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aldot
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domenica 12 aprile 2026
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un film che sa intrecciare vicende umane e storia
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Un film ottimo in cui la lotta per la sopravvivenza individuale della protagonista e di chi la circonda viene magistralmente messa al servizio dell'opera artistica per farci toccare con le mani e con il cuore la storia politica amaramente condotta e segnata da personaggi che non hanno il bene comune al centro del loro agire. Il finale grandioso nella sua essenza e semplicità.
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francesca meneghetti
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lunedì 6 aprile 2026
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il neorealismo impiantato in mesopotamia
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"I contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin, i coolis, i peones, i mugic, i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo”: così scriveva Ignazio Silone nella prefazione del suo libro Fontamara, dove raccontava una storia di atavica miseria aggravata dalla dittatura fascista. E così, come nel libro di Silone, anche in questo film di Hasan Hadi da una vicenda particolare si può estrarre un messaggio universale.
Siamo in Iraq nel 1990, quando Sadam Hussein è al culmine del culto totalitario della sua persona, in un’area inaspettata: pensiamo al deserto, ma qui ci troviamo, al sud, tra le acque dell’antica Mesopotamia, dove vive, in villaggi sparsi, raggiungibili solo in canoa, il popolo degli arabi delle paludi.
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"I contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin, i coolis, i peones, i mugic, i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo”: così scriveva Ignazio Silone nella prefazione del suo libro Fontamara, dove raccontava una storia di atavica miseria aggravata dalla dittatura fascista. E così, come nel libro di Silone, anche in questo film di Hasan Hadi da una vicenda particolare si può estrarre un messaggio universale.
Siamo in Iraq nel 1990, quando Sadam Hussein è al culmine del culto totalitario della sua persona, in un’area inaspettata: pensiamo al deserto, ma qui ci troviamo, al sud, tra le acque dell’antica Mesopotamia, dove vive, in villaggi sparsi, raggiungibili solo in canoa, il popolo degli arabi delle paludi. Abitano in case fatte di giunchi, che ricordano i casoni di paglia delle lagune dell’Adriatico settentrionale e vivono in stretta connessione con l'ambiente naturale. La rappresentazione di questo ambiente lagunare è resa in modo poetico, specie nelle ore notturne, quando piccoli focolari o lanterne rischiarano la notte. Va detto che negli anni ’90 Saddam Hussein puntò alla bonifica di queste paludi, allo scopo di sfrattarne gli abitanti, potenziali nemici politici, in quanto sciiti. E che, in seguito all’aggressione al Kuwait, con l’autorizzazione dell’Onu, iniziarono i bombardamenti sull’Iraq, a spese della popolazione civile. Tutto questo entra per piccoli cenni nel film, ma ne costituisce l’ossatura storica.
Hasan Hadin racconta apparentemente una storia fiabesca: una bambina di nove anni, Lamia, interpretata da una splendida ed espressiva Baneen Ahmad Nayyef, orfana, che vive con l’amatissima nonna Bibi (Waheed Thabet Khreibat ) in un casone, viene sorteggiata a scuola per realizzare la torta con cui festeggiare il compleanno del presidente: non è una fortuna, anzi!, perché è difficilissimo reperire i pochi ingredienti necessari (uova, farina, zucchero, lievito), e chi si sottrae all’impegno per cui è sorteggiato rischia di essere bastonato.
La nonna, consapevole della criticità, ed anche delle sue difficoltà a gestire Lamia, sia per problemi di salute, sia perché le è stata tolta a terra, la porta in città con lo scopo di affidarla ad una donna più giovane ed amica. Ma Lamia, che non vuole perdere Bibi, fugge, assieme al suo beniamino, un gallo. Qui, nello scenario caotico e rumoroso della città, ritrova il suo amico Saeed (Sajad Mohamad Qasem), con cui inizia un percorso avventuroso alla ricerca degli ingredienti per la torta. L’ambiente urbano si caratterizza per il rumore, per la miseria, soprattutto umana, per la corruzione, la protervia sessuale dei maschi, l’arroganza di chi detiene un ruolo “superiore” (incluso il maestro che ruba la merendina, ossia una mela, dalla cartella). Nel frattempo la nonna, disperata per la perdita di Lamia, finisce in ospedale.
Non sarebbe corretto raccontare tutti i dettagli di queste avventure, e nemmeno svelare la conclusione, che comporta un ritorno al villaggio, e non è, volutamente, tanto netta. Ma dolente, nell’uscita di Lamia dall’infanzia.
Diciamo però che il film è in forte odore di neorealismo: storie di povera gente oppressa a causa di una dittatura feroce, prevalenza delle scene open air, attori non professionisti, racconto quasi in presa diretta, secondo la linea naturale del tempo. E che la fotografia di Tudor Vladimir Panduru è splendida.
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maria dessi''''
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sabato 4 aprile 2026
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struggente e imperdibile
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Neorealista, struggente, essenziale. Le immagini ti accompagnano e ti permettono di riflettere sull'argomento, sul tema, sull'infanzia, sulla vita. Da vedere.
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gabriella
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martedì 24 marzo 2026
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il gioco degli sguardi
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Intensa opera d' esordio del regista iracheno Hasan Haidi vincitore della Camere d'or del festival di Cannes 2025.Il regista si basa su ricordi d'infanzia, in Iraq quando il culto della personalità di Saddam Hussein, rendeva ogni compleanno del presidente, un momento di ansia collettiva per le famiglie. Siamo nell'aprile degli anni 90 in un villaggio iracheno, due giorni prima del compleanno del presidente, Lamie, una bambina di 9 anni viene sorteggiata a scuola per l' "onorevole " compito di preparare la torta per festeggiare il compleanno del leader- In un paese, piegato dalle sanzioni internazionali, dove farina, uova e zucchero sono diventati beni introvabili a causa dell'embargo, la missione di Lamia, che vive con la nonna anziana e malata e un gallo di nome Hindi, si trasforma in una disperata odissea tra le strade di Baghdad.
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Intensa opera d' esordio del regista iracheno Hasan Haidi vincitore della Camere d'or del festival di Cannes 2025.Il regista si basa su ricordi d'infanzia, in Iraq quando il culto della personalità di Saddam Hussein, rendeva ogni compleanno del presidente, un momento di ansia collettiva per le famiglie. Siamo nell'aprile degli anni 90 in un villaggio iracheno, due giorni prima del compleanno del presidente, Lamie, una bambina di 9 anni viene sorteggiata a scuola per l' "onorevole " compito di preparare la torta per festeggiare il compleanno del leader- In un paese, piegato dalle sanzioni internazionali, dove farina, uova e zucchero sono diventati beni introvabili a causa dell'embargo, la missione di Lamia, che vive con la nonna anziana e malata e un gallo di nome Hindi, si trasforma in una disperata odissea tra le strade di Baghdad. Per sottrarla all'ingrato compito, nonna Bibi cerca di portare la nipote da un'amica , perchè si ritiene troppo stanca per provvedere a lei, ma la ragazzina scappa per le strade della capitale alla ricerca del suo amico Saeed e una volta trovato, insieme cercano di recuperare in qualche modo gli ingredienti per la torta. Da dire che Haidi riesce a mantenere un equilibrio incredibile attraverso la dolcezza dello sguardo infantile e la tensione costante di un sistema totalitario che arma anche i gesti più banali. L’amicizia tra Lamie e Saeed è commovente, il ragazzino, che pur avendo lui stesso paura , sente il dovere istintivo di rassicurare la sua compagna di sventura, scena che culmina nel sorprendente finale, che non chiude sulla violenza esplicita o sul successo della missione, ma sulla connessione umana, il silenzio degli sguardi, unica cosa a rimanere intatta. La guerra è un affare dei “ grandi” che si mangiano anche il futuro dei piccoli e per questo motivo Lamie e Saeed mi hanno ricordato Carmine e Celestina di Salvatores, entrambi i film giocano sulla sproporzione, gli adulti con le loro guerre , i loro confini, le torte di regime e dall’altra i bambini che cercano di sopravvivere e restare uniti, sono storie ambientate in tempi e luoghi distanti, L’Iraq di Saddam e la Napoli del dopoguerra, che finiscono per parlare la stessa lingua perché mettono al centro il cuore dell’infanzia. I bambini riescono a creare una bolla di protezione tra il mondo fuori fatto di fame e macerie , ma dentro la loro relazione c’è un codice fatto di giochi , di sguardi e reciproco soccorso. Per tutto il film , i ragazzini sono stati costretti a comportarsi da adulti, caricati di una responsabilità troppo forte e pericolosa, ma sotto quel banco riaffermano la loro natura di vittime innocenti, in quel momento conta solo la persona che hai di fronte.
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