|
cardclau
|
domenica 28 dicembre 2025
|
un film di rara bellezza
|
|
|
|
Un mélange della potente e innovativa musica di Antonio Vivaldi, della famosa orchestra delle orfane dell’ospedale della Pietà, in una Venezia del ‘700, potrebbe far pensare ad uno sviluppo agiografico e sdolcinato della storia, facile da fare, quasi banale. Ma il film Primavera di Damiano Michieletto non è niente di tutto questo. Si tratta di un ambientazione rigorosa e appassionante di un periodo dove un’aristocrazia ancora arrogante e parruccona (in verità da secoli, da prima della battaglia di Lepanto; basti pensare alla conquista di Cipro da parte dei turchi, con il passaggio clamoroso dei servi della gleba sotto il giogo dei veneziani, alla parte avversa) la fa da padrone, dettando leggi pro domus mea, umiliando la condizione femminile delle orfane, e della moltitudine dei poveri.
[+]
Un mélange della potente e innovativa musica di Antonio Vivaldi, della famosa orchestra delle orfane dell’ospedale della Pietà, in una Venezia del ‘700, potrebbe far pensare ad uno sviluppo agiografico e sdolcinato della storia, facile da fare, quasi banale. Ma il film Primavera di Damiano Michieletto non è niente di tutto questo. Si tratta di un ambientazione rigorosa e appassionante di un periodo dove un’aristocrazia ancora arrogante e parruccona (in verità da secoli, da prima della battaglia di Lepanto; basti pensare alla conquista di Cipro da parte dei turchi, con il passaggio clamoroso dei servi della gleba sotto il giogo dei veneziani, alla parte avversa) la fa da padrone, dettando leggi pro domus mea, umiliando la condizione femminile delle orfane, e della moltitudine dei poveri. Una aristocrazia, sebbene legatissima ai bessi (al denaro), però anche illuminata nella scelta di artisti, condottieri, uomini di scienza, per il loro valore e non per nepotismo, come vigeva nella chiesa di Roma. In una Venezia più permissiva e più aperta alle novità, parzialmente indipendente dalla rigida ortodossia del papato, che aveva drasticamente mutato da lungo tempo il potere spirituale in un potere temporale assoluto. A tal punto che parte degli studenti dell’università di Bologna (sotto la chiesa di Roma) avevano potuto nel 1212 fondare l’Università di Padova (sotto la Serenissima), col motto universa universis patavina libertas (tutta intera, per tutti, la libertà nell'Università di Padova). È la storia di Cecilia (una splendida Tecla Insolia), violinista insuperabile, orfana, con un vissuto abbandonico intensissimo; e di Antonio Vivaldi (un travolgente Michele Riondino, facilitato da quella musica che aveva tanto colpito lo stesso Johann Sebastian Bach).
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a cardclau »
[ - ] lascia un commento a cardclau »
|
|
d'accordo? |
|
|
|
gabriella
|
lunedì 29 dicembre 2025
|
benedetta primavera
|
|
|
|
Che bello il film di Damiano Michieletto, quell'atmosfera sospesa, quel silenzio visivo, la fotografia che trasforma la quotidianità come l’accordatura di uno strumento, la luce naturale , quell’effetto di chiaroscuro fiammingo che carica il soggetto di un valore quasi divino, proprio come nei quadri di Veermer. E che bella la colonna sonora di Fabio Massimo Capogrosso ( già noto per “Esterno notte” e “Rapito”), la sua musica cupa, essenziale, che descrive quel senso opprimente di prigionia della protagonista, la sua solitudine e il rigore del convento. Siamo a Venezia, inizio 700, l’ ospedale della Pietà è un orfanotrofio che accoglie tra le sue mura neonati abbandonati , ma anche bambini/e più grandi, i quali venivano accuditi e avviati a un mestiere, mentre le ragazze più talentuose venivano educate alla musica, al suono di uno strumento e facevano parte delle “figlie del coro” che si esibivano durante le funzioni dietro una grata nella cantoria della cappella ,celate al pubblico, una delle ragioni era anche perché probabilmente alcune di loro erano figlie illegittime di nobili, finché finivano spose di qualche signorotto solitamente molto più anziano e a quel punto dovevano abbandonare la musica.
[+]
Che bello il film di Damiano Michieletto, quell'atmosfera sospesa, quel silenzio visivo, la fotografia che trasforma la quotidianità come l’accordatura di uno strumento, la luce naturale , quell’effetto di chiaroscuro fiammingo che carica il soggetto di un valore quasi divino, proprio come nei quadri di Veermer. E che bella la colonna sonora di Fabio Massimo Capogrosso ( già noto per “Esterno notte” e “Rapito”), la sua musica cupa, essenziale, che descrive quel senso opprimente di prigionia della protagonista, la sua solitudine e il rigore del convento. Siamo a Venezia, inizio 700, l’ ospedale della Pietà è un orfanotrofio che accoglie tra le sue mura neonati abbandonati , ma anche bambini/e più grandi, i quali venivano accuditi e avviati a un mestiere, mentre le ragazze più talentuose venivano educate alla musica, al suono di uno strumento e facevano parte delle “figlie del coro” che si esibivano durante le funzioni dietro una grata nella cantoria della cappella ,celate al pubblico, una delle ragioni era anche perché probabilmente alcune di loro erano figlie illegittime di nobili, finché finivano spose di qualche signorotto solitamente molto più anziano e a quel punto dovevano abbandonare la musica. Cecilia ( un’ appassionata Tecla Insolia) è una trovatella dell’istituto, è una violinista talentuosa, destinata sposa a un militare una volta tornato dalla guerra, di notte va a rifugiarsi in un nascondiglio segreto cercando tracce della sua identità e scrivendo lunghe lettere alla madre mai conosciuta e un riverbero morbido, quasi tattile, inquadra il soggetto con un fascio di luce che lascia in penombra tutto il resto, mentre il mondo esterno tutto è apparenza barocca, dentro quella stanzetta , la realtà è vera, povera come la sua esistenza. Ma improvvisamente il vecchio maestro del coro viene sostituito e al suo posto arriva Antonio Vivaldi ( misurato, malinconico,efficace Michele Riondino), un prete che non può officiare messa perché affetto da una forma cronica di asma, che versa in condizioni economiche assai precarie, il suo arrivo è accolto dalle ragazze dietro le grate, quel luogo chiuso in netto contrasto con l’ampiezza del canale , un passaggio narrativo che simboleggia l’inizio di qualcosa di nuovo, il fuoco dell’arte .Tra Cecilia e Vivaldi si instaura un rapporto artistico , lui riconosce il talento della ragazza, lei prende coscienza delle sue capacità , la musica diventa sostanza della rivoluzione interiore, entrambi trovano il respiro attraverso di essa, non più la lentezza rilassata dell’adagio, ma la forza e la sensualità di suoni dinamici e impetuosi, non solo una ventata di primavera, ma un bel temporale di frattura. In questa nuova dimensione, le “putte del coro” trovano la luce della ribalta anche attraverso l’oscurità delle grate. Alcuni hanno associato il film del regista veneziano a quello di Margherita Vicario, io però , a parte il contesto storico e geografico, trovo che i due lavori siano diversi, mentre in “ Gloria” si parla di una rivoluzione di gruppo, qui si concentra tra il rapporto di maestro e allieva, e per questo motivo mi viene da associarlo a “ La ragazza con l’orecchino di perla “ di Peter Webber, perché in entrambi c’è un confronto e una complicità che unisce il genio e la musa , anche se ovviamente il personaggio di Griet è una serva , una collaboratrice silenziosa che non ha modo di uscire dalla sua condizione, a differenza di Cecilia, ma in entrambi i casi l’arte è il ponte tra due anime desiderose di libertà. Consigliatissimo.
[-]
|
|
|
[+] lascia un commento a gabriella »
[ - ] lascia un commento a gabriella »
|
|
d'accordo? |
|
|
|