differente; un giallo con una leggera comicità tipica italiana di quei tempi, surrealismo e ricerca di nuove tecniche di regia. Come per ogni regista, i primi film sono ancora prototipi e ricerca dell'artista per trovare il suo piano stabile, ed il film in questione diciamo che per Argento è il suo ultimo banco di prova, perchè ha tutte le idee e tecniche fresche e pronte per aggiungerle al suo prossimo film, " Profondo Rosso" ( all'inizio il film si doveva intitolare " La tigre dai denti a sciabola",) ed infatti è il suo capolavoro, e film più riuscito di tutti.
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Ultimo della trilogia Zoologica( o degli animali), Se "l'uccello dalle piume di Cristallo" è stato un vero e proprio classico giallo all'italiana, "Il gatto a nove code" più poliziesco in stile americana, di certo "le Quattro mosche di velluto grigio", si vede una cosa ancora più differente; un giallo con una leggera comicità tipica italiana di quei tempi, surrealismo e ricerca di nuove tecniche di regia. Come per ogni regista, i primi film sono ancora prototipi e ricerca dell'artista per trovare il suo piano stabile, ed il film in questione diciamo che per Argento è il suo ultimo banco di prova, perchè ha tutte le idee e tecniche fresche e pronte per aggiungerle al suo prossimo film, " Profondo Rosso" ( all'inizio il film si doveva intitolare " La tigre dai denti a sciabola",) ed infatti è il suo capolavoro, e film più riuscito di tutti. Ed è per questo che poi nel 1977 realizzerà "Suspiria", proprio perchè la sua ricerca sul campo dell Giallo/Thriller è finita, cercando nuove idee su un'altro genere. Ricerche che purtroppo saranno sempre più negative, trovando più interesse nel macabro e splatter.
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miguel
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venerdì 4 gennaio 2013
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inquietante e spiazzante
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4 mosche di velluto grigio è uno dei film meno conosciuti di Dario argento in primis per via di rarissimi passaggi televisivi avvenuti negli anni '80 e primi anni '90 e per essere rimasto inedito a livello di distribuzione in videoteche e in dvd se non recentemente. Detto questo il film che chiude la trilogia dedicata agli"animali" è a mio avviso una delle opere più inquietanti e disturbanti del regista romano; diversi elementi mi fanno propendere verso queste considerazioni. Anzitutto Argento rispetto ai due precedenti lavori, L'uccello dalle piume di cristallo e il gatto a nove code, comincia a staccarsi seppure ancora in modo graduale dai canoni classici del thriller all'italiana, introducendo dei temi e stili che verranno poi portati ai massimi livelli da Profondo rosso quattro anni dopo; la figura dell'assassino qui accompagnato spesso da una maschera da pupazzo, mette in risalto l'aspetto straniante del film che vuole come presentare l'aspetto del maniaco omicida come una entità si reale, fisica ma in egual modo come "parallela" allo svolgersi delle vicende del protagonista, il batterista tobias.
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4 mosche di velluto grigio è uno dei film meno conosciuti di Dario argento in primis per via di rarissimi passaggi televisivi avvenuti negli anni '80 e primi anni '90 e per essere rimasto inedito a livello di distribuzione in videoteche e in dvd se non recentemente. Detto questo il film che chiude la trilogia dedicata agli"animali" è a mio avviso una delle opere più inquietanti e disturbanti del regista romano; diversi elementi mi fanno propendere verso queste considerazioni. Anzitutto Argento rispetto ai due precedenti lavori, L'uccello dalle piume di cristallo e il gatto a nove code, comincia a staccarsi seppure ancora in modo graduale dai canoni classici del thriller all'italiana, introducendo dei temi e stili che verranno poi portati ai massimi livelli da Profondo rosso quattro anni dopo; la figura dell'assassino qui accompagnato spesso da una maschera da pupazzo, mette in risalto l'aspetto straniante del film che vuole come presentare l'aspetto del maniaco omicida come una entità si reale, fisica ma in egual modo come "parallela" allo svolgersi delle vicende del protagonista, il batterista tobias. L'assassino lo perseguita,lo spia, lo fotografa come un'ombra, come uno spettro facendolo cadere in una dimensione onirica che lo confonde, estraneandolo dal mondo reale, ossessionando la sua esistenza. Ecco che possiamo notare alcuni riferimenti simbolici rappresentativi di quasi tutta la carriera di Argento; l'elemento onirico, il viaggio del protagoniosta in un mondo virtuale ma vicino, molto vicino al suo, la raccolta di indizi, la ricerca della verità, il flahback, il ricordo vago, sbiadito di qualche elemento invece fondamentale per venire a capo dell'incubo che si sta vivendo. Il finale è secondo me la summa di tutte queste sensazioni che ricorrono nei film di Argento. Il particolare che solitamente sfugge ma che una volta messo a fuoco apre la mente, la illumina, ci fa vedere ciò che ci è sfuggito ma che avevamo sempre sotto gli occhi. Come in Profondo rosso tutto viene a galla, e qui in uno dei finali più spiazzanti ed allo stesso tempo tecnicamente riusciti grazie all'utilizzo di una particolarissima macchina da presa, la "Pentazet" fatta venire apposta dal regista dalla Germania, capace di riprodurre le sequenze filmate in modo molto lento. Tutto questo reso possibile dalla genialità di argento stesso. Da vedere assolutamente in quanto originale e solido dal punto di vista della tecnica realizzativa.
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brando fioravanti
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lunedì 21 maggio 2012
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argento
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Solito giallo alla Dario Argento con lunghe scene di suspance e storie che tendono all'inverosimile. Personaggi un pò più dettagliati. La presensa di Bud spencer è gradevole ed è un buon diversivo al film che tende ad annoiare. L'investigatore privato muore con il sorriso perchè a risolto il suo primo caso. Anche il protagonista ha una sua personalità. il finale è buono con la morte rallentata a ritmo delle musiche di Morricone
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fabio1957
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lunedì 25 maggio 2015
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grande argento
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A questo film sono particolarmente legato,era il 1971 quando l'ho visto al cinema Augusteo di Napoli, la prima volta,avevo 14 anni e rimasi affascinato da questo giallo assolutamente originale per l'epoca.Tratteggiatto da musiche eccellenti di Morricone, rappresenta insieme a Profondo rosso ma più di questo, la vetta massima raggiunta dal regista prima di virare verso forme espressive più horror e meno poliziesche.Il meccanismo del film è una perfetta e oliata macchina thriller, che rapisce completamente lo spettatore che resta disorientato e ammaliato dal racconto, .Alcune scene sono da antologia:i giardini pubblici che si svuotano improvvisamente lasciando la vittima sola e chiusa lì dentro in balia dell'assassino, il sogno della decapitazione tra realtà ed immaginazione e la trovata veramente geniale di carattere pseudo -scientifico dell'esame dell'occhio di una delle vittima,che ha impressa sulla retina l'ultima cosa che ha visto, cioè il suo assassino,o quello che portava.
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A questo film sono particolarmente legato,era il 1971 quando l'ho visto al cinema Augusteo di Napoli, la prima volta,avevo 14 anni e rimasi affascinato da questo giallo assolutamente originale per l'epoca.Tratteggiatto da musiche eccellenti di Morricone, rappresenta insieme a Profondo rosso ma più di questo, la vetta massima raggiunta dal regista prima di virare verso forme espressive più horror e meno poliziesche.Il meccanismo del film è una perfetta e oliata macchina thriller, che rapisce completamente lo spettatore che resta disorientato e ammaliato dal racconto, .Alcune scene sono da antologia:i giardini pubblici che si svuotano improvvisamente lasciando la vittima sola e chiusa lì dentro in balia dell'assassino, il sogno della decapitazione tra realtà ed immaginazione e la trovata veramente geniale di carattere pseudo -scientifico dell'esame dell'occhio di una delle vittima,che ha impressa sulla retina l'ultima cosa che ha visto, cioè il suo assassino,o quello che portava.
Grande Dario Argento
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blowup
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martedì 3 novembre 2015
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sbadigli a go-go
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Sarà il tempo che passa (per certi film più che per altri, a dire il vero). Ma ho trovato questo film davvero deboluccio. Sia nella trama, sia nella recitazione. Lo spettatore deve lavorare molto di fantasia per riempire i buchi e molto di empatia per accettare la inverosimilità delle situazioni. Insomma, come si dice per le commedie che il miglior ingrediente per ridere è la voglia di ridere, qui è la voglia di spaventarsi.
Tra l'altro, anche le scene "forti" sono particolarmente pudiche.
La trama è a dir poco sconclusionata (una donna che per vendicarsi del padre che la maltrattava, sposa una persona che gli somiglia... la vendetta che consiste nel tormentare il marito di sensi di colpa inducendolo a credere di aver ucciso uno sconosciuto.
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Sarà il tempo che passa (per certi film più che per altri, a dire il vero). Ma ho trovato questo film davvero deboluccio. Sia nella trama, sia nella recitazione. Lo spettatore deve lavorare molto di fantasia per riempire i buchi e molto di empatia per accettare la inverosimilità delle situazioni. Insomma, come si dice per le commedie che il miglior ingrediente per ridere è la voglia di ridere, qui è la voglia di spaventarsi.
Tra l'altro, anche le scene "forti" sono particolarmente pudiche.
La trama è a dir poco sconclusionata (una donna che per vendicarsi del padre che la maltrattava, sposa una persona che gli somiglia... la vendetta che consiste nel tormentare il marito di sensi di colpa inducendolo a credere di aver ucciso uno sconosciuto.... l'assassino che deve fare una carbneficina perchè viene praticamente smascherato da tutti quelli che passano per il film, tranne che dalla vittima designata...), le situazioni e le reazioni dei personaggi al limite del ridicolo.
L'unico merito che va riconosciuto al film è una certa forza visiva di alcune scene. Penso alla scena nei giardinetti pubblici.
A parte questo, tutto si gioca sull'allusione e sulla disponibilità dello spettatore di stare al gioco. Come il titolo. Fortemente evocativo di chissà cosa, in realtà si risolve in ben poca cosa.
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monfardini ilaria
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lunedì 20 maggio 2024
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il secondo grande film del maestro argento
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Dario Argento esordisce nelle sale cinematografiche nel 1970 col giallo L’Uccello dalle Piume di Cristallo, che ha subito un grandissimo successo, così il regista, spinto dall’entusiasmo del pubblico, decide di proseguire su quel filone realizzando nell’anno successivo ben altri due film a cui decide di dare un titolo teriomorfo, Il Gatto a Nove Code e Quattro Mosche di Velluto Grigio, dando vita così alla cosiddetta Trilogia degli Animali. Oggi voglio parlarvi del terzo “capitolo” della trilogia, che è da sempre il mio preferito, anche per la varietà delle belle location tra Torino, Roma, Spoleto e Tivoli, e per la suadente colonna sonora di Ennio Morricone.
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Dario Argento esordisce nelle sale cinematografiche nel 1970 col giallo L’Uccello dalle Piume di Cristallo, che ha subito un grandissimo successo, così il regista, spinto dall’entusiasmo del pubblico, decide di proseguire su quel filone realizzando nell’anno successivo ben altri due film a cui decide di dare un titolo teriomorfo, Il Gatto a Nove Code e Quattro Mosche di Velluto Grigio, dando vita così alla cosiddetta Trilogia degli Animali. Oggi voglio parlarvi del terzo “capitolo” della trilogia, che è da sempre il mio preferito, anche per la varietà delle belle location tra Torino, Roma, Spoleto e Tivoli, e per la suadente colonna sonora di Ennio Morricone. Il film, classe 1971, nasce da un soggetto che Argento scrive insieme a Luigi Cozzi ed a Mario Foglietti, sceneggiatore anche dell’episodio La Bambola della Serie Tv La Porta sul Buio prodotta dallo stesso Dario. Come i due precedenti film, anche questo è prodotto dal padre di Dario e Claudio Argento, Salvatore. Roberto, batterista di una rock band, da alcuni giorni si accorge di essere insistentemente pedinato da un uomo con cappello, occhiali neri e baffi. Una sera decide di ribaltare la situazione e comincia ad inseguire lui stesso il suo inseguitore, fin dentro un vecchio teatro abbandonato. Durante una colluttazione l’uomo misterioso tira fuori un coltello e Roberto, nel disarmarlo, lo uccide accidentalmente e viene fotografato durante l’omicidio da uno strano tipo che indossa una maschera e che si trova in uno dei palchetti alti del teatro. Da qual momento Roberto, che vive in una bellissima casa con la moglie Nina, comincerà a ricevere dal personaggio misterioso dei biglietti in cui lo avvisa di sapere tutto, ma senza chiedergli soldi, tanto che il giovane non sa capire che cosa quest’uomo possa volere da lui. Chiede così aiuto a due persone molto diverse ma a loro modo entrambe efficaci: l’eccentrico Diomede, una specie di barbone che vive in una baracca in riva al fiume, e l’investigatore privato Gianni Arrosio. Avrà così inizio una spirale di delitti che si stringerà sempre di più intorno al povero Roberto, fino al finale che per lui non potrebbe essere più amaro e sorprendente. Dario Argento, a ragione denominato ormai da tempo il Maestro del Brivido, riesce a creare in questo suo terzo film una tensione quasi palpabile, rendendolo ancora oggi un esempio lampante di come un regista dovrebbe costruire un giallo. L’efferatezza di alcuni delitti e le spesso inattese mosse dell’assassino fanno sovente sussultare, e gli indizi disseminati un po’ ovunque possono aiutarci a costruire l’identikit finale dell’assassino. Non mancano i siparietti ironici tanto amati da Argento, e che renderà celebri in Profondo Rosso nelle gag che hanno spesso come protagonista Gianna Brezzi interpretata da Daria Nicolodi. Qui a sostenere il ruolo ironico del film troviamo il bravo attore francese Jean-Pierre Marielle, che dà vita ad un simpaticissimo investigatore privato omosessuale che ricorda l’antiquario de L’Uccello dalle Piume di Cristallo per i modi affettati e la leziosità dei movimenti. Oltre a lui, altro personaggio umoristico del film è quello di Diomede detto Dio, interpretato dal grande Carlo Pedersoli, in arte Bud Spencer, che si rivelerà essere uno dei personaggi chiave dell’intera vicenda, ed è peraltro ispirato a quello omonimo descritto da Fredric Brown nel suo romanzo La Statua che Urla, su cui Argento si basò per scrivere la sceneggiatura de L’Uccello dalle Piume di Cristallo. La pellicola è incorniciata dalle belle musiche di Ennio Morricone, che aveva già scritto le colonne sonore per gli altri due film della Trilogia, e che poi troveremo di nuovo al fianco di Argento ne La Sindrome di Stendhal del 1996. Come spesso è successo nei film di Argento, per il protagonista viene scelto un attore straniero, in questo caso il newyorkese Michael Brandon, alla sua prima interpretazione in Italia. Appena ventiseienne, l’attore non mi ha mai completamente convinto, sebbene Argento abbia più volte affermato che il suo ruolo in Quattro Mosche è un po’ quello di un suo alter ego, ed il personaggio di un suo film che maggiormente lo rappresenta. L’espressione imbambolata ed avulsa da tutto e da tutti che spesso lo caratterizza, nonostante probabilmente gli sia stata richiesta, non riesce a coinvolgermi, ma anzi, in più di un’occasione trovo abbassi notevolmente il pathos e la tensione della narrazione. Fortunatamente al suo fianco Argento gli pone come moglie la splendida attrice americana Mimsy Farmer, che dopo la partecipazione a questo film diverrà una delle icone del giallo/thriller anni Settanta Made in Italy, raggiungendo massima fama come protagonista dell’onirico e innovativo Il Profumo della Signora in Nero di Francesco Barilli del 1974 e successivamente di Macchie Solari di Armando Crispino del 1975, di Black Cat di Lucio Fulci del 1981 e di Camping del Terrore di Ruggero Deodato del 1986. Nei panni di una donna apparentemente fragile e sperduta, la Farmer ci regalerà delle belle sorprese, e sul finale darà ampio sfogo alle sue doti drammatico - recitative ed alla sua grinta. Tra i nomi noti del film dobbiamo ricordare la grande attrice teatrale Marisa Fabbri nei panni dell’impicciona domestica Amelia, la cui scena nel parco di Villa d’Este a Tivoli rimane una delle più memorabili e ricche di pathos dell’intera pellicola, e Oreste Lionello, in quelli di un professore. 4 Mosche di Velluto Grigio è il secondo film girato da Argento in buona parte a Torino, dopo Il Gatto a Nove Code. E’ risaputo quanto il Maestro romano sia legato alla città della Mole, tanto da averla usata come set per ben sette dei suoi film, sottolineandone spesso l’aspetto oscuro ed esoterico. Qui, nello specifico, vengono utilizzati l’elegante Galleria Subalpina, sede di antiquari e librerie di prestigio, per situarvi l’ufficio dell’investigatore Arrosio; la facciata del conservatorio Giuseppe Verdi per simulare l’esterno del teatro in cui avviene il primo omicidio (l’interno è invece quello del Teatro Nuovo di Spoleto); il giardinetto pubblico Lamarmora in via Cernaia; l’auditorium RAI, con la celebre inquadratura della sigaretta per terra, in cui vengono collocati gli studi di registrazione della band di Brandon; il bellissimo Caffè liberty Mulassano, in Piazza Castello, dove Arrosio e Roberto pranzano prima che l’investigatore accetti l’incarico. Le altre location sono collocate per la maggior parte a Roma, ed a Milano è stata girata invece la scena in metropolitana. Questo è peraltro l’unico film di Argento che ha anche una scena girata in Africa: tutte le sequenze del sogno ricorrente di Roberto, in cui un uomo viene decapitato con una scimitarra, sono state realizzate presso il cortile esterno della Grande Moschea di Qayrawan in Tunisia, non molto distante dal golfo di Hammamet. Il motivo per cui questo adrenalinico e tesissimo giallo argentiano è ancora oggi il capitolo meno conosciuto e probabilmente più sottovalutato della Trilogia degli Animali è da ricercare nella sua sfortunata storia distributiva. Dal 1992 al 2008 non viene mai trasmesso dalle emittenti televisive italiane, relegandolo in una sorta di oblio, tanto più che anche la prima edizione home video non vede la luce prima del 2009, a causa di problematiche legate ai diritti d’autore. Eppure questo film è giustamente ritenuto dagli estimatori di Argento l’anello che unisce la prima produzione gialla del regista ai successivi thriller come Profondo Rosso e Tenebre, potendo vantare una suspense non comune ed alcune scene altamente disturbanti, capaci di far sussultare ancora dopo oltre cinquant’anni!! Il finale è leggendario, lo stratagemma col quale viene individuato l’assassino assolutamente fantasioso e strepitoso, e verrà omaggiato nel 2008 dal giovane regista romano Stefano Bessoni col suo bellissimo e molto gotico Imago Mortis: sarà vero che le retine dell’occhio di un morto possono restituirci le ultime immagini che lui ha visto prima di spirare? E che cosa avrà visto, qui, l’ultima vittima del feroce assassino? Il suo volto? O forse un qualche dettaglio che potrà incastrarlo? Come si incastonano nel film le mosche del titolo? Hanno un senso concreto o sono solo una metafora? A queste domande Argento risponderà con eleganza e dovizia di particolari, disorientando più volte lo spettatore, ma facendo quadrare perfettamente il cerchio sul finale, il cui ultimo frame, per altro, avrà come protagonista un ignaro camion, come poi avverrà anche verso il finale di Profondo Rosso. Nemo Propheta in Patria, ahimè. Infatti Argento ad oggi viene ancora indicato da tanti italiani come un regista sopravvalutato, mentre viene studiato ovunque all’estero a causa della sua regia ispirata ed originale, tecnicamente all’avanguardia, e 4 Mosche di Velluto Grigio rientra certamente nel novero dei film del Maestro che gli hanno valso la palma di Re del Brivido, grazie alle sue doti che lo hanno saputo trasformare in un’esperienza visiva sublime, sopraffina, ed alla sua regia encomiabile e ottima sotto tutti i punti di vista, fregandosene, come del resto sempre fa, della logica e della verosimiglianza narrativa, perché i suoi film vanno vissuti, non analizzati o sezionati, bisogna lasciarsi andare e farsi trasportare, solo così si potrà apprezzare appieno l’opera di uno dei maestri indiscussi del thrilling italiano. Dario ci inganna, ci illude, ci fa vedere l’assassino dalle prime scene, ci dà gli indizi giusti e poi quelli sbagliati, ci tiene prigionieri, lascia la corda e poi la ritira, ci fa pensare di aver capito tutto per poi farci cambiare nuovamente opinione: questo è il suo cinema, queste le sue peculiarità, e ritenerlo “sopravvalutato” è segno di scarsa cultura cinematografica, o forse, soltanto, di una boriosa vanagloria.
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figliounico
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sabato 28 dicembre 2024
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inguardabile
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Rivisto ieri dopo quaranta anni capisco il motivo per cui risulta archiviato nel cestino della mia memoria tra i file da cancellare. Uno dei peggiori thriller mai realizzati nella storia del cinema e uno dei peggiori film di Argento, una caduta di stile rispetto ai due precedenti, soprattutto se paragonato al primo, universalmente considerato un capolavoro. Cast inadeguato con due protagonisti stranieri sconosciuti, allora come oggi, Michael Brandon e Mimsy Farmer, e due bravi attori comici nostrani, fuori contesto, forse scritturati per improbabili siparietti divertenti, Oreste Lionello e Bud Spencer, che poi hanno dimenticato di inserire nella sceneggiatura. Suspense assente, trama strampalata, colonna sonora non pervenuta, sarebbe nel caso dovuta essere di Morricone qualora avesse mai pensato di comporla.
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Rivisto ieri dopo quaranta anni capisco il motivo per cui risulta archiviato nel cestino della mia memoria tra i file da cancellare. Uno dei peggiori thriller mai realizzati nella storia del cinema e uno dei peggiori film di Argento, una caduta di stile rispetto ai due precedenti, soprattutto se paragonato al primo, universalmente considerato un capolavoro. Cast inadeguato con due protagonisti stranieri sconosciuti, allora come oggi, Michael Brandon e Mimsy Farmer, e due bravi attori comici nostrani, fuori contesto, forse scritturati per improbabili siparietti divertenti, Oreste Lionello e Bud Spencer, che poi hanno dimenticato di inserire nella sceneggiatura. Suspense assente, trama strampalata, colonna sonora non pervenuta, sarebbe nel caso dovuta essere di Morricone qualora avesse mai pensato di comporla. La noia sopraggiunge presto e prima che le mosche volino via la palpebra cala inesorabile, complice la vecchiaia mia e della pellicola, pure rovinata dal tempo.
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blowup
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mercoledì 14 ottobre 2015
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sbadigli...
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Sarà il tempo che passa (per certi film più che per altri, a dire il vero). Ma ho trovato questo film davvero deboluccio. Sia nella trama, sia nella recitazione. Lo spettatore deve lavorare molto di fantasia per riempire i buchi e molto di empatia per accettare la inverosimilità delle situazioni. Insomma, come si dice per le commedie che il miglior ingrediente per ridere è la voglia di ridere, qui è la voglia di spaventarsi.
Tra l'altro, anche le scene "forti" sono particolarmente pudiche.
L'unico merito che va riconosciuto al film è una certa forza visiva di alcune scene. Penso alla scena nei giardinetti pubblici.
A parte questo, tutto si gioca sull'allusione e sulla disponibilità dello spettatore di stare al gioco.
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Sarà il tempo che passa (per certi film più che per altri, a dire il vero). Ma ho trovato questo film davvero deboluccio. Sia nella trama, sia nella recitazione. Lo spettatore deve lavorare molto di fantasia per riempire i buchi e molto di empatia per accettare la inverosimilità delle situazioni. Insomma, come si dice per le commedie che il miglior ingrediente per ridere è la voglia di ridere, qui è la voglia di spaventarsi.
Tra l'altro, anche le scene "forti" sono particolarmente pudiche.
L'unico merito che va riconosciuto al film è una certa forza visiva di alcune scene. Penso alla scena nei giardinetti pubblici.
A parte questo, tutto si gioca sull'allusione e sulla disponibilità dello spettatore di stare al gioco. Come il titolo. Fortemente evocativo di chissà cosa, in realtà si risolve in ben poca cosa.
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