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gus da mosca
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venerdì 27 marzo 2009
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anche le bestie hanno un'anima.
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Questo film ha un fascino sinistro, lo si coglie subito, ma si stenta a capirne razionalmente il perche'. La poverta' disarmante di tecnica lascia increduli davanti al convincente risultato. L'inconsueto formato a 4/3 (non ne ho mai visto una copia in formato piu' esteso) lo rende strano alla visione cinematografica ed aumenta il senso claustrofobico di ossessione mentale in cui viene rinchiusa la visione dello spettatore. Si scopre una umanita' degenerata che mescola sentimenti e nefandezze, soprusi e pieta', avvolta da uno squallore di vita documentata senza enfasi. Lontano anni luce dall'esibizione di artificiosa violenza sadica, tipica dei film del nuovo millennio, il film riesce a mantenersi razionalmente lucido nel descrivere un delirante quadro di rapporti umani deviati, ben oltre i limiti del tollerabile.
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Questo film ha un fascino sinistro, lo si coglie subito, ma si stenta a capirne razionalmente il perche'. La poverta' disarmante di tecnica lascia increduli davanti al convincente risultato. L'inconsueto formato a 4/3 (non ne ho mai visto una copia in formato piu' esteso) lo rende strano alla visione cinematografica ed aumenta il senso claustrofobico di ossessione mentale in cui viene rinchiusa la visione dello spettatore. Si scopre una umanita' degenerata che mescola sentimenti e nefandezze, soprusi e pieta', avvolta da uno squallore di vita documentata senza enfasi. Lontano anni luce dall'esibizione di artificiosa violenza sadica, tipica dei film del nuovo millennio, il film riesce a mantenersi razionalmente lucido nel descrivere un delirante quadro di rapporti umani deviati, ben oltre i limiti del tollerabile. Quando a fine film lo spettatore prova a ripensare a cio' che ha visto e ripercorre mentalmente situazioni e legami interpersonali dei 3 protagonisti, rimane esterfatto: si vergogna con se stesso per essere stato condotto per mano in un abisso senza ritorno, senza essersene reso conto. Questo film non offende la vista, ma violenta la mente mostrando l'anima di 3 squallide bestie e lascia realmente disporientati.
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gianmaria s
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lunedì 28 aprile 2008
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mostra come uccidere possa diventare la normalità.
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Film violento e sanguinario, anche se non visivo, che racconta in prima persona la storia di un efferato serial killer, diventato tale dopo aver ucciso la madre che lo picchiava, lo vestiva da donna e lo costringeva ad assistere ai suopi rapporti sessuali.
La storia è dura, come l'ambientazione; i bassifondi di Chicago (come tante altre città) dove Henry, vive insieme ad Otis e la sorella (struprata da piccola da padre e saltuariamente anche dal fratello). La fanno da padrone la povertà e l'ignoranza, un quadro dettagliato di come vivono gli ultimi della società.
La trama si sviluppa in un clima surreale (ma purtroppo reale) in cui gli omicidi lasciano senza parole per la naturalezza e semplicità con cui sono compiuti.
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Film violento e sanguinario, anche se non visivo, che racconta in prima persona la storia di un efferato serial killer, diventato tale dopo aver ucciso la madre che lo picchiava, lo vestiva da donna e lo costringeva ad assistere ai suopi rapporti sessuali.
La storia è dura, come l'ambientazione; i bassifondi di Chicago (come tante altre città) dove Henry, vive insieme ad Otis e la sorella (struprata da piccola da padre e saltuariamente anche dal fratello). La fanno da padrone la povertà e l'ignoranza, un quadro dettagliato di come vivono gli ultimi della società.
La trama si sviluppa in un clima surreale (ma purtroppo reale) in cui gli omicidi lasciano senza parole per la naturalezza e semplicità con cui sono compiuti.
Non è la solita caccia all'assassino, tanto che la polizia non si vede mai, è la storia di un serial killer vista da dentro.
Lascia senza parole rifiutando anche il lieto fine, evitando la punizione del colpevole, un modo per dimostrare come uccidere possa diventare normalità.
Da una storia vera, sembra che Henry nella realtà abbia ucciso 600 persone, almeno così scrivevano i giornali del tempo.
Il titolo in Italiano è Henry - pioggia di sangue, commerciale come invece non è il film.
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wearenot
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lunedì 13 settembre 2010
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ritratto
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Henry e il suo ritratto, il suo punto di vista.
Il film inizia con l'arte, quadri, sculture di corpi straziati, grida che squarciano l'aria.
Sangue che scorre, sangue rappreso e occhi spenti senza vita.
Perchè il ritratto non è solo una cronologia di eventi. Il ritratto è espressione.
L'espressione di Henry: l'omicidio.
L'efferatezza si vede solo dall'esterno, con gli occhi di guarda dallo schermo; per Henry è tutto normale, è impassibile,
quasi privo di sentimenti. Lui uccide nello stesso modo in cui traggo una sigaretta dal pacchetto e l'accendo.
La forza del film è nell'atmosfera glaciale, quasi sospirata. Una normalità appunto che non cerca il facile colpo di scena o tensioni da horror.
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Henry e il suo ritratto, il suo punto di vista.
Il film inizia con l'arte, quadri, sculture di corpi straziati, grida che squarciano l'aria.
Sangue che scorre, sangue rappreso e occhi spenti senza vita.
Perchè il ritratto non è solo una cronologia di eventi. Il ritratto è espressione.
L'espressione di Henry: l'omicidio.
L'efferatezza si vede solo dall'esterno, con gli occhi di guarda dallo schermo; per Henry è tutto normale, è impassibile,
quasi privo di sentimenti. Lui uccide nello stesso modo in cui traggo una sigaretta dal pacchetto e l'accendo.
La forza del film è nell'atmosfera glaciale, quasi sospirata. Una normalità appunto che non cerca il facile colpo di scena o tensioni da horror. E' molto di più perchè ti trascina dalla parte di Henry, noi gardiamo con i suoi occhi.
Lui che ha ucciso la madre, non ricorda bene come; sa solo che l'ha uccisa offre un brandello di speranza con la sua "etica" contro l'incestuosita di Otis verso la sorella.
Ma Henry è Henry è solo. Lui lo sa.
E abbandona un'altra valigia; al lato della strada...
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satanson
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lunedì 4 luglio 2011
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paura del sesso
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"Henry, pioggia di sangue" non è certamente un film messo in piedi con abbondanza di mezzi. Una messa in scena essenziale ci porta quindi a seguire le manie del protagonista, il riaffiorare costante della violenza che afferma di aver subìto da piccolo ad opera della madre. Cercando di capire cosa veramente scatti in Hanry ogni qualvolta si trovi in momenti di intimità sessuale, si è spinti ad accettare inizialmente la storia del trauma infantile, ma poi si vuole sapere di più, quel di più che viene continuamente rimandato e oscurato dal protagonista stesso del film nelle sue spiegazioni al "compagno di avventure" Otis. Queste spiegazioni laconiche che Henry dà a Otis e che riguardano diverse sfaccettature su ciò che può o non può fare durante l'omicidio di una donna, ci dicono comunque molto sul personaggio.
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"Henry, pioggia di sangue" non è certamente un film messo in piedi con abbondanza di mezzi. Una messa in scena essenziale ci porta quindi a seguire le manie del protagonista, il riaffiorare costante della violenza che afferma di aver subìto da piccolo ad opera della madre. Cercando di capire cosa veramente scatti in Hanry ogni qualvolta si trovi in momenti di intimità sessuale, si è spinti ad accettare inizialmente la storia del trauma infantile, ma poi si vuole sapere di più, quel di più che viene continuamente rimandato e oscurato dal protagonista stesso del film nelle sue spiegazioni al "compagno di avventure" Otis. Queste spiegazioni laconiche che Henry dà a Otis e che riguardano diverse sfaccettature su ciò che può o non può fare durante l'omicidio di una donna, ci dicono comunque molto sul personaggio. Egli infatti accetta che venga fatta violenza fisica alle vittime, ma una violenza fisica che non deve scadere nel sessuale (soprattutto post-mortem). L'episodio in cui Peggy, convinta che Otis stia dormendo, cerca il contatto fisico con Henry, mostra tutta la difficoltà e la voglia di evasione che caratterizzano Henry nel semplice approccio normale con una donna. I demoni dell'infanzia riemergono ogni qualvolta egli si trovi a contatto intimo con una donna, demoni che gli vietano di vivere una sessualità normale e, come diretta conseguenza, una vita normale. Che sia quindi, questo film, un avvalorare delle teorie di Freud in cui quasi ogni "malato" deve i suoi comportamenti deviati a traumi infantili che concernono in Edipo e in sesso, è palese.
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frank75
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venerdì 19 marzo 2010
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spera di non trovarti mai sulla sua strada
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Henry (Michael Rooker), uomo dal passato alquanto tormentato, dopo un lungo periodo passato in carcere per aver ucciso la violenta madre insieme ad uno dei suoi amanti, ora divide un piccolo e squallido appartamento con Otis (Tom Towles), un suo ex compagno di prigione. Entrambi lavorano, il primo come disinfestatore di appartamenti privati, il secondo come tuttofare in una pompa di benzina nonché nel tempo libero spacciatore di qualche dose di droga a giovani studenti.
Un giorno nella loro casa arriva Becky (Tracy Arnold), la sorella di Otis, che in attesa di ottenere un lavoro e una diversa sistemazione si ferma lì da loro. Anche se in atmosfera cupa e lugubre tutto sembra andare per il meglio, almeno finché Henry una notte, colto da uno dei suoi raptus omicidi, strangolerà senza motivo e a sangue freddo due prostitute all’interno della sua macchina, davanti allo sguardo incredulo del suo compagno Otis.
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Henry (Michael Rooker), uomo dal passato alquanto tormentato, dopo un lungo periodo passato in carcere per aver ucciso la violenta madre insieme ad uno dei suoi amanti, ora divide un piccolo e squallido appartamento con Otis (Tom Towles), un suo ex compagno di prigione. Entrambi lavorano, il primo come disinfestatore di appartamenti privati, il secondo come tuttofare in una pompa di benzina nonché nel tempo libero spacciatore di qualche dose di droga a giovani studenti.
Un giorno nella loro casa arriva Becky (Tracy Arnold), la sorella di Otis, che in attesa di ottenere un lavoro e una diversa sistemazione si ferma lì da loro. Anche se in atmosfera cupa e lugubre tutto sembra andare per il meglio, almeno finché Henry una notte, colto da uno dei suoi raptus omicidi, strangolerà senza motivo e a sangue freddo due prostitute all’interno della sua macchina, davanti allo sguardo incredulo del suo compagno Otis.
Ma quel iniziale sbigottimento si trasformerà presto per Otis in una totale complicità dell’amico Henry con il quale, da quel momento in avanti, condividerà gli efferati e insensati delitti.
Prodotto raffinato di buon livello che nasce da una rielaborazione di fatti realmente accaduti che hanno come protagonista Henry Lee Lucas, da molti considerato il più spietato serial killer statunitense. Ma al di là della rispondenza solo parziale ai fatti accaduti (che sono veramente inenarrabili), “Henry: portrait of a serial killer”, ribattezzato in Italia “Henry pioggia di sangue”, costituisce senza ombra di dubbio uno dei prodotti cinematografici meglio confezionati con protagonista la figura di un serial killer.
Il punto di forza di questo film è la disarmante crudeltà con cui vengono rappresentare le “imprese” del protagonista che uccide in maniera irrazionale e spietata, senza provare alcuna emozione se non l’istinto irrefrenabile di continuare a farlo come fosse la cosa più naturale del mondo. Inquieta forse molto più quello che non si vede ma viene lasciato all’immaginazione dello spettatore rispetto a quello che viene mostrato in maniera cruda ed esplicita.
Malgrado i tanti efferati omicidi narrati, di sangue se ne vede davvero poco. Il regista non cade infatti in quella facile tentazione di sconfinare nel genere splatter (con tutto rispetto per i suoi amanti), scegliendo invece e con successo di concentrare lo sforzo nel tentativo di creare quell’atmosfera cupa e asfissiante nel quale quelle macabre bestialità finiscono per regalare, anche grazie una colonna sonora semplice ma efficacissima, emozioni molto più profonde ed intense.
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carloalberto
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domenica 31 gennaio 2021
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vedere attraverso gli occhi del criminale
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due.
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due. Michael Rooker, Tom Towles, Tracy Arnold, sono di una credibilità estrema, tanto da dare l’impressione, a tratti, di assistere ad un docufilm o a un reportage giornalistico piuttosto che a un film. Eccetto il primo, divenuto poi un ottimo caratterista, proprio grazie al suo esordio in questa pellicola, purtroppo gli altri due hanno avuto poca fortuna. Non c’è introspezione psicologica dei personaggi, essi sono come appaiono, esseri disarmanti nella loro giocosa, infantile e perversa voglia di uccidere in modo gratuito, che sarà trasfigurata psichedelicamente nel più famoso Natural Born Killers di Oliver Stone.
Le storie di abusi sessuali subiti dalla ragazza in famiglia o le sofferenze adolescenziali dell’assassino, costretto dalla madre a far da spettatore al proprio meretricio, sono gettate lì con nonchalance dal regista, messe in una chiacchiera tra i due mentre sono a cena, come fossero la cosa più naturale di questo mondo; il ricordo delle ferite inferte nel loro passato di ragazzi è svilito in un discorrere tranquillo attorno al desco della nuova orrenda comunità.
Il degrado ambientale e morale rende normale l’abiezione del pensiero e del comportamento. Al distacco traumatico dalla famiglia d’origine e dalla società consegue la dimenticanza o meglio il rifiuto di qualsiasi scala di valori, umanamente condivisi nella comunità civile, e conduce i protagonisti alla naturale negazione del massimo disvalore attribuito al delitto. La regia, sottraendo alla visione dello spettatore la drammaticità dell’azione criminale annulla l’empatia per le vittime della violenza e tende ad una compartecipazione abietta con gli assassini che filmando le loro imprese ci mostrano cosa è accaduto. McNaughton costringe lo spettatore a vedere il crimine attraverso gli occhi del criminale. Dell’azione efferata si vedono soltanto gli effetti nelle immagini dei cadaveri di donne scomposte, in una nudità oscenamente erotica, con i segni delle torture sul corpo, che ricordano il loro martirio. Il martirio, negato alla partecipazione emotiva nell’atto del suo compimento, è invece evocato a posteriori dal sonoro, che ripropone sovrapponendosi ad un presente irrimediabile, in cui tutto già è accaduto, le grida strazianti delle vittime depotenziandone ulteriormente il contenuto drammatico.
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carloalberto
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domenica 31 gennaio 2021
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vedere attraverso gli occhi del criminale
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due.
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All’apparenza è un filmetto di poche pretese, girato con un basso budget e in formato 4:3, stile televisivo, sulla storia vera di un serial killer, rivelatosi in realtà più un fantasioso millantatore di centinaia di imprese omicidiarie, l’ennesimo psicopatico cui si ispira la cinematografia di genere e attrae morbosamente un pubblico civilizzato che rivede, con ribrezzo e forse malcelata nostalgia, la fiera alle origini della propria specie nella belva feroce fuori dalla gabbia, libera di uccidere per il gusto di uccidere.
John McNaughton è riuscito con pochi mezzi e con attori sconosciuti a rendere realisticamente l’orrore calato nella banale quotidianità di un menage a trois tra due ex carcerati e la sorella, eufemisticamente sempliciotta, di uno dei due. Michael Rooker, Tom Towles, Tracy Arnold, sono di una credibilità estrema, tanto da dare l’impressione, a tratti, di assistere ad un docufilm o a un reportage giornalistico piuttosto che a un film. Eccetto il primo, divenuto poi un ottimo caratterista, proprio grazie al suo esordio in questa pellicola, purtroppo gli altri due hanno avuto poca fortuna. Non c’è introspezione psicologica dei personaggi, essi sono come appaiono, esseri disarmanti nella loro giocosa, infantile e perversa voglia di uccidere in modo gratuito, che sarà trasfigurata psichedelicamente nel più famoso Natural Born Killers di Oliver Stone.
Le storie di abusi sessuali subiti dalla ragazza in famiglia o le sofferenze adolescenziali dell’assassino, costretto dalla madre a far da spettatore al proprio meretricio, sono gettate lì con nonchalance dal regista, messe in una chiacchiera tra i due mentre sono a cena, come fossero la cosa più naturale di questo mondo; il ricordo delle ferite inferte nel loro passato di ragazzi è svilito in un discorrere tranquillo attorno al desco della nuova orrenda comunità.
Il degrado ambientale e morale rende normale l’abiezione del pensiero e del comportamento. Al distacco traumatico dalla famiglia d’origine e dalla società consegue la dimenticanza o meglio il rifiuto di qualsiasi scala di valori, umanamente condivisi nella comunità civile, e conduce i protagonisti alla naturale negazione del massimo disvalore attribuito al delitto. La regia, sottraendo alla visione dello spettatore la drammaticità dell’azione criminale annulla l’empatia per le vittime della violenza e tende ad una compartecipazione abietta con gli assassini che filmando le loro imprese ci mostrano cosa è accaduto. McNaughton costringe lo spettatore a vedere il crimine attraverso gli occhi del criminale. Dell’azione efferata si vedono soltanto gli effetti nelle immagini dei cadaveri di donne scomposte, in una nudità oscenamente erotica, con i segni delle torture sul corpo, che ricordano il loro martirio. Il martirio, negato alla partecipazione emotiva nell’atto del suo compimento, è invece evocato a posteriori dal sonoro, che ripropone sovrapponendosi ad un presente irrimediabile, in cui tutto già è accaduto, le grida strazianti delle vittime depotenziandone ulteriormente il contenuto drammatico.
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