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luca g
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lunedì 16 settembre 2024
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quando gli italiani mettevano ko l''america
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Quando una sera di marzo del 70 i miei genitori andarono al Metrolitan di Bologna a vedere il film di A. durante il 1° tempo sospesero tre volte la proiezione:
durante la scena dell'assassino che irrompe nella stanza da letto della Rosita Torosh una ragazza si mise a urlare e svenne; poi un uomo anziano si sentì male e chiamarono il ps, infine ... non ricordo ...ne successe un'altra e interruppero per la 3^ volta;
finalmente finì il 1^ tempo, una signora tirò un sospiro di sollievo che si sentì in tutta la sala e andarono tutti quanti al bar, il M. aveva credo 2500 posti;
a un certo punto la maschera disse 'signori in sala per favore il film ricomincia' .
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Quando una sera di marzo del 70 i miei genitori andarono al Metrolitan di Bologna a vedere il film di A. durante il 1° tempo sospesero tre volte la proiezione:
durante la scena dell'assassino che irrompe nella stanza da letto della Rosita Torosh una ragazza si mise a urlare e svenne; poi un uomo anziano si sentì male e chiamarono il ps, infine ... non ricordo ...ne successe un'altra e interruppero per la 3^ volta;
finalmente finì il 1^ tempo, una signora tirò un sospiro di sollievo che si sentì in tutta la sala e andarono tutti quanti al bar, il M. aveva credo 2500 posti;
a un certo punto la maschera disse 'signori in sala per favore il film ricomincia' ... ma non rientrava nessuno, c'avevano tutti una fifa !!!
mia mamma poverina no, era coraggiosa e rientrò e così pure, allora, le altre signore, già, a quei tempi esistevano le signore e i mariti che le portavano al cinema, non come oggi, che tristezza;
il film non sfondò e al Missori di Milano dopo due settimane lo smontarono, a Bologna un pò di più, dopodiché 'l'uccello' non se lo ricordava più nessuno;
ricordo che l'anno successivo una domenica pomeriggio tardi andai all'Arlecchino dove facevano 'il gatto a nove code' a prendere con la mia sorellina pà e mà, nessuno dei due poteva entrare il film era vietato ai 14 e la sala era strapiena il film stavolta aveva sfondato; era successo che Salvatore Argento aveva promosso il film scrivendo nelle locandine 'a New York file interminabili per l'uccello dalle piume di cristallo' gli spettatori se l'erano bevuta ed accorsero in massa a vedere il nuovo film;
il film (l'uccello) era veramente uno schianto, possente come nessun altro, A. non è un regista di talento, è un genio del cinema e quest'opera è eccezionale, radicalmente innovativa, inchioda lo spettatore nella suspense in una scena su due;
gl'intermezzi sentimentali osservava Kezich sono un pò banali diciamo pure insulsi A. se ne fregava;
perché al primo giro il film ebbe meno successo di quel che avrebbe potut
A. non fece come Sergio Leone, che s'accordò con i proprietari dei cinema per tenere in proiezione il film per un tot minimo di tempo, per dare tempo al passa parola, cosicché il film non ebbe il tempo di essere conosciuto a sufficienza; ma quando A. fu conosciuto divenne subito il regista italiano che negli anni settanta reggeva il cinema italiano; ricordo che i miei amici ed io lo andammo a vedere con le riedizioni e credo che al cinema lo vidi più di 10 volte;
erano i tempi in cui il cinema lo facevano gli italiani; una volta in aereo sedetti di fianco a Brian de Palma in volo da New York a Minneapolis, 'oh you are mr. De Palma so pleased so happy let me ask you ...? boh non sapevo come si dicesse autografo feci segno con le dita, e allora mi disse che considerava A. il suo maestro, che ne ripeteva i movimenti della macchina da presa, gli americani sono onesti, riconoscono e ammirano le qualità degl'altri;
nessun altro regista del cinema entusiasmò i giovani come A., negli anni settanta, fu veramente memorabile con questo film:
perché i grandi registi hanno - rectius avevano questo - raggiungevano il top al primo film.
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ralphscott
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domenica 8 settembre 2024
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nulla è come appare.
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Elegante messa in scena per un giallo innovativo che beneficia anche di un cast all'altezza, cifra accomunante il miglio Argento e principale carenza dei suoi lavori dell'ultimo, abbondante, trentennio. Lo spazio espositivo, gelido e già esso orrorifico, si incrocia alle scene di vita comune, gli arredi caldi del pied a terre della splendida coppia Kendall - Musante. Quest'ultimo, qui irresistibile scrittore in crisi di vocazione, è stato uno dei volti più belli del cinema italiano a cavallo dei 60/70, memorabile per Anonimo Veneziano e, stranamente, per poco altro di altrettanto significativo. Grazie alla seriale opera di restauro dei film argentiani - che quest'estate hanno richiamato pubblico nelle sale, soprattutto giovanile - ho apprezzato questo giallo ancor più delle numerose, precedenti, visioni in tv.
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Elegante messa in scena per un giallo innovativo che beneficia anche di un cast all'altezza, cifra accomunante il miglio Argento e principale carenza dei suoi lavori dell'ultimo, abbondante, trentennio. Lo spazio espositivo, gelido e già esso orrorifico, si incrocia alle scene di vita comune, gli arredi caldi del pied a terre della splendida coppia Kendall - Musante. Quest'ultimo, qui irresistibile scrittore in crisi di vocazione, è stato uno dei volti più belli del cinema italiano a cavallo dei 60/70, memorabile per Anonimo Veneziano e, stranamente, per poco altro di altrettanto significativo. Grazie alla seriale opera di restauro dei film argentiani - che quest'estate hanno richiamato pubblico nelle sale, soprattutto giovanile - ho apprezzato questo giallo ancor più delle numerose, precedenti, visioni in tv. Tensione ma pure ironia, come per il cameo del bravo Mario Adorf, un buffo, burbero artista pazzoide. Voglio citare Enrico Maria Salerno, meraviglioso attore teatrale che - giustamente - anche il cinema, soprattutto di genere, ci ha regalato con generosità. E che dire di Umberto Raho, cattivo e subdolo di tanti memorabili gialli (godetevi l'originalissimo "Sette scialli di seta gialla", si trova in dvd)? W l'artigianalità dei mitici anni settanta, coi suoi picchi e le sue cadute, cinema sempre rigorosamente sincero e schietto, una irripetibile stagione che, fortunatamente, in parte viene recuperato e compreso, anche per capire chi eravamo e chi siamo diventati.
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marcello mazzini
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giovedì 15 dicembre 2022
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marchio alla dario
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Film interessante, ma non entusiasmante. Trama classica con un finale neanche così sorprendente. Attori mediocri, ma non si può dire lo stesso di scenografia e colonna sonora. Un buon regista e un maestro della musica sono al lavoro insieme: scenografia classica di Dario Argento con il suo tocco "rosso acceso", dal maestro Morricone musiche e colonne sonore inquietanti e precise per un buon thriller.
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marcello mazzini
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giovedì 15 dicembre 2022
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marchio alla dario
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Film interessante, ma non entusiasmante. Trama classica con un finale neanche così sorprendente. Attori mediocri, ma non si può dire lo stesso di scenografia e colonna sonora. Un buon regista e un maestro della musica sono al lavoro insieme: scenografia classica di Dario Argento con il suo tocco "rosso acceso", dal maestro Morricone musiche e colonne sonore inquietanti e precise per un buon thriller.
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devo27
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domenica 20 settembre 2020
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già maturo!
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e. hyde
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giovedì 9 giugno 2016
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i demoni interiori
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L'enorme successo che ebbe il cinema di Dario Argento nei primi anni '70 è legato al fatto che egli esprimeva in modo onirico il conflitto della società del suo tempo, in difficile transizione tra tradizione e modernità. In una dimensione interiore, gli omicidi sono simbolici di pulsioni arcaiche inconfessabili e inconsapevoli, attraverso un fantasma il cui sadismo implica i delitti rappresentati come rituali la cui soggettiva identifica lo sguardo con quello dell’autore e del pubblico. Il protagonista è uno scrittore progressista in un contesto moderno e freddo di una Roma periferica e distante (Argento voleva girare il suo primo film a Torino, ricordando il viaggio che vi fece col padre da adolescente e che vedeva come set ideale per le sue fantasie, ma all'epoca nella città della FIAT non esisteva l'industria del cinema necessaria e il budget ridotto non consentiva di portare la troupe da Roma).
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L'enorme successo che ebbe il cinema di Dario Argento nei primi anni '70 è legato al fatto che egli esprimeva in modo onirico il conflitto della società del suo tempo, in difficile transizione tra tradizione e modernità. In una dimensione interiore, gli omicidi sono simbolici di pulsioni arcaiche inconfessabili e inconsapevoli, attraverso un fantasma il cui sadismo implica i delitti rappresentati come rituali la cui soggettiva identifica lo sguardo con quello dell’autore e del pubblico. Il protagonista è uno scrittore progressista in un contesto moderno e freddo di una Roma periferica e distante (Argento voleva girare il suo primo film a Torino, ricordando il viaggio che vi fece col padre da adolescente e che vedeva come set ideale per le sue fantasie, ma all'epoca nella città della FIAT non esisteva l'industria del cinema necessaria e il budget ridotto non consentiva di portare la troupe da Roma). La forza del film è il suo iperrealismo, dove estrema modernità ed estremo arcaismo si affrontano anche nella musica (di Ennio Morricone): più volte il tema angelico sprofonda in quello demoniaco e viceversa, tra apparenza tranquilla e pulsioni segrete. Il discorso finale dell’americano: “Vai in Italia mi avevano detto, lì non succede mai nulla..." non è realistico per l’epoca. Dopo il ‘68, gli scontri tra frange estremiste, i morti in quelli tra studenti e operai e la polizia nel 1969, le bombe a Milano il 25 aprile alla stazione e alla fiera e sui treni l’8 agosto 1969, la strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969, nel 1970 l’Italia viveva in una cupa atmosfera in cui un colpo di stato militare venne fermato solo all'ultimo momento. Che fossimo un paese dove “non accade mai nulla” vuol dire che il film non esiste nella realtà, ma nel sogno, come la stupenda sequenza dell'omicidio dentro l'ascensore - con la tromba della scala del palazzo che assomiglia a un utero materno -, che si svolge in una dimensione assolutamente fantastica e irrazionale che anticipa gli scenari esoterici delle pellicole successive di Argento. Il film che inaugura la filmografia del resta uno dei suoi migliori, embrione e punto di riferimento dei suoi titoli più celebrati. Un cinema che ha avuto un successo planetario, perchè parla alla parte irrazionale del cervello, che non tiene conto del dove e del quando: la morte è sempre in agguato nelle vite ossessionate dal mistero, da un dèja vu la cui matrice è terribile. Un cinema che tutto guarda, quello di Argento, con gli occhi irreali dell'incubo che si spalancano nel sonno in storie dove la morte e la sua schiera di millenari orrori si fanno beffe di una realtà che si sforza di dimenticarli. Un cinema dove è il delirio a cercare la realtà e a disporre di essa, attraverso una mente malata o in case con segreti mortali. Da segnalare nel film l'espediente particolarmente geniale della (bella) panoramica sui tetti del quartiere Flaminio (il primo quartiere di Roma dopo i rioni del Centro Storico) per passare da un punto a un altro in un momento cruciale della storia. Tra gli attori oltre all'efficace Tony Musante meritano una menzione il sempre apprezzabile Enrico Maria Salerno nei panni del commissario Morosini; Mario Adorf in quella del bizzarro pittore naif; Reggie Nalder, l'uomo col giubbetto giallo dal volto sfigurato; l'ex calciatore del Napoli e della Roma Renato Romano, l'amico del protagonista; le belle e sensuali Suzy Kendall e Eva Renzi.
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fabio1957
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giovedì 9 luglio 2015
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giallo all'italiana
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Prima regia di Dario Argento, che allestisce un thriller stupefacente per l'epoca,inventando un nuovo genere che avrà numerosi epigoni ed imitatori.Al di là della trama, comunque avvincente,quello che conta di più è l'utilizzo della macchina da presa in modo assolutamente originale.Il ritmo incalzante,le musiche appropriate,i colpi di scena, le invenzioni rendono quest'opera una pietra miliare del giallo all'italiana.
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claudiofedele93
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lunedì 13 aprile 2015
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il giallo si tinge di argento
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Il 19 Febbraio del 1970 è una data tra le più importanti per il Cinema italiano, un giorno che non deve essere dimenticato in futuro né tanto meno da prendere alla leggera o attribuirgli poco valore. Il motivo è molto semplice: viene distribuito al cinema per la prima volta L’Uccello dalle Piume di Cristallo di Dario Argento.
A soli ventinove anni Dario A.
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Il 19 Febbraio del 1970 è una data tra le più importanti per il Cinema italiano, un giorno che non deve essere dimenticato in futuro né tanto meno da prendere alla leggera o attribuirgli poco valore. Il motivo è molto semplice: viene distribuito al cinema per la prima volta L’Uccello dalle Piume di Cristallo di Dario Argento.
A soli ventinove anni Dario A. realizza una pellicola destinata a fare la storia della settimana arte, mostrandosi a gli occhi di tutti da un lato come un regista prodigio, pieno di potenziale da esprime e voglia di mettersi in gioco, e dall’altro come una persona spinta dal bisogno di sperimentare tenendo a mente, però, tutti quegli autori suoi contemporanei (o recenti) capaci di ispirarlo per i suoi lavori.
L’Uccello dalle Piume di Cristallo, primo della così detta “trilogia degli animali” composta anche da Il Gatto a Nove Code e 4 Mosche di Velluto Grigio, è un lungometraggio che Argento riuscì a plasmare nella sua mente grazie alla lettura del libro La Statua che Urla di Frederic Brown. A casa del regista Bernardo Bertolucci, il giovane Dario si ritrova tra le mani il romanzo di Brown, chiede al collega se può prenderlo in prestito e dargli un’occhiata, Bertolucci lo lascia fare, convinto che quella potrebbe essere la volta buona e che forse, con lui, possa uscirci un film discreto da quel racconto, anche se le difficoltà sono molte a partire da una componente psicologica insita nel manoscritto che non sarebbe stata semplice da trasporre sul grande schermo.
Così è Dario Argento ad occuparsi ufficialmente del progetto, all’epoca questi era un nome conosciuto nell’ambito cinematografico, poiché aveva aiutato Sergio Leone nella stesura della sceneggiatura della pellicola C’era una Volta il West, ed occupava una posizione di critico presso la rivista Paese Sera, ma L’Uccello dalle Piume di Cristallo avrebbe comunque segnato l’esordio del prodigo regista e la pressione, così come le aspettative, era considerevole.
Oggi assistere alla visione di questo lungometraggio è senza dubbio un’esperienza unica, capace adesso come all’ora di suscitare forti emozioni in chi lo guarda, mostrando a noi tutti che il film gode di una freschezza ed una invulnerabilità alla vecchiaia davvero eccelsa. Non riesce ad invecchiare un film come questo, né a scemare con il tempo, ma anzi, più gli anni ed i decenni passano e la polvere si posa su di esso, più si comprende il suo valore e l’importanza che l’esordio di D. Argento ha significato per il cinema nostrano.
Nella sua più semplice ed oscura essenza il primo film dell’ormai noto regista romano non attanaglia lo spettatore per la storia in sé per sé, anche se va detto che un noir, un thriller, o un comune “giallo” hanno sempre il potere di acchiappare l’attenzione dello spettatore in modo diretto rispetto ad altri generi cinematografici/letterari. L’Uccello dalle Piume di Cristallo resta impresso come un marchio nella mente di chi lo guarda grazie soprattutto alla regia ed all’impostazione scelta dal regista nel voler raccontare una determinata storia carica di mistero e fascino.
Eppure il valore di quest’opera è ben lungi dal fermarsi qui, poiché siamo di fronte ad un qualcosa di rivoluzionario, un film che per la prima volta cambiò quelle che erano le regole ed i canoni del genere giallo in Italia e promosse tutta una serie di innovazione a cui ormai siamo bene abituati. Prima de L’Uccello dalle Piume di Cristallo si aveva quasi sempre una concezione del thriller alla Agatha Christie, tanto per fare un esempio concreto, ove l’ispettore o il detective si impegnava a scoprire il colpevole dopo tutta una serie di peripezie e processi logici. C’era stato ovviamente, anche Arthur Conan Doyle, nel 1800, con Sherlock Holmes ed il suo “giallo deduttivo” ove si arrivava alla conclusione del romanzo ed alla conseguente rivelazione dell’assassino (o colpevole) grazie a tutta una serie di processi logico/mentali eseguiti stavolta dal brillante detective di Baker Street.
Argento invece cambia quelle che sono le carte in tavola del genere, le inverte, le modifica, le “snatura” persino, fino ad arrivare a siglare un prodotto intessuto di una atmosfera onirica condita da quell’alone di mistero e suspense che per la prima volta veniva mostrata al pubblico italiano del 1970.
Il protagonista, Sam Dalmas (Tony Musante), è un americano che soggiorna a Roma, una sera, intento a tornare alla sua abitazione, questi assiste a quello che sembra essere un tentato omicidio in piena regola in una galleria d’arte come tante. Con il mancato omicidio e la conseguente la fuga del presunto assassino, la polizia cerca di arrivare a capire chi possa essere il colpevole, ma sarà lo stesso Sam, spinto da una morbosa curiosità, a mettersi sulle tracce e ad indagare su il colpevole dei tanti efferati omicidi che nelle settimane precedenti hanno disturbato la quiete romana.
Sam Dalmas si immedesima quindi nel detective d’occasione, nell’ispettore che con i propri mezzi e le limitate conoscenze cerca di far chiarezza sull’accaduto, mostrando, sotto un profilo puramente contenutistico, il primo cambiamento di quello che sarà il cinema di Argento, il quale propone così un protagonista completamente estraneo da un ambiente o una carriera di poliziotto o investigatore privato, invischiato fino al collo (ed in prima persona) in una storia pericolosa alla quale vorrà, lui stesso, arrivare a dare una soluzione.
Quel che tuttavia ci porta a mettere L’Uccello dalle Piume di Cristallo, tra i migliori lavori del regista romano, è in primis la messa in scena, orchestrata alla perfezione e ricca di spunti interessanti. Argento gioca tutto sul fattore “vedo, non vedo” ove il protagonista è messo fin da subito dinnanzi alla evidenza dei fatti, così come lo spettatore stesso, ma l’occhio e per estensione la nostra mente, vede solo ciò che davvero vuol vedere, non analizza la scena e ciò che abbiamo intorno in modo oggettivo e così finisce che un’azione possa godere di una duplice interpretazione e rovesciare, in questo modo, la realtà. L’intrigo realizzato da D.A. funziona non solo perché si rivela essere sempre ben realizzato, alla base, anche sotto quello che potremmo chiamare “introspezione psicologica”, ma poiché è capace di inscenare tutta una serie di situazioni dove lo spettatore si sentirà minacciato, non si fiderà più di nessuna comparsa sullo schermo e capirà quanto in realtà fosse semplice, ed evidente, la soluzione una volta giunti all’epilogo della storia rimando appagato dal tutto una volta arrivato ai titoli di coda.
Argento, inoltre, non solo si dimostra capace di saper sfruttare già nella sua opera prima lo spazio, le inquadrature, il suono, la tensione, non solo si rivela padrone della telecamera, facendo appello a tutto il proprio bagaglio culturale e prendendo come esempio alcuni tra i più grandi registi al mondo (vedi Hitchcock con i suoi grandi classici o Mario Bava con i film “Sei Donne per l’Assassino” o “La Ragazza che sapeva Troppo”), ma mette in luce una certa maestria anche quel che concerne l’utilizzo dei corpi sulla scena, specialmente quelli femminili che di certo non passano mai inosservati, ma si dimostrano veri protagonisti della pellicola. Alle donne Argento non solo riserva un ruolo importante, come in gran parte dei suoi film, ma da loro tutta una serie di caratteristiche che le permette sempre di rimanere impresse nella mente dello spettatore sia in positivo che in negativo.
L’Uccello dalle Piume di Cristallo, opera prima di Dario Argento, uscita nel lontano ormai 1970, è un classico del cinema italiano, che spazia oltre il genere, che sa dare allo spettatore tutto quello di cui ha bisogno, rivelandosi un prodotto realizzato non solo da un uomo a cui è interessato l’intreccio, ma che ha ha dato tutto se stesso nella realizzazione certosina di una storia che sotto il profilo tecnico si dimostra sperimentale ed esaltante pur rimanendo fedele a molti capisaldi del nostro Cinema. Dando i giusti rispetti ed omaggi ai lavori di Bava e Hitchcock, Argento riesce andare oltre, sigla un prodotto che non sarà il suo capolavoro, ma che di certo rivoluzionerà il giallo all’italiana, dando inizio, in tal modo, non solo alla carriera di un promettente regista, ma ad una nuova concezione di fare Cinema.
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belbon
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domenica 18 agosto 2013
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qualche "refuso" di troppo per un ottimo film.
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Il primo lavoro di Dario Argento è sicuramente un ottimo esordio e sarà un'importante "rampa di lancio" per quel genere "Thriller all'Italiana" tanto in voga negli anni settanta ma spesso proposto da registi e sceneggiatori non proprio eccezionali. In questa opera prima ci sono tutti gli ingredienti di mistero, suspence, moderata violenza ed in questo caso, come anche in molti altri suoi films dei periodi successivi, voyerismo che renderanno peculiare e personale il lavoro del "blasonato" registra nostrano. L'unico difetto forse evidente di questa prima "fatica" si può riscontrare in una certa trascuratezza del dettaglio nello spiegare allo spettatore gli eventi che hanno portato il colpevole a compiere i delitti nella parte conclusiva del racconto.
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Il primo lavoro di Dario Argento è sicuramente un ottimo esordio e sarà un'importante "rampa di lancio" per quel genere "Thriller all'Italiana" tanto in voga negli anni settanta ma spesso proposto da registi e sceneggiatori non proprio eccezionali. In questa opera prima ci sono tutti gli ingredienti di mistero, suspence, moderata violenza ed in questo caso, come anche in molti altri suoi films dei periodi successivi, voyerismo che renderanno peculiare e personale il lavoro del "blasonato" registra nostrano. L'unico difetto forse evidente di questa prima "fatica" si può riscontrare in una certa trascuratezza del dettaglio nello spiegare allo spettatore gli eventi che hanno portato il colpevole a compiere i delitti nella parte conclusiva del racconto. Buona la recitazione del protagonista Tony Musante, attore italo-americano già esperto e famoso all'epoca e delle belle comprimarie Suzy Kendall ed Eva Renzi. Di livello anche la prova di Enrico Maria Salerno, all' epoca già affermato attore di teatro e di Umberto Raho nella sua consueta parte di "vittima" psicolabile. L'impiego in grande stile di attori stranieri si è rivelata nel tempo una mossa vincente e sarà spesso usata anche nei lavori successivi del regista considerata anche la recitazione ingenua e dozzinale, in questo genere, di molti attori del "Bel Paese" del periodo, genere nel quale ancora oggi si fatica nel cercare di essere "credibili" e competitivi.
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